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La misurazione e la gestione del rischio di credito secondo l'approccio del Valore a Rischio: problematiche operative e profili di vigilanza

Un corretto approccio alla misurazione ed alla gestione del rischio di credito deve essere realizzato lungo due dimensioni:la dimensione individuale del singolo affidamento; la dimensione di portafoglio, con specifico riferimento alle possibili correlazioni che si possono instaurare tra le diverse tipologie di impieghi. L’affinamento delle metodologie di stima del rischio connesso a ciascun prenditore, la globalizzazione dei mercati finanziari in corso e la conseguente richiesta di strumenti negoziabili ha favorito la nascita e la diffusione di nuove tecniche gestionali che consentono di impostare politiche di gestione del rischio a livello di portafoglio trasferendo il rischio di credito connesso a ciascun prenditore ad un soggetto distinto rispetto alla banca, secondo modalità standardizzate mai praticate in precedenza (loan sales, credit derivatives, securitization). Approcci più recenti hanno invece proposto modelli gestionali interni che, costruiti su serie storiche di dati relativi l’intero portafoglio crediti, seguendo un approccio di tipo probabilistico sono in grado di fornire una stima dell’esposizione complessiva al rischio. Tali modelli noti come modelli del valore a rischio forniscono una misura del rischio quantificabile sulla base delle perdite che ad un definito livello di probabilità possono essere generate da una singola posizione o da un portafoglio di impieghi, durante un certo intervallo temporale. La misura del valore a rischio è ottenuta dalla combinazione di tre componenti: il valore dell’esposizione creditoria, la volatilità del valore del credito e le correlazioni che si possono instaurare tra le diverse categorie d’impiego. L’aspetto più innovativo dal punto di vista organizzativo riguarda l’introduzione di una funzione di risk management indipendente in staff all’alta direzione con il compito di:supportare la direzione nella scelta delle politiche di rischio;verificare la corretta applicazione dei modelli e monitorarne i risultati impostare politiche di gestione del rischio integrate. L’introduzione di tali modelli che consente di fornire stime del rischio omogenee per le diverse tipologie di attività svolte favorisce il passaggio da un da un modello di gestione dei rischi di tipo deintegrato in cui le diverse tipologie di rischio sono gestite separatamente ad un modello di tipo integrato in cui invece le diverse tipologie di rischio sono gestite in maniera omogenea.Le problematiche evidenziate, unitamente alla staticità dei coefficienti, ha orientato la vigilanza verso la ricerca di soluzione alternative. Uno degli aspetti più innovativi riguarda la possibilità di utilizzare le stime dei propri modelli interni di valutazione del rischio di credito per definire la dimensione minima di capitale che ciascun intermediario deve rendere disponibile ai fini di vigilanza.Con particolare riferimento alla disciplina dei coefficienti, accanto ad una versione modificata dei requisiti patrimoniali che consente alle banche di ponderare gli impieghi in portafoglio in funzione del rating assegnato da agenzie specializzate o addirittura di quello fornito dai propri sistemi interni di valutazione che rispondono ad una serie di requisiti fissati dallo stesso Comitato è prevista, per la prima volta la possibilità di utilizzare, analogamente a quanto già accade per i rischi di mercato, le misure fornite dai propri modelli interni di gestione del rischio di credito, già utilizzati internamente ai fini gestionali, per definire la dimensione del patrimonio di vigilanza.


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8 INTRODUZIONE Il sistema creditizio e l’attività bancaria, in particolare, sono state oggetto, a partire dalla seconda metà degli anni settanta, di profonde trasformazioni del quadro competitivo e strutturale: basti ricordare, tra tutte, il processo di deregolamentazione, lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione dei mercati finanziari. L’insieme di regole che in passato disciplinavano l’attività creditizia sono state in parte rimosse ed alla banca è richiesto, come a qualsiasi altra impresa che opera sul mercato, di creare valore economico e di remunerare il capitale che gli azionisti hanno dato in dotazione: anche se la funzione sociale della banca, preposta al mantenimento ed alla salvaguardia del pubblico risparmio, rappresenta ancora un valore primario, assume sempre più rilevanza la capacità di essere un’impresa efficiente e redditizia. In tale contesto, anche gli organi di vigilanza hanno dovuto ridefinire, il proprio rapporto e le tipologie di controllo sul sistema finanziario, passando da un orientamento, in termini di vigilanza, di tipo strutturale alla cosiddetta “vigilanza prudenziale”, ossia realizzando un insieme di regole uniformi all’interno delle quali i soggetti vigilati possono determinare le proprie scelte gestionali. Tali mutamenti hanno avuto un impatto notevole sulle strategie aziendali, ponendo le basi per una revisione complessiva del modus operandi dell’intero sistema creditizio in primis e, quindi, dei singoli intermediari. L’accresciuta internazionalizzazione dei mercati finanziari offre, infatti, nuove sollecitazioni al mercato del credito e propone nuovi scenari gestionali; le banche italiane, in particolare, si sono trovate ad operare in un contesto economico-finanziario fortemente innovato che ha determinato un ampliamento ed una diversificazione dell’operatività

Tesi di Laurea

Facoltà: Economia

Autore: Marco Dotti Contatta »

Composta da 322 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 12220 click dal 20/03/2004.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.