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Eventi e rituali: l'equilibrio tra Logos e Caos

Informazioni tesi

  Autore: Laurasilvia Quagliardi
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi dell'Insubria
  Facoltà: Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali
  Corso: Teorie della Comunicazione
  Relatore: Claudio Bonvecchio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 121

Ciò che mi propongo di dimostrare nell’arco di questa trattazione è il come e il perché la società moderna abbia perso la capacità di produrre feste, partecipare ad esse e coglierne il senso più profondamente e socialmente utile.
L’affermazione appena fatta può sembrare ad un primo sguardo assurda, primariamente perché mai come oggi nelle nostre città e paesi si è assistito ad un così gran numero di “eventi”. Da qualche anno a questa parte infatti, la società in cui viviamo, più volte definita “società della comunicazione e dell’immagine”, sta dando molta importanza agli eventi, alla loro organizzazione e alla ricerca di fondi che li rendono possibili.
Secondo il Direttore Generale del Dipartimento delle Politiche Culturali del Comune di Roma, la dott.sa Giovanna Martinelli, gli eventi hanno addirittura la capacità di “contribuire alla crescita civile di una comunità” .
Sebbene siano sempre esistite feste di paese, concerti, spettacoli all’aperto, sagre, conferenze, raduni e tanto altro ancora, la nuova importanza data oggi agli eventi dalle amministrazioni e da una idea di politica del benessere sociale, sposata dalla maggioranza dei rappresentanti politici, ha messo in moto un meccanismo conoscitivo ed organizzativo che ha portato alla creazione\formazione di una figura professionale ad hoc: l’ event manager o organizzatore di eventi. Ecco allora che per organizzare una festa di compleanno come una manifestazione sportiva, entrambi definiti e definibili come “eventi”, diventa opportuno rivolgersi a questa figura professionale specifica: l’event manager, un personaggio, o meglio, un team di esperti in comunicazione, in grado di gestire in toto il lavoro in questione.
Diventare event manager non è impresa facile, ma i manuali in proposito sono un’infinità. Questa figura, molto di moda, deve essere esperta di marketing, pubblicità, grafica, cinema, teatro, economia, diritto, finanza, montaggio, musica ecc. Insomma, un professionista decisamente eclettico, un factotum (o tuttologo che dir si voglia), con infinite capacità e conoscenze negli ambiti più disparati, che abbia però un obiettivo su tutti indiscutibile: rendere l’evento quantificabile in termini monetari, calcolandone costi, ricavi e soprattutto massimizzandone i guadagni. Obiettivo più che sensato, viste le ingenti quantità di denaro sia pubblico che privato necessarie.
Nella società dei broker e della crisi finanziaria, il budget non può essere posto in secondo piano e soprattutto l’esborso di una qualsiasi somma va più che motivato.
Per questo i professionisti della comunicazione, esperti nell’organizzazione di eventi, devono costruire la propria figura professionale come event, ma soprattutto manager; per questo si parla di marketing territoriale e degli eventi come ottimi espedienti per attirare i turisti e far girare soldi; per questo le grandi agenzie pubblicitarie oggi sono anche diventate grandi agenzie di organizzazione e spettacolo.
Chi investe sugli eventi non lo fa a fondo perduto, per beneficenza o per senso di appartenenza ad una collettività che gioverà dell’evento quale momento aggregativo, ma per trarne profitto e vantaggio economico o di immagine: il capitale va investito e fatto fruttare, sempre.
Ma l’evento come investimento per ottenerne un vantaggio (profitto) non è certo invenzione moderna: la vendita di torte organizzata dal parroco (investimento iniziale) sul sagrato della chiesa per racimolare i soldi necessari alla riparazione del campanile (profitto), non può non essere considerato un simpatico espediente commerciale che riusciva il più delle volte a centrare l’obiettivo.
D’altra parte però non c’è bisogno di essere degli esperti per avere il sentore di una qualche sostanziale differenza tra quel tipo di “evento” e una qualsiasi notte bianca cittadina ideata e messa in opera da un team di comunicatori professionisti; ed eccoci giunti al punto e alle domande a cui cercherò di rispondere durante questa trattazione:

1) Qual è la differenza tra un evento antico, meglio definibile come festa o rituale e un evento moderno?
2) Gli eventi moderni sono davvero una “necessità sociale”, hanno la funzione di creare e fortificare i vincoli, i legami sociali e far sentire il singolo membro parte di una comunità?
3) Se consideriamo l’evento quale mezzo di autorappresentazione di una comunità, cosa comunicano della società gli eventi odierni?
4) E’ possibile tracciare il percorso di mutazione della società umana nei suoi valori fondanti, analizzando le manifestazioni attraverso le quali essa si rappresenta?
5) Che “senso” hanno e danno oggi ad una comunità gli eventi moderni?

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Eventi e Rituali: l’equilibrio tra Caos e Logos 7 Capitolo 1 La Simbolica Politica: campo di indagine e capisaldi Una definizione più esaustiva della Simbolica la troviamo nel libro “Propedeutica alla Simbolica Politica” scritto da uno dei suoi padri indiscussi, il prof. Giulio Maria Chiodi che dice: “ La Simbolica è la forma di studio rivolta […] ad evidenziare direttamente quelle manifestazioni dell’essere e dell’agire che sono espresse dal profondo, dall’immaginario e dall’immaginazione creativa e performativa, dalle strutture di senso, identitariamente costitutive o determinanti”. Nel capitolo iniziale il professore spiega come si è avvicinato allo studio della Simbolica indicandone le ragioni e le motivazioni profonde: “Particolare importanza hanno avuto per me le riflessioni sui fondamenti del diritto, della politica e della teologia, che mi hanno indotto a riflettere filosoficamente sull’ideologia e sulla teoresi dei linguaggi concettuali. La rarefazione degli ideali, delle credenze, delle convinzioni in principi fondanti che si è andata diffondendo soprattutto a partire dagli anni sessanta del novecento mi si presentava unita alla pretesa di universalizzare esigenze meramente utilitaristiche o socio-economiche e comunque palesemente condizionate da obiettivi in senso ampio politici. La necessità di interrogarsi sui fondamenti e sui presupposti informativi del pensare e dell’agire, che caratterizza le menti inclini alla riflessione filosofica, trovava questa sola risposta a tali domande: ci si muove tra il nulla e l’arbitrio. Questa consapevolezza mi metteva di fronte ad un preciso impegno, teoretico e di metodo, cioè quello di misurarsi con le dimensioni dell’ideologia. Fu così che i miei studi giuridici e di teoria delle istituzioni, specialmente attenti alla storia, alla politologia, alla teologia e naturalmente alla filosofia, mi indussero a prendere in considerazione il problema dell’ideologia nei suoi aspetti epistemologici. Non mi riuscì difficile rendermi conto che un contesto ideologico si regge, in ultima analisi, su dispositivi di carattere simbolico, più precisamente, in tale prospettiva non si limita alla sola rappresentatività, ma assume anche funzioni di natura costitutiva e quindi emanante direttive al pensiero e ai comportamenti. Ne consegue che studiare gli aspetti fondativi dell’aggregazione sociale e, in specie, della politicità, comporta approfondire le caratteristiche del simbolo collettivo. Da qui l’avvio della mia ricerca di un metodo per far luce sulla

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