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Pittori stranieri alla corte di Ferdinando IV. Un itinerario turistico nei siti reali della provincia di Caserta

Informazioni tesi

  Autore: Viviana Castaldo
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2009-10
  Università: Seconda Università degli Studi di Napoli
  Facoltà: Interfacoltà Lettere ed Economia
  Corso: Scienze del turismo
  Relatore: Rosanna Cioffi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 73

Durante il regno borbonico la corte napoletana promosse numerosi interventi a favore delle arti e negli anni Cinquanta del Settecento fu elaborato un vero e proprio programma di interventi nei settori dell'edilizia ufficiale e un piano per la decorazione e per l'arredo delle antiche e nuove residenze reali.
Furono infatti costruiti tra il XVIII e il XIX secolo numerosi Siti Reali con la funzione per lo più di residenza dei sovrani ma talvolta anche come luoghi di svago in cui esercitare l'attività preferita, la caccia; alcune di queste tenute diventarono col tempo delle vere e proprie aziende.
Il regno di Carlo di Borbone e del figlio Ferdinando IV fu caratterizzato da una forte tendenza all'apertura e al confronto.
Sono numerosi i pittori di origini tedesche che vengono chiamati a corte, principalmente, dalle due regine Maria Amalia di Sassonia e Maria Carolina d'Austria.
Ben presto con l'arrivo a Napoli di Luigi Vanvitelli e Ferdinando Fuga, e successivamente di Mengs la situazione iniziò a mutare radicalmente. Infatti Vanvitelli mostrò da subito tendenze in senso classicista, ben accolte da Maria Amalia e dalla corte, che rifiutava ormai sempre più tutto ciò che era ancora permeato della cultura figurativa locale ed esigeva una pittura caratterizzata da chiarezza compositiva ed eleganza formale.
A tali esigenze seppe rispondere in maniera soddisfacente Anton Raphael Mengs, che giunse per la prima volta a Caserta nell'estate del 1759 chiamatovi dalla regina Maria Amalia, in occasione dell'allestimento della Cappella Palatina nella Reggia di Caserta.
Gli fu commissionato un dipinto di soggetto mariano, andato però distrutto durante il bombardamento della città nel 1943, ma la cui composizione ci è nota attraverso un disegno preparatorio conservato al Louvre.
Sotto il nuovo regno di Ferdinando e Maria Carolina d'Austria i maggiori artisti chiamati a lavorare nel regno borbonico furono Philipp Hackert, Angelika Kauffmann, Heinrich Friedrich Füger e Wilhelm Tischbein.
Dal 1782 iniziò a lavorare per la corte borbonica un grande artista tedesco, Philipp Hackert, colui che meglio ha saputo interpretare ed esprimere le istanze del vedutismo neoclassico. Come molti altri artisti del Settecento, anche Hackert fu attratto dalla bellezza paesaggistica della Campania Felix e dalla ricchezza dei reperti archeologici di Pompei ed Ercolano che intanto venivano alla luce.
Hackert ricevette numerose commissioni dalla corte borbonica a partire dal 1782 quando il re gli chiese di realizzare quattro gouaches che avrebbero dovuto rappresentare i siti del regno da lui prediletti, legati in particolare alla sua passione per l'arte venatoria: San Leucio, Persano, Eboli e Caserta.
Del 1786, anno in cui Hackert viene nominato pittore di corte, è un'altra importante commissione: la realizzazione della serie dei Porti del Regno.
Inoltre Hackert ha realizzato anche dei bellissimi affreschi sulle pareti delle stanze della Reggia di Carditello ed ha decorato con la nuova tecnica della pittura ad encausto il bagno di Maria Carolina nel Belvedere di San Leucio.
Nel 1782 giunse a Napoli Angelika Kauffmann, di cui Maria Carolina fu una grande ammiratrice, ma vi rimase per un periodo molto breve durante il quale realizzò il grande Ritratto della famiglia reale di Napoli oggi a Capodimonte e un Ritratto di fanciullo in veste di Bacco, raffigurante forse il principino Francesco di Borbone.
Quest'opera è attualmente l'unica della Kauffmann esposta nel Palazzo Reale di Caserta.
Tra il 1781 e il 1783 un'altra presenza fondamentale a Caserta per gli sviluppi in senso neoclassico della cultura figurativa napoletana fu quella di Füger. L'artista fu incaricato personalmente dalla regina di affrescare la terza sala della biblioteca palatina della Reggia di Caserta con un ciclo di dipinti che doveva esprimere un preciso messaggio iniziatico. I dipinti sono stati così interpretati: L'Età dell'oro, L'Allegoria della poesia, Un'Iniziazione massonica e La Rinascita delle Arti nel Regno di Napoli.
Dal 1787 al 1799 fu poi a Napoli Wilhelm Tischbein, impegnato nella rifondazione dell'Accademia napoletana, con l'obiettivo, non riuscito del tutto, di “convertire” alla riforma neoclassica i pittori locali, ancora legati alla tradizione solimenesca.

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C APITOLO PRIMO La Reggia di Caserta: l'Appartamento settecentesco La pittura napoletana del Settecento: lineamenti generali Nella cultura figurativa della prima metà del XVIII secolo persistono, e anzi, vengono ulteriormente sviluppati, i tratti caratteristici della espressività seicentesca, basati sulla linea ondulata, sul violento contrasto tra luce e ombra, sulle superfici curve, ricche di sporgenze e cavità, sulla luce come protagonista principale dell’opera. Si assiste dunque al trionfo del rococò, termine che deriva dal francese rocaille , indicante una particolare decorazione a conchiglia. Molti sono gli aspetti omogenei tra barocco e rococò, soprattutto lo stesso atteggiamento di privilegiare una decorazione ridondante; ma vi è una grande differenza: il diverso peso che la Chiesa ha sulla società del tempo. Il Settecento è un secolo del tutto laico rispetto al precedente, ed anche l’arte riflette questo suo aspetto, contrariamente a quanto avveniva in epoca barocca, quando la ricchezza della decorazione doveva soddisfare le esigenze della corte papale. Nella seconda metà del secolo, invece, si afferma con potenza la borghesia, che si ribella all’aristocrazia largamente privilegiata. Ecco allora che in arte si rifiutano sia il barocco che il rococò, proprio in quanto espressioni della corte assolutistica, e vengono formulate teorie sull’arte come scienza del bello. Cominciano ad essere recuperati i principi classici poiché rappresentano l’espressione di rigore morale, purezza di forme e rifiuto di ogni decoratività superflua, che potessero liberare dalle sregolatezze barocche 1 . Mentre, quindi, in tutta Europa si va affermando il movimento neoclassico, a Napoli la situazione è diversa. Qui infatti la figura di maggiore spicco nel panorama della cultura figurativa napoletana fu Francesco Solimena, il cui linguaggio artistico condizionò profondamente gli artisti del suo tempo. Considerato uno degli artisti che meglio incarnarono la cultura tardo-barocca in Italia, Solimena dopo una prima formazione presso la bottega del padre Angelo, resosi 1 E. Zanetti (a cur a di), Storia dell'arte: linguaggi e percorsi, Milano 1995, pp. 8-9. 2

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