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Il mito come linguaggio e visione del mondo. Proposte antropologiche del Novecento

Informazioni tesi

  Autore: Laura Dotti
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2007-08
  Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere moderne
  Relatore: Massimo Marassi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 244

Questa tesi nasce dalla fascinazione subita intuendo l'importanza del mito come elemento fondante della realtà, della cultura in senso lato e quindi delle peculiarità che distinguono l'uomo da qualunque altro essere vivente.
L'intento è stato quello di scoprire dove nasca e dove vada a morire il mito e se, a tutt'oggi, sia rinvenibile negli anfratti della nostra società contemporanea.
Nell'arco della trattazione, prendendo in esame un mito in particolare –quello del labirinto– si vedrà l'importanza di non prescindere dal mito dal quale veniamo e di cui siamo frutto attraverso millenarie elaborazioni scritte e non scritte.

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1 I Capitolo 1.1 Problemi di definizione «Quale voce ascoltare nella mitologia? Quale pensiero scoprirvi? È forse un linguaggio, il primo linguaggio, quello dell’umanità ancora balbettante? Candore dell’ignoranza o parola originaria? Canto della terra o tragedia della natura? Il discorso di società primitive o arcaiche su se stesse, o il fenomeno religioso superiore[…]?[…] Ed esiste un pensiero mitico in cui tutte le forme della cultura sono per così dire avvolte in qualche figura scaturita dal mito? E questo pensiero, universale come lo steso spirito umano, è forse in grado di produrre all’infinito sempre nuovi racconti[…]?È la terra natale in cui il pensiero filosofico prende coscienza di sé man mano che riesce ad astrarsene e a divenire concettuale, o esige piuttosto una fede inconcussa? È selvaggio, colto, o entrambe le cose? Descrive il soprannaturale? È fonte di legittimazione? È inconscio, “obbligatorio”, fondamentale, sotto l’apparenza illusoria del piacere che elargisce senza risparmio? Una ignoranza che mima la profondità o un essenziale che si ignora?» 1 . Dopo aver ricercato una definizione di mito tra le pagine di innumerevoli testi appartenenti a diverse discipline, ho avuto la sensazione che, ancor oggi, qualcosa di vagamente esoterico e misterioso avvolga la parola mito, impedendo così di delinearne in modo limpido un significato universale. Mi appoggio allora alle parole di Mircea Eliade 2 , che così scrive nel suo Mito e realtà : 1 M. Detienne, L’invenzione della mitologia, 1983 e 2000 Bollati Boringhieri editore, Torino, pp.8-9. 2 Mircea Eliade, (Bucarest, 13 marzo 1907 –Chicago, 22 aprile 1986) è stato uno storico, scrittore e antropologo rumeno. Uomo di cultura vastissima e di straordinaria erudizione, grande viaggiatore, parlava e scriveva correntemente otto lingue: rumeno, francese, tedesco, italiano, inglese, ebraico, persiano e sanscrito. Eliade fu fenomenologo delle religioni, studioso ed espertissimo di yoga e di sciamanesimo, filosofo e saggista. Al centro del pensiero di Eliade c'è il concetto di mito come ierofania (apparizione / rivelazione del sacro). Il mito è un atto di creazione dello spirito indipendente dalla storia, ma che anzi fonda esso stesso la storia, e che nel corso della storia si ripete e ritorna ciclicamente. La storia delle religioni è quindi storia delle ierofanie che si ripetono nel tempo dell'uomo, riproponendovi l'alternanza sacro / profano (sia nel tempo - con le feste - che nello spazio - con i "centri del mondo") e riattualizzando per questa via i miti primordiali.

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