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“Star bene in ospedale”: un’esperienza psicosociale nella comunità dello Spirito Santo in Pescara

Informazioni tesi

  Autore: Maria Maddalena Donatacci
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Salvatore Sasso
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 161

Tra le malattie a minaccia per la vita, il cancro è identificato come sinonimo di morte, tradizionalmente associato alla perdita di ogni speranza e rappresenta una triade di sofferenza, disperazione e morte. La gente, infatti, parla più facilmente di morte che di cancro, che è piuttosto considerato come una piaga che non fa discriminazioni, che non perdona nessuno, che colpisce buoni e cattivi, ricchi e poveri.
George Engel ha introdotto il termine di approccio bio-psico-sociale, secondo cui sia l’assistenza alla persona colpita dal cancro, sia i percorsi di cura devono articolarsi prendendo in considerazione, in maniera globale, tutte le dimensioni dell’esistenza: fisica, psicologica, spirituale e relazionale, sui cui si fonda l’unicità dell’essere umano.
Tali cambiamenti possono comportare difficoltà nella conduzione della propria vita quotidiana, a causa delle limitazioni del paziente, della sua necessità di aiuto, della perdita della propria autonomia e della sua conseguente dipendenza dagli altri. L’alimentazione, la sessualità, il lavoro il tempo libero appaiono improvvisamente difficili, talvolta per sempre modificati.
È evidente che tutto ciò si associ a conseguenze importanti sul piano psicologico, data l’inscindibilità, come essere umani, della sfera biologica ed emozionale. La perdita della sicurezze, il senso di instabilità, le limitazioni della propria libertà, le modificazioni delle relazioni con gli altri, il timore della sofferenza, una cattiva prognosi, sono solo alcune delle molteplici esperienze con cui la persona colpita da cancro deve confrontarsi giorno per giorno alle quali cerca di reagire con propri meccanismi di difesa o strategie di coping.
Strettamente correlata alla dimensione psicologica, è la dimensione emozionale che coinvolge le parti più profonde dell’essere e dell’essenza di ciascuno di noi. Il nostro senso di appartenenza ai sistemi micro e macro/sociali viene minacciata e colpita dalla diagnosi di cancro.
Il processo di malattia si pone dunque come un evento che interrompe il percorso di vita della persona, causando spesso disturbi psicopatologici e frammentando tutte le dimensioni sulle quali si basa l’esistenza umana. Risulta quindi chiaro come, sia l’assistenza alla persona colpita dal cancro, sia i percorsi di cura debbano articolarsi prendendo in considerazione, in maniera globale, tutte le dimensioni dell’esistenza. Lo stato di salute, quindi, è un concetto multidimensionale, che, come pubblicato dall’OMS, è legato alla valutazione individuale del proprio stato di salute, indipendentemente dalla presenza di segni e sintomi della malattia, attraverso un bilanciamento tra il livello di salute riferito e la percezione soggettiva di salute, così come la vive il soggetto. In questo contesto, va inserito il concetto di Qualità di Vita. Trattandosi di un concetto soggettivo, per poterlo misurare è, quindi, opportuno individuare, attraverso una metodologia scientifica, le variabili che realmente incidono sul grado di benessere e che talvolta non corrispondono a quelle che il “buon senso” o l’intuizione suppongono in modo superficiale. In particolare, il grado di soddisfazione, la sofferenza fisica e psichica, il senso di controllo della propria vita, la presenza di relazioni interpersonali significative sono state individuate come variabili realmente incisive sulla Qualità della Vita, mentre minore rilevanza è stata data ai soli aspetti medici oggettivi legati all’impatto della malattia.
L’interesse verso gli aspetti psicologici e sociali, insiti nella patologia oncologica è sfociato nella nascita di una vera e propria disciplina scientifica denominata Psico-oncologia,
Partendo da questi presupposti, la ricerca descritta nel capitolo quinto, condotta nel Dipartimento di Ematologia del Presidio Ospedaliero dello Spirito Santo in Pescara, è stata finalizzata all’analisi della Qualità di Vita presente in un campione di 30 pazienti oncologici in fase terminale, mediante la somministrazione del questionario SF-36, confrontata a quella di un campione rappresentativo della popolazione italiana.
Come descritto nel terzo capitolo, è molto difficile “giudicare” o misurare la Qualità di Vita, perché lo stato di salute di una persona non può essere generalizzato in quanto, essendo soggettivo, dipende da proprie caratteristiche di personalità e dai fattori legati alla malattia.
Nonostante il cancro rappresenti ancora oggi una delle più gravi malattie a minaccia per la vita, l’approccio bio-psicosociale apre la strada ad un nuovo modello di intervento non più tradizionalmente legato esclusivamente al corpo, come era il modello medico, ma basato sul concetto di “persona”.

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INTRODUZIONE INTRODUZIONE Oggi la paura della morte è sicuramente considerata, fra le paure, quella più temuta. Nonostante ciò, abbiamo imparato a conviverci (Cicelely Sunders. 2004. L’assistenza ai malati “incurabili”). Ciò che spaventa maggiormente diventa la paura di non vivere; nel senso di perdere la propria identità, con tutto quello che la caratterizza: quello che si è raggiunto, che si possiede, che si è costruito nei progetti terreni. Un timore, questo, dovuto ad una perdita di prospettiva, che porta a considerare la paura della morte come paura della vita (o viceversa), ascrivibile anche al conflitto che divide la personalità tra il mondo sostenuto dall’illusione di un’esistenza senza fine e quello vissuto nella consapevolezza dell’impossibilità di raggiungere una vita eterna. La storia della morte e della medicina in Occidente è fortemente segnata dalla sfida di raggiungere la vita eterna, responsabile in qualche modo della corruzione di un concetto tradizionale di morte, un concetto per il quale la morte è “contrario di vita” o “quando la vita non è più”. Anche il pensiero psicoanalitico si attesta sulla posizione di morte come esperienza che l’essere umano ha impossibilità o difficoltà a riconoscere come propria e a rappresentare. Sigmund Freud (Totem e tabù, 1975), afferma l’impossibilità per l’uomo di rappresentare la propria morte (ogni volta che prova a rappresentarla si accorge che non può esserne spettatore), da cui deriverebbe la nostra convinzione inconscia di immortalità. Curl Gustav Jung (Anima e morte, sul rinascere.1978.), da parte sua, parla di una difficoltà della vita psicologica ad adattarsi alla legge naturale della morte: “L’essere umano è come se cercasse di trattenere la propria infanzia immaginando con questo che il tempo si arresti.” Non a caso la nostra cultura rispetto alle culture orientali, è caratterizzata, da una parte, dalla necessità di evitare l’identificazione con il morto attraverso i comportamenti del lutto, dall’altra, dall’esigenza di disfarsi del cadavere, con la sepoltura. Tra le malattie a minaccia per la vita, il cancro è identificato come sinonimo di morte, tradizionalmente associato alla perdita di ogni speranza e rappresenta una triade di sofferenza, disperazione e morte. La gente, infatti, parla più facilmente di morte che di cancro, che è piuttosto considerato come una piaga che non fa discriminazioni, che non perdona nessuno, che colpisce buoni e cattivi, ricchi e poveri; una morte particolarmente terribile: lenta, inevitabile, deturpante, lucida e dolorosa, a causa di una scarsa tradizione di terapia di dolore e di una limitata comunicazione dei casi di cancro curabili in Italia. Il cancro è considerato una malattia della civiltà moderna in riferimento alla tossicità del nostro ambiente fisico e mentale, da sempre temuto a causa della sua epidemiologia invasiva e fatale. Alcune caratteristiche del cancro erano note già al tempo di Ippocrate, grande medico greco. La 4

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