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Strutture metriche e ritmo narrativo nella prosa di Silvio D'Arzo

Partendo dalle concezioni del ritmo narrativo proposte da Émile Benveniste nel saggio La nozione di ritmo nella sua espressione linguistica e da Henri Meschonnic in Critique du rythme, Anthropologie historique du langage, questo lavoro si propone di indagare gli effetti ritmici in alcuni generi della prosa e in particolare nel racconto lungo di Silvio D’Arzo, Casa d’altri.
Il ritmo, individuato come il portato finale del senso nel discorso narrativo, si realizza infatti nelle movenze della sintassi, nell’uso della punteggiatura e nelle diverse marche linguistiche che caratterizzano l’opera letteraria.
In particolare, il ritmo nella prosa è a volte rafforzato dall’utilizzo di strutture metriche proprie della poesia, quali il decasillabo e l’endecasillabo che, scandendo in cola ritmici il racconto con la regolarità di un metronomo, si realizzano grazie alle soluzioni stilistiche di cui l’autore si serve.
Casa d’altri, pubblicato postumo, è stato stampato in quattro diverse stesure: la prima, esce su l’“Illustrazione Italiana” del 18-25 luglio 1948, con il titolo Io prete e la vecchia Zelinda, a firma Sandro Nedi, notevolmente più breve (solo cinque brevi capitoli), rispetto alla versione “definitiva” e più nota del testo. Tale edizione non è una vera e propria redazione autonoma del racconto: in essa infatti la vicenda si interrompe subito dopo la rivelazione di Zelinda al prete, e alcuni personaggi di contorno sono assenti.
La seconda edizione, che consiste in quindici brevi capitoli, viene pubblicata postuma alla fine del 1952 (D’Arzo era morto qualche mese prima, a gennaio) nel quaderno X di “Botteghe Oscure”, per l’interessamento dell’avvocato reggiano, amico di D’Arzo, Giannino Degani, presso Anna Banti e Giorgio Bassani.
La terza versione, che è quella che si legge oggi, appare per la prima volta nella primavera del ‘53 per i tipi della Sansoni, nella collana “La Biblioteca di Paragone”. Rispetto al testo di “Botteghe Oscure”, l’edizione Sansoni presenta una variante sostanziale, dovuta alla reintegrazione di una breve porzione di testo mancante nell’edizione del 1952, integrazione risalente probabilmente a un recupero diretto dell’originale.
C’è poi un’ultima redazione scorciata, recuperata da Rodolfo Macchioni Jodi dai dattiloscritti disponibili e riprodotta nell’edizione Nostro Lunedì di Enrico Vallecchi: questa versione, nonostante rispecchi l’ultima volontà dell’autore da un punto di vista strutturale, non risulta del tutto affidabile, a causa dell’uso contaminativo, e a volte arbitrario, dei documenti.
Nella trattazione che segue, ai fini dell’analisi delle strutture metriche presenti nella prosa, si utilizzerà come testo di riferimento la terza stesura di Casa d’altri, oggi riproposta nell’edizione Einaudi nel volume Casa d’altri e altri racconti.

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3 CAPITOLO I SUL CONCETTO DI RITMO NELLA PROSA 1.Il ritmo secondo Émile Benveniste e Henri Meschonnic Il ritmo è un termine dal significato polivalente e d‟accezione così vasta che fin dall‟antichità la sua definizione è stata soggetta a diverse interpretazioni: introdotto nel pensiero occidentale dalla filosofia ionica della natura di Eraclito e Democrito nel V e IV secolo a. C, rhythmós in lingua greca designava inizialmente «la forma nell‟attimo in cui è assunta da ciò che si muove, è mobile, fluido, la forma di ciò che non ha consistenza organica» 1 . Nella teoria platonica il ritmo ha poi assunto un‟accezione diversa: associando il ritmo alla forma del movimento che il corpo umano compie nella danza, Platone infatti lo concepiva non come improvvisato, modificabile e momentaneo, ma come forma determinata da una “misura” e soggetta ad un ordine. Il ritmo, considerato una “disposizione” nel tempo di elementi riconoscibili e significativi, era dunque «costituito da una sequenza ordinata di movimenti lenti e rapidi, così come la melodia risulta dall‟alternanza dell‟acuto e del grave» 2 . Il significato della parola ritmo, quindi, sin dalla sua comparsa nel pensiero occidentale, racchiudeva in sé due principi in contraddizione: da una parte stava ad indicare il concetto del movimento fluido e improvvisato (poiché si applica a fenomeni còlti nella loro mobilità, nel loro processo di trasformazione continua), dall‟altra il concetto di movimento soggetto ad un ordine (inteso come regolarità e ripetizione nell‟ordine di una successione temporale). Tale ambivalenza di significato tra ritmo come regolarità e ripetizione e ritmo come pura fluenza è la caratteristica fondamentale che continua ad 1 É. Benveniste, La nozione di «ritmo» nella sua espressione linguistica, in Problemi di linguistica generale, Milano, Il Saggiatore, 1971; trad. it. di Problèmes de linguistique générale, Paris, Gallimard, 1966, p. 396. 2 Ibidem, p. 398.

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Alessia Bombardieri Contatta »

Composta da 64 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.