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La Preazione

Informazioni tesi

  Autore: Sergio Calzolaro
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Accademia di Belle Arti
  Facoltà: Arti Visive
  Corso: Grafica d'Arte
  Relatore: Federico Ferrari
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 94

Lo stimolo originario che ha mosso questo mio ragionamento si sintetizza in una semplice questione: prima dell’agire è il pensare, e prima ancora cosa c’è? Cioè, prima della motivazione razionale del perché si compie un determinato gesto o prima del fattore che stimola una volontaria esternazione motoria, cosa c’è? Qual è il meccanismo che sviluppa l’idea originaria dell’agire? Questa curiosità trova posto in me già da qualche tempo, pressappoco dal periodo successivo alla maturità giovanile. Alcuni addirittura mi hanno stuzzicato e provocato suggerendomi di lasciare quesiti del genere a mentalità più scientifiche!
Ho preso in mano i testi di Sigmund Freud la prima volta durante il corso triennale accademico, un po’ anche forzatamente; non riuscivo a rendermene conto inizialmente ma rileggendo due dei suoi saggi La psicoanalisi e poi L’interpretazione dei sogni, mi si è spalancata una porta di nuove spiegazioni e successivi stimoli. Ovviamente il gioco non era finito lì anche perché in questo caso la mia soddisfazione era legata solo a un fattore progressivo, cioè era un punto che si aggiungeva alla ricerca precedente, della forma da rendere, da visualizzare. Nel saggio L’interpretazione dei sogni Freud, per semplificare il metodo di spiegazione, giunge a paragonare il sistema psichico umano a una retta dove ai vertici egli poneva rispettivamente lo stimolo sensorio da una parte e la realizzazione motoria dall’altra. Tale schema mostra chiaramente il nostro modo di comportamento psichico relazionato con l’esterno. Un sistema che oltretutto è collegato a una dinamica progressiva.
Col passare del tempo poi ho conosciuto il lavoro di artisti, importanti per questo mio dilemma, che legavano il lavoro con il momento creativo precedente l’azione, ognuno a suo modo: da Yves Klein a Gordon Matta Clark, da Wolfgang Laib a Wic Muniz, ecc. Il campo variava da artista ad artista. E forse io in qualche caso ho corrotto le concezioni artistiche di qualcuno di questi per mia testardaggine. Ad ogni modo mi confortava sapere che nella storia molti personaggi, non solo artisti, avevano avuto a che fare con il pre-agire. Era come un’attenuante per i quesiti che molte persone reali mi ponevano. Il pre-agire? In che senso? Che cosa intendi? Il bello è che, per me, il concetto è più semplice e serio di quanto l’hanno interpretato altre persone quando cercavano di venirmi incontro con le loro idee e concezioni!
Finalmente poi tempo fa, quasi per caso, ho raggiunto una sorta di meta che definisce chiaramente quello che cerco di spiegare: ho avuto a che fare con la produzione letteraria di Herman Melville, in modo particolare con il suo testo Bartleby lo scrivano (Bartleby The Scrivener). Un fantastico libro dove un particolare scrivano a suo modo reclama il silenzio e l’ozio, contro tutti i pesanti dettami del fare utilitaristico. Il racconto di primo acchito non sembra avere relazione con il mio tema di ricerca, ma il fatto che questo testo sia stato poi meditato, interpretato e tradotto da alcune importanti figure della cultura letteraria contemporanea spiega il motivo per cui inserisco questo scritto nella mia bibliografia. La celebre frase del protagonista del racconto «Preferirei di no» contiene in sintesi la risoluzione alla mia questione: bloccare il processo di un ordine stimolato e indotto astrattamente verso un gesto o un’azione materiale motoria ed esterna, per indagare meglio i processi dinamici. Le tre parole compongono una contraddizione semplice e lampante. Il preferire che si contrappone al negare, il sì legato al no. Alla mia felicità di aver trovato qualcosa che cristallizzi e espliciti chiaramente le mie sensazioni, si univa anche il fatto che questo libro abbia sviluppato in seguito una quantità notevole di produzioni letterarie di vario genere. Giorgio Agamben e Gilles Deleuze ad esempio nel loro testo, Bartleby. La formula della creazione, dedicato a questo particolare personaggio, sviluppano la tesi che ingloba e stimola la mia ricerca dell’astratto momento originario.
Sviluppo quindi un concetto inconsistente, che medita sulla pre-azione, che concettualizza qualcosa che in sostanza non può essere. Metto per iscritto l’invisibile, senza fare magie. Cerco di parlare di qualcosa che ho dentro che non riesco a esternare facilmente, ma che con l’aiuto dei testi, degli altri artisti interrogati e dai dibattiti, verrà fuori. Cerco di tradurlo razionalmente in qualcosa di tangibile e voglio andare oltre la forma, rimanendo con i piedi per terra. Come un palloncino di elio zavorrato.
Non parlo di qualcosa di vago, che non so. Piuttosto mi propongo di esternare tramite la scrittura una sensazione che tutti hanno, ma di cui poco si parla: la pre-azione.

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3    INTRODUZIONE Ecco. Lo sto facendo. Sto realizzando concretamente un’idea facendola divenire atto e quindi gesto. Sto esternando con l’estremità motoria del mio apparato psichico qualcosa che prima era pensiero indefinito. Una potenza mentale che sembra dissolversi nel divenire espressione esterna. Lo stimolo originario che ha mosso questo mio ragionamento si sintetizza in una semplice questione: prima dell’agire è il pensare, e prima ancora cosa c’è? Cioè, prima della motivazione razionale del perché si compie un determinato gesto o prima del fattore che stimola una volontaria esternazione motoria, cosa c’è? Qual è il meccanismo che sviluppa l’idea originaria dell’agire? Questa curiosità trova posto in me già da qualche tempo, pressappoco dal periodo successivo alla maturità giovanile. Alcuni addirittura mi hanno stuzzicato e provocato suggerendomi di lasciare quesiti del genere a mentalità più scientifiche! Col tempo, ho provato a trovare delle soluzioni aiutandomi con alcune opere letterarie, che davano ognuna in modo differente una risoluzione al quesito. Il primo di questi è stato il saggio scritto da Henry Focillon nel 1940 Vita delle Forme ed Elogio della mano; durante la lettura di questo piccolo testo certe nozioni, anche poetiche, chiarivano alcune parti della ricerca. Nella seconda parte del libro l’autore, argomentando alcuni precisi movimenti della mano, quasi come fosse un fisioterapista, da’ un’interpretazione meccanica legata a una

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