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Regolamentazione degli investimenti esteri nel mercato azionario cinese

La Cina rappresenta, indubbiamente, l'economia a più rapida crescita sul pianeta; ottenendo, infatti, uno sviluppo annuo di più del 7 per cento del PIL, a partire dal 1991, ha attirato l'attenzione del resto del mondo per una evidente buona ragione: sembra quasi che non ci sia modo di fermare la corsa di questo gigante drago del lontano oriente.
D’altra parte la sua rapida crescita economica e industriale ha irrevocabilmente alterato il preesistente equilibrio del commercio internazionale, degli investimenti e dei modelli di produzione, sia a livello globale che regionale. Ragion per cui molte economie del pianeta stanno cercando negli ultimi anni di ritagliarsi una posizione privilegiata nelle future tappe dell’esponenziale ascesa di questo immenso Paese.
Analogamente, la storia del mercato azionario cinese è una delle tante storie dell’ex Celeste Impero che prendono il via dal processo di riforma e dagli sforzi compiuti per l’apertura e la transizione all’economia di mercato.
L’adesione al WTO ha segnato, poi, un periodo cruciale per l’innesco di un complesso processo di riforme e il consolidamento di molte leggi e regolamenti cinesi, peraltro tutt’ora pienamente in atto, che in uno col processo di apertura e l’impressionante crescita economica, hanno rappresentato e rappresentano ad oggi un’opportunità senza precedenti per il mercato dei capitali internazionale.
Ebbene, a distanza di circa otto anni da questa epocale svolta la Borsa di Shanghai inizia a influenzare prepotentemente i listini dell’intero globo. La Borsa cinese (incluse Shenzhen e Hong Kong) è già divenuta, quindi, la seconda al mondo per capitalizzazione; precede infatti Tokyo, e ora comincia a mandare dei segnali forti e chiari sul suo peso nelle valutazioni economico-finanziarie degli operatori mondiali: negli ultimi due anni lo Shanghai Composite Index ha anticipato i risultati delle chiusure dell'indice Standard&Poor's nell'80% dei casi; nei sei anni precedenti la correlazione era stata di un modesto 45%.
Pare del tutto inequivocabile il segnale di una maggiore integrazione, congiuntamente ad un peso crescente del paese nell'economia internazionale. Non lascia dubbi neanche la diversificazione del sistema cinese, intenzionato a non relegare la propria forza ad una gigantesca macchina di produzione per la committenza straniera.
La crescita della Borsa di Shanghai sta a significare l'importanza del ruolo rivestito anche dalla finanza; pare insomma che persino il partito comunista più grande e potente del mondo abbia capito l’importanza dei mercati finanziari per lo sviluppo di un paese ; non si può, cioè, rinunciare alla raccolta di credito garantito alle imprese da un mercato mobiliare solido.
Ma se il quadro è così roseo, che cosa sta causando la riluttanza degli investitori istituzionali dal versare il loro denaro in borse cinesi? Quali sono i fattori che limitano la crescita della Cina in questo ambito? E quali sono le soluzioni a questi problemi per portare un maggiore beneficio per le persone in Cina e nel resto del mondo?
Il mercato azionario cinese è attualmente una piazza emergente con enormi potenzialità anche a livello globale e dà un valido contributo alla stabile crescita economica dell’intero paese. Però, alla stregua di ogni altra piazza finanziaria emergente, capace di attirare flussi di capitali da tutto il mondo, collocata al centro di un'economia in forte crescita, è capace al tempo stesso di innescare vertiginose salite e precipitose discese, con gli investitori che tendono a ottenere i massimi guadagni a breve e che, non potendo fare troppo affidamento sui cosiddetti indicatori “oggettivi”, tendono a seguire i comportamenti del “branco”.
Ma vi è di più: l'esistenza di partecipazioni non negoziabili, infatti, che ha rappresentato fino a poco tempo fa oltre il 60% di tutte le azioni emesse sul mercato è stato il più grande ostacolo allo sviluppo dell’azionario cinese. In effetti, a causa della pressante immanenza della cultura comunista nell'economia cinese, molte società quotate sul mercato, una volta erano direttamente proprietà del governo stesso; e, in parte, il governo detiene ancora oggi una quota di maggioranza in molte di queste aziende. Non si sottace che, ad oggi, in molti investitori aleggi il dubbio circa una possibile futura tentazione per il governo a fare un passo indietro e riprendersi il controllo delle società oggetto di scambio, lasciando gli investitori potenzialmente in una situazione finanziaria nettamente svantaggiosa.
Attualmente le autorità sono coinvolte in una serie di azioni per correggere la situazione. Il processo di riforme ha portato e porterà indubbi miglioramenti alla struttura esistente, tuttavia la strada da percorrere è ancora molto lunga e tortuosa.

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 Introduzione 
 
 Come
 giustamente 
argomentato
anche
da
illustri
teorici
nel
corso
d el
XX
secolo,
il
«diritto»
 rappresenta,
in
larga
misura,
il
frutto
di
processi
di
negoziazione
al
cui
interno
svolgono
un
 ruolo
essenziale
i
mercanti,
i
proprietari,
i
protagonisti
di
attività
imprenditoriali
e
ogni
 singolo
operatore
economico.
 
 Lo
stesso
Karl
Marx,
a
suo
modo,
percepì 
il
diritto
quale
sostanziale
“sovrastruttura”
di
 rapporti
economici,
giungendo
alla
conclusione
che
solo
il
concretizzarsi
di
business
solidi
e
 indipendenti
potesse
porre
le
basi
sociali
necessarie
all’affermarsi
degli
stessi 
diritti
umani.
 
 Vi
sarebbe,
dunque,
un
rapporto
molto
netto
tra
lo
sviluppo
delle
relazioni
economiche
e
 l’instaurazione
di
una
società
retta
dal
rule
of
law. 
 Altrettanto
correttamente
Lon
L.
Fuller
sostenne
che
il
diritto
emerge
da
un
processo
di
 creazio ne
e
scoperta,
e
quindi
si
sviluppa
con
particolare
facilità
«entro
una
società
di
 negoziatori
 commerciali».
 L’attitudine
 a
 comprendere
 e
 soddisfare
 le
 pretese
 altrui
 è ,
 insomma,
un
tratto
caratteristico
del
“mercante”,
ed
è
proprio
la
sua
presenza
radicat a
 all’interno
dell a
società
che
può
favorire
il
 perfezionamento 
degli
ordini
legali . 
 Anche
 alla
 luce
 di
 quanto
 premesso,
 pare 
 dunque 
 imprescindibile,
 in
 questo
 preciso
 momento
 storico,
 il
 riferimento
 all’irruzione ,
 e
 al
 conseguente
 consolidamento ,
 del
 ”fenomeno
Cina”
sulla
scena
economica
internazionale
tutte
le
volte
in
cui
si
parla
di
 economia,
di
mercato
e
di
diritto. 
 Ogni
 giorno
 i
 rapporti
 economici
 tra
 il
 nostro
 Paese
 e
 la
 Repubblica
 Popolare
 Cinese 
 diventano 
 sempre
 più
 frequenti
 e
 complessi ;
 quotidian amente 
 le
 aziende
 italiane
 s ono
 spesso
costrette
a
relazionarsi 
con
la
realtà
di
questa
titanica
“fabbrica
del
mondo” . 
 Ebbene ,
da
più
parti,
ci
si
interroga
se
sia
“legittimo”
 – 
e
in
che
senso
– 
ampliare
sempre
più
 i
nostri
rapporti
economici
con
un
Paese
 pur
sempre
dominato
da
un
regime
ancora
in
gran
 parte
illiberale
e
da
( seppur
apparenti)
forti
contraddizioni. 
 La
Cina
è
sicuramente
un
nuovo
e
potente
competitor
ma
nello
stesso
tempo
un
nuovo
e
 immenso
mercato.
In
pochi
decenni
ha
compiuto
i
passi
che
il 
“vecchio
continente“
ha
 costruito
in
due
secoli. 


Tesi di Dottorato

Dipartimento: Formazione Interdisciplinare

Autore: Armando Scarpa Contatta »

Composta da 142 pagine.

 

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