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La rieducazione del paziente cerebellare

Informazioni tesi

  Autore: Simone Caracciolo
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Bari
  Facoltà: Medicina e Chirurgia
  Corso: Fisioterapia
  Relatore: Stefania Marra
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 233

Le responsabilità di un riabilitatore devono essere tali da spingerlo sempre al superamento della cultura accademica, avere la capacità di guardare oltre, essere al passo delle nuove ricerche e dei nuovi studi che il neurofisiologo affronta, affinchè il suo agire non sia obsoleto. E’ accaduto che nei testi di neurofisiologia scritti prima del 1980, il cervelletto è stato simbolizzato fondamentalmente come organo dell’equilibrio e della coordinazione, un organo quasi esclusivamente motorio. Alla luce delle nuove ricerche, l’identità del cervelletto risulta mutata e tale mutamento richiede necessariamente la reinterpretazione della stessa patologia cerebellare ed un ripensamento sulle condotte riabilitative tradizionalmente adottate.
Lesioni a carico del sistema cerebellare determinano alterazioni comportamentali che il riabilitatore ha sempre avuto difficoltà a trattare in maniera efficace. E’ probabile che tale stato di cose sia in rapporto con alcuni elementi che attualmente almeno in parte possono essere superati. E’ indubbio che il lungo elenco di segni motori che compongono i quadri semiologici descritti dal neurologo, rappresenti effettivamente il risultato di una lesione cerebellare ma è altrettanto vero, che quei segni non sono i soli e che, se dal neurologo possono essere ritenuti sufficienti per diagnosticare una lesione ad un determinato livello, non altrettanto valore rivestono per il riabilitatore nel momento in cui deve organizzare la condotta terapeutica.
Il neurologo privilegia in maniera esclusiva la componente esecutiva fenomenica del danno cerebellare, in quanto rappresenta il modo più idoneo per evidenziare la diagnosi di sede e spesso anche di patologia.
Occorre a questo proposito, prendere coscienza del fatto, che il neurofisiologo a partire dai suoi studi effettuati in maniera rigorosa, ha svolto un percorso estremamente complesso ed articolato, prima di giungere alla fase attuale che propone il cervelletto coinvolto in una serie di attività definite “cognitive”.
Contestualmente, al riabilitatore viene richiesto il mirabile sforzo di comprendere in quest’ottica, se la componente cognitiva del cervelletto si affianca a quella motoria oppure se la comprende; cioè se esistono un cervelletto motorio ed uno cognitivo, oppure se ne esiste uno solo, le cui alterazioni determinano un’alterazione nell’organizzazione del comportamento all’interno della quale le due componenti non possono essere scisse.
È facile comprendere come il tentativo di risolvere questi problemi rivesta notevole importanza per il riabilitatore che, a seconda della risposta che sarà in grado di dare, dovrà trovare nuovi e diversi indirizzi per l’organizzazione della condotta terapeutica. Allo stato attuale degli studi, infatti, non è facile avanzare sicure proposte di trattamento. E’ da tener presente comunque la rilevanza epistemologica della situazione, dato che il riabiliatore si trova di fronte ad un contesto scientifico nel quale il suo lavoro, se effettuato correttamente dal punto di vista metodologico, può dare un contributo non indifferente al controllo delle ipotesi di lavoro neurofisiologiche.

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Parole chiave

disturbi cervelletto
neurofisiologia
paziente cerebellare

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