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''La lingua scassata''. Glossario delle opere di Annibale Ruccello.

Informazioni tesi

  Autore: Angela Barba
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filologia moderna
  Relatore: Nicola De Blasi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 100

È parsa una scelta stimolante indagare tra le riflessioni linguistiche di Annibale Ruccello, drammaturgo stabiese scomparso prematuramente quando ormai era più che una promessa nel panorama teatrale nazionale. L’attenzione si è incentrata in primo luogo sull’analisi comparativa, con l’ausilio della valida bibliografia a corredo (Di Bernardo, Bianchi, De Blasi), dei testi ruccelliani dal punto di vista linguistico. Fondamentale è il contesto sociale e culturale in cui vive e opera, tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta, quando la televisione entrata ormai in tutte le case degli italiani propone modelli di comportamento e un linguaggio omologato che riduce fortemente l’espressività. Ruccello, grazie anche ai suoi studi di antropologia, nota come la cultura di massa stia schiacciando la cultura popolare e questo cambiamento della società si osserva soprattutto nella lingua. Nelle sue opere compie una scelta linguistica precisa, quella della verosimiglianza. La lingua dei suoi personaggi, infatti, rispecchia la realtà ed anche per questo il suo linguaggio non è uniforme, ma variegato, con la chiara volontà di riprodurre l’ibrido linguistico della società partenopea, dove, anche per effetto dell’influenza mediatica, dialetto e italiano si rincorrono e si mescolano ristratificandosi continuamente. Egli, dunque, mette in scena personaggi femminili, per lo più in contesti popolari e periferici, che con il loro linguaggio, a metà strada tra italiano e dialetto, fanno emergere la lingua scassata, di cui parla in un’intervista, un mezzo comunicativo basato sull’interazione tra la lingua italiana fredda ed impersonale della televisione e della radio, contrapposta alla lingua di viscere che viene fuori quando i personaggi esprimono il loro io più vero senza maschere sociali. La genesi di tale fenomeno è, senza dubbio, da ricercare nell’esproprio delle radici culturali di un intero popolo, costretto a ricorrere alla contaminazione linguistica per dar vita ad un dialetto degradato, ovvero un ibrido che non è più dialetto, ma neppure italiano.
In Ferdinando, anche se l’ambientazione storica non permette l’idea della intromissione massificante e omologante dei mass media, si ripresenta il confronto tra italiano e dialetto, esplicitato grazie ad alcune battute metalinguistiche pronunciate dalla protagonista della vicenda, Donna Clotilde. La baronessa infatti non vuole sentire parlare in italiano perché desiderosa di ritornare al passato borbonico. L’unico personaggio a parlare un italiano manierato sarà solo Ferdinando, finché mantiene il suo ruolo di dissimulatore, ma anche lui utilizzerà il dialetto quando mostrerà la sua vera natura. Non a caso il dialetto “chiantuto” qui rimanda ad un lessico appartenente alla sfera sensuale, corporea e alla tensione passionale che si stempera in una gamma che va dall’amore e alla morte.
Anche qui la lingua di viscere, che è forse l’unica possibile per manifestare la passione, è destinata a subire l’inganno e l’amara considerazione che non si può tornare indietro. I processi storici, come quelli che danno vita all’evoluzione di una lingua, non possono essere arrestati, tuttavia possono essere compresi per non correre il rischio di subirli. Nel nostro caso l’omologazione ad una sistema linguistico e/o comunicativo senza storia e senz’anima.
Della lingua usata da Ruccello nei suoi drammi si propone qui un glossario che riunisce le forme napoletane e italianizzate contenute nelle opere. Inoltre a testimonianza di un registro legato al vissuto quotidiano in cui il dialetto spalanca le porte all’universo televisivo e all’attualità vengono riportati nomi di personaggi e trasmissioni televisive.

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2 Annibale Ruccello: autore, regista, attore. Annibale Ruccello nasce a Castellammare di Stabia nel 1956 e si laurea con il massimo dei voti in filosofia a Napoli nel 1977 con una tesi in antropologia culturale sulla Cantata dei pastori di Andrea Perrucci. Nel 1978 fonda la cooperativa “Il carro” e in collaborazione con Lello Guida comincia a muovere i primi passi come autore. Debutta nella drammaturgia con Le cinque rose di Jennifer che insieme a Notturno di donna con ospiti e Week-end formano la trilogia che Ruccello chiama “teatro da camera”. Nel 1985 arriva la consacrazione di Annibale come autore con l‟opera Ferdinando, con la quale vince due premi IDI: uno nel 1985 come testo teatrale, e un secondo nel 1986, come miglior messinscena, allestita personalmente da Ruccello con la splendida scenografia di Franco Autiero e interpretata da Isa Danieli, musa ispiratrice e destinataria di questo testo. I suoi ultimi lavori sono Mamma, piccole tragedie minimali e Anna Cappelli. Morì in un incidente d‟auto nel 1986.

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