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Musica e scrittura. Perché e come trascrivere la musica etnica. Il caso di un repertorio Arberesh.

Informazioni tesi

  Autore: Orazio Maglio
  Tipo: Tesi di Dottorato
Dottorato in Teoria del linguaggio e scienza dei segni.
Anno: 2007
Docente/Relatore: Susan Petrilli
Correlatore: AugustoPonzioSusanPetrilli
Istituito da: Università degli Studi di Bari
Dipartimento: Pratiche Linguistiche e Analisi di Testo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 82

La popolazione Arberesh proveniente dall'attuale Albania si è insediata a partire dal XIV secolo, nell'Italia meridionale, conservando gelosamente tradizioni culturali, musicali e religiose. La peculiare tendenza all'autoisolamento rappresenta un serio pericolo di scomparsa del ricco patrimonio musicale e linguistico. Di qui la necessità e difficoltà di una trascrizione testuale che ne tramandi la storia.
Un approccio semiotico a tale questione rende più consapevole la trattazione degli aspetti linguistici e musicali.
Il presente lavoro costituisce una proposta di possibile intervento in questa prospettiva.

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3 Introduzione All‟origine del presente lavoro vi è un incontro: la scoperta di un popolo che senza clamori, lontano dalle luci della ribalta, si è ritagliato uno spazio vitale nel vasto panorama etnico che contraddistingue il territorio italico. Stiamo parlando degli arbëresh, popolazione di origine balcanica migrata, a partire dal XV secolo ed in ondate successive sino al XVIII, dall‟Albania verso il Mezzogiorno d‟Italia. Al giorno d‟oggi si contano poche decine di comunità la cui popolazione è costituita interamente dall‟etnia arbëresh; molto più numerosi i casi in cui gli arbëresh si sono mescolati agli italiani. In entrambi i casi, la maggiore diffusione si ha nel Meridione, con punte di rilievo in Sicilia, Calabria e Basilicata. L‟incontro di cui dicevamo è avvenuto in maniera del tutto fortuita: una delle tante manifestazioni estive in cui l‟originalità delle tradizioni locali viene offerta a turisti (pochi) ed emigranti (la maggior parte) tornati per una settimana nella terra natia. Quel „poco‟ offerto dai locali in una serata di fine agosto era un „poco‟ antico, e conservava le fragranze delle aspre montagne albanesi che somigliano a quelle del nostro sud, dove l‟assenza degli splendidi laghi alpini e delle suggestive cime montuose è largamente compensata dalla presenza di genuine tradizioni agresti, quasi uno squarcio nel passato a ricongiungerci con tradizioni remote e riti in disuso. Colpirono la nostra immaginazione soprattutto la musica e la danza, e di ciò tenteremo di dar conto nel corso della trattazione. Quell‟incontro ci è sembrato fosse opportuno fecondare con uno studio dedicato, facendo tesoro quanto più possibile di quell‟invito all‟ospitalità, all‟accoglienza, che da tempo viene invocato come elemento fondante di una cultura del dialogo e dell‟ascolto alternativa ad una prassi fatta di guerra e di conflittualità. L‟argomento si presenta vasto, fuorviante, destabilizzante. Ci siamo subito posti una semplice domanda: siamo in grado di abbracciare questa complessità, queste complessità, in un‟analisi che conduca infine alla sintesi? Siamo in grado di portare avanti una ricerca che vede intrecciarsi tra di loro almeno tre discipline: semiotica, musica ed etnomusicologia? Abbiamo la freddezza di amministrare il discorso in modo che il dialogo prevalga sulle ragioni delle singole discipline, in nome non di un precetto scientifico ma di un rispetto e un affetto per

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