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L'esportazione della rivoluzione iraniana: il caso iracheno

All’indomani della Rivoluzione iraniana, tutto il mondo iniziò ad interrogarsi se la Rivoluzione sarebbe stata esportata ponendo fine a tutti i regimi illegittimi, soprattutto se discriminavano la popolazione sciita. Preoccupazione che non è scomparsa con gli anni o in seguito agli sconvolgimenti nazionali ed internazionali, come evidente con l’invasione americana dell’Iraq nel 2003. La fine del regime di Saddam Hussein e l’implementazione delle regole democratiche avrebbero permesso alla maggioranza sciita irachena di entrare nelle maglie del potere come gruppo maggioritario. Per una parte degli analisti e dei capi di governo, tutto ciò non avrebbe che facilitato l’azione dell’Iran, libero di intervenire nelle questioni dello stato vicino ed in grado così di rafforzare una volta per tutte la sua supremazia nella regione, riuscendo a diffondere il sistema di stato islamico del velayet-e faqih.
L’obiettivo di questo lavoro è sottolineare l’imprevedibilità di un tale esito, nonché la sua improbabilità date le condizioni in cui lo stato iraniano e tutta la regione si trovano. In prima istanza bisogna considerare come ancor più importante dell’esportazione del progetto rivoluzionario sia la sopravvivenza del sistema, messa a dura prova dalla crisi di legittimità di cui soffre e che è peggiorata con la morte di Khomeini. Qualsiasi decisione presa in politica estera deve essere pertanto analizzata alla luce delle necessità interne e della ragion di stato, che hanno indotto l’Iran ad adottare posizioni diverse rispetto agli sconvolgimenti regionali, che seppur visti - anche semplicisticamente-simili, richiedono agende politiche differenti, come dimostrato dal caso libanese ed iracheno.
Per poter giungere a questa conclusione, non ci si può staccare dal processo storico che ha portato all’attuale situazione iraniana, a partire dal periodo post-khomeinista.
Uno dei problemi con cui il regime deve fare i conti non è solo il ruolo degli ulama, criticati di aver fatto molto di più rispetto al potere riconosciuto loro all’inizio, ma anche il fazionalismo politico che solo Khomeini era riuscito a controllare o a minimizzare. Conseguenze di entrambi sono state sia l’emergere dei militari - pasdaran nella gestione del Paese sia la critica sempre più aspra ed esplicita nei confronti del velayet¸ proveniente dalle file dei religiosi come dei laici.
Il fazionalismo della classe dirigente e del panorama politico iraniano può avere dei risvolti negativi non solo a livello interno, ma anche nelle sue relazioni internazionali, dove il pericolo è quello che diventi il suo punto debole. La crisi di legittimità, le critiche e la ricerca affannosa di un minimo comune denominatore tra le varie forze politiche rischiano di trasmettere all’esterno l’immagine di un Iran debole, facile vittima delle potenze straniere ed incapace di porsi come egemone nella regione. La politica estera così come definita negli ultimi anni riflette, quindi, la necessità dello stato di superare i limiti del double state, cercando sia di sfruttare l’occasione offerta dalla lotta globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre, sia di porsi quale difensore degli sciiti nella zona. Gli esiti di una tale tattica non sono per nulla definiti o sicuri, come sottolineato nel secondo capitolo e meglio approfondito nei capitoli successivi.
In particolar modo il Libano e l’Iraq sono stati indicati quali paesi in cui l’Iran ha maggiormente cercato di far sentire la sua influenza e di porre in atto quello che era il ruolo che lo stesso Khomeini aveva disegnato per il regime. Il punto principale non è negare una tale influenza o sminuire gli interessi iraniani in gioco sia a Baghdad che a Beirut, quanto piuttosto vedere come si tratti di due situazioni differenti, trattate in maniera radicalmente diversa e come l’intervento di Teheran non conduca per forza ad un esito certo ed inevitabile.La domanda a cui quest’analisi cerca di rispondere è se ci siano le condizioni per attendersi un’influenza esercitata ed accettata dell’Iran in tutta la regione del Golfo e principalmente in Iraq. Partendo dalla considerazione che l’esportazione della Rivoluzione non sia più l’obiettivo primario dell’agenda politica degli ayatollah, date le difficoltà interne, e che l’Iraq sia uno scenario nuovo ed unico in cui l’Iran potrebbe intervenire, si può ancora temere la sua forza di emulazione? L’Iran è davvero il marja indiscusso, fonte di riferimento per i fedeli sciiti?

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9 1. La difficile gestione della Repubblica Islamica Iraniana. All’indomani delle elezioni del 1997 per eleggere il presidente della Repubblica Islamica d’Iran, la sensazione che un cambiamento fosse possibile si diffuse a livello internazionale. Gli elettori iraniani avevano, infatti, designato, con il 60% dei voti, l’hojatolesman Mohammad Khatami quale loro quinto presidente. Più che i voti ottenuti, sorprese l’entità del tasso di partecipazione, pari all’88% 1 , che fu interpretato come volontà popolare di implementare il programma riformista presentato in campagna elettorale, ed ulteriore possibilità offerta alla leadership per stabilizzare il governo islamico, in precario equilibrio dalla morte di Khomeini. La morte di quest’ultimo aveva fatto emergere le contraddizioni insite nel sistema del governo islamico iraniano, fino a quel momento coperte dalla presenza di un leader carismatico capace di unire in sé tanto l’anima religiosa quanto quella politica della rivoluzione. 2 A livello internazionale i risultati del 23 maggio 1997 furono accolti positivamente, inducendo gli analisti del periodo a conclusioni positive e fiduciose sugli sviluppi domestici ed internazionali dell’Iran, che gli avrebbero permesso di uscire dall’isolamento, dalla condizione di stato pariah in cui si era ritrovato dopo la presa degli ostaggi americani 3 e la guerra contro l’Iraq di 1 S. Akbarzadeh, Where is the Islamic Republic of Iran heading? in “Australian Journal of International Affairs”, 59, n.1 (marzo 2005), p. 29. 2 M. Ranuzzi de’Bianchi, La morte di Khomeini e la sua difficile eredità: la monarchia del clero, in M.Emiliani, M. Ranuzzi de’Bianchi, E. Atzori (a cura di), Nel nome di Omar. Rivoluzione, clero e potere in Iran, Bologna, Odoya, 2008, pp. 221-237. 3 Il 4 novembre 1979, il gruppo Khat-e Imam - Via dell’Imam, guidato dall’hojatoleslam Musavi- Khoeni, occupò l’ambasciata statunitense a Teheran, prendendo in ostaggio tutti coloro che vi si

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Marika Armento Contatta »

Composta da 137 pagine.

 

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