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La revoca degli incarichi dirigenziali

La Costituzione riconosce i diritti di tutti i cittadini senza discriminazioni.

La realtà legislativa impone che la Pubblica Amministrazione abbia il dovere di revocare l’incarico dirigenziale se sussiste l’inadempimento del dirigente agli obiettivi prefissati nel contratto e se l’inadempienza assume i caratteri della gravità.
Questo dovrebbe essere il presupposto necessario e sufficiente che esenta ogni altro presupposto che non si ricollega ad esso.
La riforma varata dall’Esecutivo ha avuto, ed avrà ancora, rilevanti riflessi sulla dirigenza pubblica, sia generale che ordinaria, essendo stata prevista l’attuazione di meccanismi premiali correlati al merito riscontrato individualmente ma, la finalizzazione delle problematiche, continuerà a ricadere sulla capacità dei giudici di rintracciare esattamente la configurazione pragmatica del rapporto sottostante, soprattutto per evitare che soggetti particolarmente esperti e capaci possano finire nelle mani del potente di turno o possano ricevere una immeritata attenzione da parte dei vertici amministrativi, venendo così privati dall’essenziale bagaglio di competenze, di mansioni, di responsabilità, che costituisce il centro della figura dirigenziale.
Purtroppo la dirigenza, come tutte le altre frange del Pubblico Impiego contrattualizzato, ha perduto peso nel corso del tempo, perché le clausole generali sono in grado di affievolire la tutela giurisdizionale e di avallare sistemi di conduzione del rapporto assai perversi, ovvero di indebolire la posizione di autonomia dei dirigenti, con comportamenti di ambiguità sicuramente non conformi ai propositi costituzionalmente riconosciuti.

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3 INTRODUZIONE Le ultime innovazioni apportate alla “riforma” del Pubblico Impiego pongono una grande attenzione al ruolo del dirigente a cui spetta competenza e conseguente responsabilità, nel rispetto del principio di distinzione tra attività di indirizzo politico e attività di gestione per l‟attuazione dei programmi e per l‟adozione dei conseguenti atti, come la gestione delle risorse umane, finanziarie e strumentali a loro assegnate . Una delle più importanti leve per il miglioramento dell‟efficienza dell‟azione amministrativa nel suo complesso, indispensabile presupposto per un incremento della produttività del nostro Paese, è dato dalla dirigenza e dal personale a lui affidato. La normativa evidenzia come l‟intervento delle Pubbliche Amministrazioni deve essere rivolto al raggiungimento del pubblico interesse secondo i canoni dell‟imparzialità e del buon andamento; questo esige che coloro i quali operano nelle amministrazioni, non possono agire nel proprio interesse personale. La Corte Costituzionale ha evidenziato che la disciplina privatistica del rapporto di lavoro, non ha abbandonato l‟esigenza del perseguimento degli interessi generali 1 . 1 Corte Cost. 5 luglio 2001 n. 275, in www.cortecostituzionale.it, secondo cui “Manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 18 del decreto legislativo 29 ottobre 1998, n. 387, sollevata, in riferimento agli articoli 76 e 77 della Costituzione, nella parte in cui ha devoluto al giudice ordinario le controversie concernenti l'atto di conferimento (e di revoca) degli incarichi dirigenziali, avente, nella prospettazione del giudice rimettente, natura di atto amministrativo incidente su posizioni di interesse legittimo. Sulla base, infatti, di quanto già affermato con la sentenza n. 275 del 2001 a proposito di questione sostanzialmente identica, resta rimesso alla scelta discrezionale del legislatore ordinario – suscettibile di modificazioni in relazione ad una valutazione delle esigenze della giustizia e ad un diverso assetto dei rapporti sostanziali – il conferimento ad un giudice, sia ordinario sia amministrativo, del potere di conoscere ed eventualmente annullare un atto della pubblica amministrazione o di incidere sui rapporti sottostanti, secondo le diverse tipologie di intervento giurisdizionale previste (così, anche, oltre la ricordata sentenza n. 275 del 2001, le ordinanze n. 140 e 165 del 2001): qualsiasi problema, pertanto, relativo alla natura dell'atto di conferimento o di revoca degli incarichi dirigenziali non incide sulla attribuzione della giurisdizione effettuata dal legislatore. – Sulla mancanza di "valore costituzionale, che il legislatore ordinario sarebbe tenuto ad osservare in ogni caso", della regola di cui all'art. 5 della legge 20 marzo 1865, n. 2248, all. E, in

Tesi di Laurea Magistrale

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Viviana Niederegger Contatta »

Composta da 47 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 886 click dal 30/03/2011.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.