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Georges de La Tour e la lezione di Caravaggio

Informazioni tesi

  Autore: Francesca Taiana
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2010-11
  Università: Università Telematica Guglielmo Marconi
  Facoltà: Lingua e Cultura Italiana
  Corso: Lettere
  Relatore: Viviana Rubichi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 169

Una definizione univoca del movimento caravaggesco è ancora oggi impossibile da formulare. Caravaggio non fu un maestro nel senso tradizionale del termine e gli artisti che decisero di seguire la sua lezione pittorica formarono una sorta di “non scuola”: senza una bottega e senza allievi prescelti, la sua pittura e il suo stile originale rappresentarono una novità nel panorama artistico settecentesco, con la quale molti giovani di talento decisero di confrontarsi, lasciandosi coinvolgere dai nuovi stimoli proposti dal Maestro lombardo. L’arrivo a Roma del Merisi, nel 1592, segnò per la città un momento di irripetibile fervore artistico e culturale. La Chiesa cattolica riuscì a superare il clima di tensione dovuto alla Riforma Protestante e alla successiva replica della Controriforma, maturando l’idea di una fede moderna, grazie alle nuove istanze ideologiche, devozionali e politiche stabilite dalle tesi del Concilio di Trento. Il realismo di Caravaggio e l’uso della luce come sostanza inestricabilmente connessa alla metafora morale del lume agostiniano, principio di Bene e Verità, piacquero molto alle committenze del Clero romano che fecero in breve tempo del Maestro lombardo un artista stimato e celebrato. Le sue vicissitudini personali lo portarono ad una precoce dipartita, ma Roma rimase comunque la culla del Barocco e almeno fino al 1630 anche la città di riferimento per il movimento caravaggista, non solo italiano: dai paesi europei cattolici, numerosi pittori giunsero nella capitale pontificia per apprendere la lezione di Caravaggio. Giulio Mancini riuscì a trovare il filo conduttore della “Schola” nel procedimento pittorico del lumeggiare e nell’uso dell’artificio della camera oscura: si poteva dunque essere caravaggisti per la scelta dei soggetti, per lo stile delle composizioni, per l’uso di determinati strumenti da pittore ­ pennelli, tele, colori e pigmenti ­, per gli effetti ottici dovuti ad un “segreto” e particolare utilizzo della luce. Il movimento caravaggista ebbe confini piuttosto labili ed annoverò tra le sue fila artisti italiani, neerlandesi e francesi. Tra questi Georges de La Tour, pittore della provincia lorenese, che pur senza mai incontrare di persona Caravaggio e probabilmente senza nemmeno compiere un viaggio di formazione a Roma, apprese la lezione del Maestro lombardo in modo autentico e profondo, facendola propria in maniera originale. La Tour fu un pittore che lasciò in sospeso quasi tutte le questioni legate alla sua vita e alla sua produzione artistica, senza fornire elementi di certezza: come apprese la lezione di Caravaggio in maniera così abile? Come poté offrire una veste tanto originale del caravaggismo? Perché scelse di dipingere “a lume di notte”? Come conciliò il suo carattere apparentemente brusco con la delicatezza delle sue tele? Cosa volle realmente significare, teologicamente o idealmente, nei suoi dipinti? Quale fu il suo aspetto? Come scivolò nell’oblio e nell’anonimato? Tali sono soltanto una parte dei numerosi interrogativi che gli studiosi di la Tour si posero nel tempo, senza trovare risposte sufficientemente convincenti. L’unico contatto reale e documentato dalle fonti tra La Tour e Caravaggio fu la tela dell’Annunciazione di Nancy, realizzata nel 1609 dal Merisi, che il Maestro di Lorena poté osservare, ma sicuramente non in grado di chiarire la sensibile affinità artistica tra i due pittori.
Celebrato in vita come stimato pittore del Re, La Tour visse in modo agiato grazie alle committenze del Ducato di Lorena, anche nei momenti più bui della storia della regione francese, devastata da guerre, pestilenze e carestie. Non fu un pittore francese, ma lorenese tanto da rinunciare alla sfarzosa vita parigina e ritirarsi nel suo foyer di Lunéville, per dipingere opere di straordinaria bellezza. La Tour espresse con forza il realismo caravaggesco nelle tele “diurne”, opere realizzate all’impietosa luce naturale del giorno, senza possibilità di idealizzazioni o migliorie dei soggetti raffigurati; mentre riuscì a rappresentare la quiete dell’oscurità nei suoi “quadri a lume di notte”, capolavori silenziosi, potenti e misteriosi, dove la lezione di Caravaggio trovò il suo punto di equilibrio tra Natura e Spirito. La Tour dedicò alla luce la parte essenziale della sua pittura, rendendola la manifestazione del visibile e del vero, capace al contempo di dare visione di un’altra realtà. Con la morte di Georges de La Tour, il suo mondo fatto di immobilità e silenzio, contemplazione e redenzione, cadde nell’oblio portando con sé l’artista, l’uomo e le sue opere. Il pittore lorenese fu destinato a vivere una seconda straordinaria storia, quella della sua riscoperta, avvenuta a partire dal 1915 grazie al minuzioso lavoro di ricostruzione intrapreso da alcuni storici e critici d’arte, tra i quali Hermann Voss, Paul Jamot, Charles Sterling, Jacques Thuillier e Pierre Rosenberg.

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INTRODUZIONE Una definizione univoca del movimento caravaggesco è ancora oggi impossibile da formulare. Caravaggio non fu un maestro nel senso tradizionale del termine e gli artisti che decisero di seguire la sua lezione pittorica formarono una sorta di “non scuola”: senza una bottega e senza allievi prescelti, la sua pittura e il suo stile originale rappresentarono una novità nel panorama artistico settecentesco, con i quali molti giovani di talento decisero di confrontarsi, lasciandosi coinvolgere dai nuovi stimoli proposti dal Maestro lombardo. L’arrivo a Roma del Merisi, nel 1592, segnò per la città un momento di irripetibile fervore artistico e culturale. La Chiesa cattolica riuscì a superare il clima di tensione dovuto alla Riforma Protestante e alla successiva replica della Controriforma, maturando l’idea di una fede moderna, grazie alle nuove istanze ideologiche, devozionali e politiche stabilite dalle tesi del Concilio di Trento. Il realismo di Caravaggio e l’uso della luce come sostanza inestricabilmente connessa alla metafora morale del lume agostiniano, principio di Bene e Verità, piacquero molto alle committenze del Clero romano che fecero in breve tempo del Maestro lombardo un artista stimato e celebrato. Le sue vicissitudini personali lo portarono ad una precoce dipartita, ma Roma rimase comunque la culla del Barocco e almeno fino al 1630 anche la città di riferimento per il movimento caravaggista, non solo italiano: dai paesi europei cattolici, numerosi pittori giunsero nella capitale pontificia per apprendere la lezione di Caravaggio. Il movimento caravaggista ebbe confini piuttosto labili ed annoverò tra le sue fila artisti come Guido Reni, Orazio e Artemisia Gentileschi, Bartolomeo Manfredi, Gerrit van Honthorst, Simon Vouet e moltissimi altri pittori che non proseguirono sulla strada indicata da Caravaggio, ma Giulio Mancini riuscì già allora a trovare il filo conduttore della “Schola” nel procedimento pittorico del lumeggiare e nell’uso dell’artificio della camera oscura. Si poteva dunque essere caravaggisti per la scelta dei soggetti, per lo stile delle composizioni, per l’uso di determinati strumenti da pittore ­ pennelli, tele, colori e pigmenti ­, per gli effetti ottici dovuti ad un “segreto” e particolare utilizzo della luce.

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