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La prova dichiarativa

Informazioni tesi

  Autore: Ida Ponticelli
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Seconda Università degli Studi di Napoli
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Mariano Menna
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 156

Il presente lavoro ha per oggetto l’analisi della disciplina giuridica della prova dichiarativa nel processo penale, quale emerge innanzitutto dal dato codicistico ma, in maniera altrettanto evidente, dalla prassi applicativa e dalla riflessione dottrinaria. In particolare, la trattazione si pone l’ambizioso obiettivo di ricostruire, con un sufficiente grado di completezza, l’assetto attuale ed effettivo della prova dichiarativa, alla luce di una realtà normativa ed interpretativa tutt’altro che univoca.Infatti, un assunto ormai ampiamente condiviso in dottrina ed in giurisprudenza, è che la vera essenza innovativa del codice di procedura penale vigente risiede nel modo di escutere le fonti di prova dichiarative.Il dibattimento, come si afferma spesso con toni enfatici, è il cuore del processo, e la prova dichiarativa è il cuore del dibattimento.Se così è, appare allora quasi inconcepibile che le zone oscure si addensino proprio sul nucleo, su ciò che caratterizza intimamente e profondamente il rito.Esiste insomma, nella procedura penale italiana, un intreccio così fitto tra passato e presente da apparire, a prima vista, quasi inestricabile, e del quale non si può non prendere atto. Infatti, benché dal 1988 sia in vigore un codice di stampo accusatorio, costruito sulla centralità della prova dichiarativa come strumento per ridare spazio e robustezza alle garanzie difensive, permangono nel sistema delle vere e proprie zone d’ombra, in cui lo spettro inquisitorio continua pericolosamente a fare capolino.
È difficile individuare le specifiche cause di tale poco incoraggiante situazione.
Si può cominciare con il prendere atto che la disciplina della prova dichiarativa è spesso il frutto della ricerca di un non facile equilibrio tra principi fondamentali, in potenziale conflitto tra loro, quali il principio del contraddittorio, quello del diritto al silenzio dell’imputato sul fatto proprio, quello dell’obbligo di verità. Non solo: la materia della prova dichiarativa, in generale, paga l’ulteriore scotto di essere il luogo di elezione dove calibrare regole logiche e principi garantistici, ma soprattutto, tradizioni e ‘clima politico’.
Emerge dunque, in maniera allarmante, che i punti di criticità del sistema sono numerosi e coinvolgono il tema in esame in tutti i suoi profili.Paradossalmente, le difficoltà maggiori riguardano le tensioni interpretative che si sono coagulate attorno ai principi introdotti nell’art. 111 Cost. con la legge costituzionale 23/11/1999 n. 2, concernenti la disciplina della giurisdizione in generale, e la formazione della prova nel processo penale, in particolare. Principi a cui il legislatore ordinario ha inteso dare attuazione con la legge 1/3/2001 n. 63, nota come legge sul c.d. giusto processo.Si tratta, per quel che riguarda la prova dichiarativa, dei principi basilari della ‘parità d’armi’ e del diritto delle parti alla prova, intendendo sia quella diretta, sia quella contraria. Ma è soprattutto il principio del contraddittorio nella formazione della prova che connota precipuamente la riforma sul giusto ‘processo’.Esso è declinato, nel nuovo testo costituzionale, in una molteplicità di significati e di sfaccettature diverse, dalle quali traspare la precisa volontà di renderlo requisito esplicito ed inderogabile delle dinamiche processuali, e soprattutto probatorie.
Trattandosi di un tema di notevole interesse, che coinvolge l’intera problematica della prova dichiarativa e che sembra lontano dall’addivenire ad una soluzione univoca e pacificamente accolta, ad esso è dedicato il primo capitolo del presente lavoro.
Un’altra, interminabile, serie di incertezze riguarda l’individuazione delle figure soggettive dei dichiaranti. I problemi sono risalenti, ma si sono acuiti in modo drammatico a seguito della novella del 2001. Nel nostro sistema processuale, infatti, si è assistito, progressivamente, alla proliferazione di una vasta gamma di dichiaranti, e, quel che è peggio, alla creazione di figure ‘ibride’, dai confini assolutamente mobili ed instabili, che pertanto, finiscono inevitabilmente con il sovrapporsi, creando notevoli problemi applicativi.
L’intento perseguito è quello di analizzare ogni singola figura, al fine di enuclearne le caratteristiche fondanti e metterne in luce analogie e differenze.Ulteriore nodo problematico è costituito dalla controversa disciplina dell’ammissione della prova dichiarativa in dibattimento: tale argomento sarà attentamente affrontato, in particolare per ciò che concerne il rapporto tra diritto alla prova delle parti e potere probatorio residuale del giudice, in ordine alle modalità d’ingresso della prova orale nel dibattimento penale.Altra criticità che affiora dal contesto della prova dichiarativa riguarda le tecniche di conduzione dell’esame del dichiarante e, segnatamente, la difficile coesistenza tra la prova dichiarativa orale e quella scritta, cioè quella introdotta mediante la lettura delle dichiarazioni rese precedentemente.

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3 INTRODUZIONE Il presente lavoro ha per oggetto l’analisi della disciplina giuridica della prova dichiarativa nel processo penale, quale emerge innanzitutto dal dato codicistico ma, in maniera altrettanto evidente, dalla prassi applicativa e dalla riflessione dottrinaria. In particolare, la trattazione si pone l’ambizioso obiettivo di ricostruire, con un sufficiente grado di completezza, l’assetto attuale ed effettivo della prova dichiarativa, alla luce di una realtà normativa ed interpretativa tutt’altro che univoca. Infatti, un assunto ormai ampiamente condiviso in dottrina ed in giurisprudenza, è che la vera essenza innovativa del codice di procedura penale vigente risiede nel modo di escutere le fonti di prova dichiarative. Il dibattimento, come si afferma spesso con toni enfatici, è il cuore del processo, e la prova dichiarativa è il cuore del dibattimento. Se così è, appare allora quasi inconcepibile che le zone oscure si addensino proprio sul nucleo, su ciò che caratterizza intimamente e profondamente il rito. Esiste insomma, nella procedura penale italiana, un intreccio così fitto tra passato e presente da apparire, a prima vista, quasi inestricabile, e del quale non si può non prendere atto. Infatti, benché dal 1988 sia in vigore un codice di stampo accusatorio, costruito sulla centralità della prova dichiarativa come strumento per ridare spazio e robustezza alle garanzie difensive, permangono nel sistema delle vere e proprie zone d’ombra, in cui lo spettro inquisitorio continua pericolosamente a fare capolino.

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