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La legge applicabile al trust: il caso del trust interno

Informazioni tesi

  Autore: Serena Reboa
  Tipo: Tesi di Specializzazione/Perfezionamento
Specializzazione in Specializzazione delle professioni legali
Anno: 2010
Docente/Relatore: Tuo Chiara Enrica
Istituito da: Università degli studi di Genova
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 56

Ancor prima di addentrarsi nell’analisi del Trust, strumento giuridico introdotto in Italia con la legge N. 364 del 16 ottobre 1989 (entrata in vigore il 1° gennaio 1992, in seguito alla ratifica della Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985), occorre - per lo meno idealmente - trasferirsi nell’ambito della proprietà fiduciaria: quel fenomeno in cui i beni vengono ad essere in proprietà di un soggetto, detto fiduciario, che si obbliga a gestirli e a disporli nell’interesse di un altro soggetto detto fiduciante.
In effetti il Trust, che trae origine dall’esperienza giuridica dei paesi di Common Law (prima tra tutti l’Inghilterra), e che è a tutti gli effetti una creatura dell’Equity, rappresenta uno schema di proprietà gestita da un fiduciario nell’interesse di un beneficiario.
Più in particolare, si configura un rapporto fiduciario in virtù del quale si permette ad un determinato soggetto, denominato trustee, al quale sono attribuiti i diritti e i poteri di un vero e proprio proprietario (legal owner), di gestire un patrimonio che gli è stato trasmesso da un altro soggetto, denominato disponente (o settlor) per uno scopo prestabilito, purché lecito e non contrario all’ordine pubblico, nell’interesse di uno o più beneficiari.
In concreto viene a crearsi una segregazione patrimoniale: il bene esce dalla proprietà del disponente ed entra nella titolarità del trustee, andando a creare una massa da lui distinta; ciò di cui si fa carico il trustee è di amministrare tale massa secondo diligenza, e trasferirla ai beneficiari, se sono stati designati dal settlor, dopo un tempo prestabilito.
Proprio perché la fonte del Trust è riconducibile ad una pratica consolidata da secoli ed il suo regime è il risultato dalla coesistenza di due distinti ordine di regole, La Common Law e l’Equity, non è mai esistita una legge scritta che compiutamente disciplinasse l’istituto.
Il trust così delineato secondo la struttura di Common Law è un fatto giuridico, non un contratto, che viene in essere con un atto unilaterale e non necessita per il disponente di alcuna consideration.
Il termine consideration contraddistingue il vero e proprio contract dal semplice agreement: in sostanza si è in presenza di un contract soltanto quando vi è consideration, intendendo con ciò la ricompensa per il beneficio reso e la tutela dell’affidamento. Nella pratica ciò significa che solo attraverso la consideration le parti dimostrano la reciproca volontà ad essere vincolate ciascuna alla propria prestazione, e alla pretesa della controprestazione altrui, potendo quindi agire in giudizio per l’adempimento. La consideration è quindi qualcosa che va oltre la semplice causa del contratto potendo, se pur impropriamente, ricondursi al vero e proprio sinallagma fra la prestazione e la controprestazione.
Il fatto quindi che il Trust sia privo di consideration, comporta importanti effetti pratici fra i quali quello di poter essere istituito per mero fine di liberalità, a titolo gratuito, senza che ne consegua sia per il settlor che per il trustee, alcun fine di arricchimento o vantaggio personale.
L’irrevocabilità è poi un effetto naturale dei trusts, sebbene in talune ipotesi si possano prevedere attribuzioni tali al disponente da consentirgli di modificare i termini del trust sino alla revoca.
Il trust può inoltre prevedere le modalità della sua cessazione e della sostituzione del trustee, posto che il trust perpetuo è comunque visto con sfavore.

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19 CAPITOLO TERZO Il Trust e la Convenzione dell’Aja 1.IL TRUST IN ITALIA ANTE CONVENZIONE DELL’AJA Con la legge del 16 ottobre 1989, n. 364 il nostro Paese, secondo solo al Regno Unito, ratificò la convenzione dell’Aja del 1° luglio del 1985. L’Italia fu il primo tra i paesi di Civil law a riconoscere nel proprio ordinamento giuridico gli effetti del rapporto definito trust nella Convenzione stessa e ad impegnarsi, a norma dell’art. 11, a riconoscerne gli effetti. La situazione che così si venne a creare fu senza dubbio particolare: un ordinamento che non conosceva l’istituto del trust, privo di una disciplina interna generale regolante la materia, emana una legge intitolata “legge applicabile ai trust e al loro riconoscimento”. Va detto che prima del 1° gennaio 1992, data di entrata in vigore della legge n. 364/1989, seppure in rare occasioni, il tema del “riconoscimento” del trust era stato affrontato e sottoposto al vaglio della magistratura. Già alla fine del diciannovesimo secolo, si rinviene una pronuncia della Corte di Cassazione alla quale però fu solo richiesto di valutare la possibilità di delibazione di un trust e, senza entrare nel merito della vicenda, concluse affermando che esso non poteva spiegare i propri effetti nel Regno d’Italia (Cass. 21 febbraio 1899). Un’altra decisione che costituisce una pietra miliare nel percorso del riconoscimento del trust in Italia risale agli anni 50’ ed è il Tribunale di Oristano (15 marzo 1956): in quella occasione il collegio fu chiamato a decidere in ordine alla proprietà di beni di un fondo in trust in sede di espropriazione promossa da un ente pubblico. I termini della questione hanno consentito al giudice di affrontare il tema che costituisce il “cuore” del trust in un ordinamento che conosce i diritti reali: i beni oggetto di esproprio erano parte del patrimonio del trustee ovvero appartenevano ai beneficiari? La risposta fornita dal Tribunale, al quale va senza dubbio riconosciuto lo sforzo interpretativo, denota una certa confusione e finisce con il porre le basi per un fraintendimento che ha avuto lunga vita e non è stato facile sradicare. Secondo quel collegio giudicante il trust creerebbe una doppia proprietà: una “formale o nominale”

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