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Guerra, vincitori e vinti nelle tragedie del ciclo troiano di Euripide

Informazioni tesi

  Autore: Manuela Mangione
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Palermo
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Andrea Cozzo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 66

La seconda metà del V secolo è un periodo abbastanza burrascoso per la storia di Atene, che si trova impegnata nella guerra fratricida con Sparta.
Ed è proprio in quel periodo, tra il 424 a.C. e il 412 a.C. , che il drammaturgo Euripide pone la sua attenzione su questa guerra, sulle sue cause, sul declino che sta procurando alle istituzioni politiche, sociali ed economiche, sulla conseguente crisi della polis, fulcro della vita politica greca.
Euripide osserva attentamente la situazione della sua città, corruccia la fronte dinanzi alla disinvolta politica ateniese mirante all’egemonia e all’imperialismo armato, nota che l’immagine e le abitudini politiche di Atene stanno irreversibilmente cambiando, e, per esprimere il suo dissenso, si serve della tragedia, utilizzandola come strumento di propaganda contro la guerra contemporanea.
Il tragediografo incastona le sue allusioni alla guerra peloponnesiaca dentro il mito: le quattro tragedie del ciclo troiano, Troiane, Ecuba, Andromaca ed Elena, descrivono le sofferenze, il dolore, gli abusi di potere, i lutti e tutto ciò che la guerra decennale, combattuta da Greci e Troiani, ha portato.
Le Troiane vengono rappresentate nel 415 a. C. durante le Grandi Dionisie, nello stesso mese in cui l’assemblea degli ateniesi decide di votare a favore della spedizione in Sicilia. Dunque un chiaro significato politico, una denuncia della guerra di conquista, un messaggio così tanto palese da essere recepito anche dagli stessi ateniesi che quell’anno attribuirono ad Euripide solo il secondo premio.
Anche un altro avvenimento è legato alla stesura della tragedia: la spedizione ateniese contro la piccola cittadina neutrale di Melo del 416 a. C. , che fu la prima impresa bellica di Atene dopo la pace di Nicia, stipulata per porre fine alla stagione delle guerre del Peloponneso. La città fu espugnata crudelmente e furono messi a morte i maschi adulti, mentre per donne e bambini fu preferita la schiavitù. Ma Melo non fu la sola a subire questo massacro: alcuni anni prima era toccato a Scione e a Torone conoscere la ferocia della rappresaglia ateniese.
Un quadro più che simile lo ritroviamo alla fine delle Troiane con l’incendio di Troia e la successiva decisione di rendere le donne serve dei vincitori, e ciò fa pensare che Euripide abbia scelto di proposito tale tema, piegando ai suoi scopi, per inviare un messaggio nitido alla democrazia bellicista ateniese, la vicenda della guerra di Troia.
L’apice dell’antibellicismo euripideo si riscontra però nell’Elena, tragedia del 412 a. C., rappresentata in un clima di totale sfiducia, dopo la disastrosa spedizione ateniese in Sicilia.
La guerra di Troia, la più famosa, violenta e luttuosa dell’antichità, fu combattuta per un fantasma e ciò dimostra che ogni guerra è un errore, compiuto solo in nome di illusioni che portano lutto, privazione e morte. Questo è l’appello pacifista che Euripide manda ai regimi democratici ateniesi, reduci da una terribile disfatta, dopo la spedizione militare in Sicilia, nonostante avessero preparato perfettamente l’impresa, e avessero scelto Nicia, lo stratega e il condottiero più competente che Atene potesse annoverare tra i suoi capi, come guida della spedizione.
Il drammaturgo non riesce a tacere dinanzi agli eventi contemporanei e il suo merito sta nel coraggio di aver rappresentato, senza esitazioni, drammi che criticavano e biasimavano, in maniera palese e dura, l’imperialismo spietato dei suoi tempi.
“È pazzo chi cerca la gloria a suon di lancia nelle battaglie, è un modo rozzo di porre fine ai problemi dell'umanità. Se le decisioni vengono affidate alla lotta di sangue, la violenza non abbandonerà mai le città degli uomini”. Così il tragediografo ateniese, ai vv. 1151-1157 dell’ Elena, definisce chi muove guerra sperando di risolvere le controversie, cogliendo l’assurdo che c’è in fondo al militarismo e le conseguenze nefaste che le guerre portano a chi le decide ma anche a chi le subisce.
Euripide mostra chiaramente, nelle quattro tragedie del ciclo troiano, gli orrori della guerra e l’inumano destino dei vinti, inevitabilmente accompagnati dalla crudeltà e dalla prepotenza dei vincitori. Descrive le brutalità della guerra iliaca identificandole con quelle della guerra del Peloponneso, in cui i sentimenti quali la pietà, il rispetto per i vinti, la moderazione erano scomparsi del tutto e sostituiti da una politica di terrore fatta di città rase al suolo e di massacri indiscriminati.

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1 INTRODUZIONE La seconda metà del V secolo è un periodo abbastanza burrascoso per la storia di Atene, che si trova impegnata nella guerra fratricida con Sparta. Ed è proprio in quel periodo, tra il 424 a.C. e il 412 a.C. , che il drammaturgo Euripide pone la sua attenzione su questa guerra, sulle sue cause, sul declino che sta procurando alle istituzioni politiche, sociali ed economiche, sulla conseguente crisi della polis, fulcro della vita politica greca. Euripide osserva attentamente la situazione della sua città, corruccia la fronte dinanzi alla disinvolta politica ateniese mirante all’egemonia e all’imperialismo armato, nota che l’immagine e le abitudini politiche di Atene stanno irreversibilmente cambiando, e, per esprimere il suo dissenso, si serve della tragedia, utilizzandola come strumento di propaganda contro la guerra contemporanea. Il tragediografo incastona le sue allusioni alla guerra peloponnesiaca dentro il mito: le quattro tragedie del ciclo troiano, Troiane, Ecuba, Andromaca ed Elena, descrivono le sofferenze, il dolore, gli abusi di potere, i lutti e tutto ciò che la guerra decennale, combattuta da Greci e Troiani, ha portato. Le Troiane vengono rappresentate nel 415 a. C. durante le Grandi Dionisie, nello stesso mese in cui l’assemblea degli ateniesi decide di votare a favore della spedizione in Sicilia. Dunque un chiaro significato politico, una denuncia della guerra di conquista, un messaggio così tanto palese da essere recepito anche dagli stessi ateniesi che quell’anno attribuirono ad Euripide solo il secondo premio.

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