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Il cammino verso la nuova disciplina di vigilanza prudenziale: Basilea III

Informazioni tesi

  Autore: Pio Guarino
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2009-10
  Università: Libera Univ. Internaz. di Studi Soc. G.Carli-(LUISS) di Roma
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia Bancaria, Finanziaria ed Assicurativa
  Relatore: Giuseppe Di Taranto
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 251

Il settore bancario internazionale, alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, si trovava ad essere sottoposto a rischi significativamente maggiori - attribuibili a molteplici fattori, soprattutto apertura dei mercati, progresso tecnologico, elevata volatilità dei tassi di cambio e interesse - rispetto a quelli corsi precedentemente. A fronte di questa situazione, alla fine del 1974, i Governatori delle banche centrali dei Paesi del G10 istituirono il Comitato di Basilea, un luogo di consultazione e coordinamento in materia di supervisione bancaria, il cui compito precipuo fu quello di ovviare ai gravi episodi intervenuti sui mercati valutari e creditizi internazionali. Dai primi contributi, intesi a definire i principi basilari per la cooperazione internazionale in materia di vigilanza bancaria, il Comitato si è successivamente concentrato sul miglioramento dell’azione e della qualità della supervisione bancaria, rivolgendosi a tutti i Paesi coinvolti dai processi di globalizzazione dei mercati finanziari, per raggiungere, in particolare, obiettivi quali: maggiore solvibilità delle banche, stabilità del sistema finanziario e international level playing field. L’intenzione a realizzare le precedenti finalità ha determinato la base del primo Accordo sul capitale (luglio 1988), definito al termine di un lungo processo di consultazione, che ha visto come protagonisti le autorità di vigilanza dei Paesi del G10 e dei principali Paesi OCSE, e ratificato da 140 Paesi. In seguito, durante la crisi delle economie sud-orientali dell’Asia (1997), il Comitato ha definito i Core principles for effective banking supervision (settembre 1997), importante strumento per promuovere la stabilità del sistema finanziario. Negli anni Novanta, i mutamenti verificatisi nei mercati creditizi e finanziari hanno prodotto rilevanti riflessi sul tema della vigilanza degli intermediari bancari. È in tale contesto che nasce dunque l’esigenza di riformare la disciplina prudenziale, che ebbe il suo punto di arrivo nella definizione del secondo Accordo di Basilea, del giugno 2004. L’Accordo di Basilea II, dimostrazione della tendenza all’armonizzazione e alla convergenza delle singole realtà nazionali verso una linea di condotta omogenea e comune a livello internazionale, venne strutturato su tre Pilastri - Capital Requirements, Supervisory Review e Market Discipline - per ognuno dei quali, accanto alla fissazione di regole specifiche, vennero mantenuti ampi spazi di discrezionalità, al fine di rendere l’apparato normativo abbastanza flessibile e applicabile.
Lo scoppio dell’attuale crisi, che si è estesa all’intera economia mondiale a partire dal settore finanziario statunitense (agosto 2007), ha dato inizio a una lunga attività di valutazione e verifica da parte degli esperti per evidenziare se vi fossero gravi carenze nella regolamentazione e, in particolare, nella vigente disciplina di vigilanza prudenziale per le banche (Basilea II).
Alla crisi hanno contribuito anche le agenzie esterne di rating: sott’accusa, infatti, per i conflitti di interesse generati, sono le cosiddette “tre sorelle” - Moody’s, Standard&Poor e Fitch - perché remunerate dagli stessi soggetti cui dovevano attribuire il rating.
L’impostazione conclusiva sarà caratterizzata dalla descrizione dell’attuale attività di riforma del Comitato di Basilea e si potranno così argomentare i documenti di consultazione prodotti dallo stesso (su mandato dei Capi di Stato e di Governo del G20 negli scorsi mesi e in base alla “roadmap” stabilita dal Finacial Stability Board) e miranti a rafforzare la stabilità del settore finanziario. Sulla base di tali documenti, saranno descritti gli interventi previsti dal Comitato di Basilea, ma affrontati ed elaborati da diversi attori operanti nel settore finanziario. In una breve anticipazione, si può dire che tali documenti prevedono interventi in sei direzioni: rendere il sistema regolamentare capace di “catturare” tutti i rischi rilevanti; istituire requisiti regolamentari per proteggere gli intermediari bancari dal rischio di liquidità; impiegare misure con lo scopo di attenuare la prociclicità della normativa di vigilanza prudenziale; fissare specifici limiti nel rapporto di leva (leverage ratio); individuare idonei strumenti prudenziali nei confronti degli operatori sistemicamente rilevanti al fine di mitigarne il rischio da essi generato (systemic risk); concepire una nuova definizione di capitale, ossia, intervenire sulla scelta degli elementi da computare o meno nel patrimonio di vigilanza.

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2 Introduzione Il settore bancario internazionale, alla fine degli anni ‟70 del secolo scorso, si trovava ad essere sottoposto a rischi significativamente maggiori - attribuibili a molteplici fattori, soprattutto apertura dei mercati, progresso tecnologico, elevata volatilità dei tassi di cambio e interesse - rispetto a quelli corsi precedentemente. A fronte di questa situazione, alla fine del 1974, i Governatori delle banche centrali dei Paesi del G10 istituirono il Comitato di Basilea, un luogo di consultazione e coordinamento in materia di supervisione bancaria, il cui compito precipuo fu quello di ovviare ai gravi episodi intervenuti sui mercati valutari e creditizi internazionali. Dai primi contributi, intesi a definire i principi basilari per la cooperazione internazionale in materia di vigilanza bancaria, il Comitato si è successivamente concentrato sul miglioramento dell‟azione e della qualità della supervisione bancaria, rivolgendosi a tutti i Paesi coinvolti dai processi di globalizzazione dei mercati finanziari, per raggiungere, in particolare, obiettivi quali: maggiore solvibilità delle banche, stabilità del sistema finanziario e international level playing field. L‟intenzione a realizzare le precedenti finalità ha determinato la base del primo Accordo sul capitale (luglio 1988), definito al termine di un lungo processo di consultazione, che ha visto come protagonisti le autorità di vigilanza dei Paesi del G10 e dei principali Paesi OCSE, e ratificato da 140 Paesi. In seguito, durante la crisi delle economie sud-orientali dell‟Asia (1997), il Comitato ha definito i Core principles for effective banking supervision (settembre 1997), importante strumento per promuovere la stabilità del sistema finanziario. Negli anni Novanta, i mutamenti verificatisi nei mercati creditizi e finanziari hanno prodotto rilevanti riflessi sul tema della vigilanza degli intermediari bancari. L‟introduzione di nuovi prodotti finanziari - cartolarizzazioni e operazioni strutturate - è stata continua e progressiva e ha determinato un aumento notevole della complessità del sistema bancario e finanziario. L‟utilizzo dei suddetti strumenti innovativi ha evidenziato i limiti del primo Accordo sul capitale derivanti dalla sola concentrazione e dalla scarsa differenziazione del rischio di credito; dalla mancata considerazione del grado di diversificazione del portafoglio; dalla possibilità di operazioni di arbitraggio regolamentare; dall‟inadeguata considerazione delle politiche di hedging e risk mitigation e dal mancato riconoscimento della struttura per scadenze del rischio di credito.

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