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La convivenza more uxorio

Informazioni tesi

  Autore: Stefano Luci
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1999-00
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Silvia Piccinini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 309

Ampia panoramica delle novità giurisprudenziali inerenti i rapporti giuridici tra conviventi more uxorio (famiglie di fatto), con una capillare raccolta dei disegni di legge presentati nel corso della XIII legislatura ed una particolare attenzione alla reale esigenza di una loro puntuale regolamentazione.

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6 Introduzione Nella tradizione culturale alla quale appartengono il codice civile e la stessa carta costituzionale il matrimonio è inteso come fondamento della famiglia (art 29 Cost.). Ciò esprime non soltanto un privilegio assicurato alla famiglia legittima, ma anche il riconoscimento del fatto che nella realtà sociale la famiglia legittima costituisce il modello di qualsiasi relazione di tipo familiare. Nell’esperienza recente, tuttavia, lo stretto rapporto tra famiglia e matrimonio è andato via via allentandosi e frantumandosi in molteplici realtà, cosicché si assiste oggi alla formazione di diversi “tipi” di famiglia sotto vari aspetti difformi dal modello istituzionale. Accanto alla famiglia legittima si collocano, infatti, quelle formate da genitori e figli naturali, genitori e figli adottivi o nati da fecondazione artificiale, quelle tra singoli genitori divorziati e figli (ed eventualmente il nuovo coniuge e i figli di questo), la coppia convivente, con o senza figli, la coppia omosessuale e così via. Tra queste, per la rilevanza sociale che ormai ha acquistato, si segnala la convivenza more uxorio, vale a dire la libera unione di un uomo e di una donna non sposati. Mentre i codici da sempre considerano i rapporti tra genitori ed i figli nati fuori dal matrimonio – rapporti che, nella disciplina attuale, si ispirano all’esigenza di una parità pressoché completa tra filiazione legittima e naturale (art. 30 Cost., artt. 250 ss. c.c.) – sarebbe vano cercare nella Costituzione, nel Codice civile e nelle leggi speciali una espressa disciplina della convivenza more uxorio. E’ all’opera della dottrina e della giurisprudenza che si deve, perciò, l’elaborazione di principi e di regole che valgano a risolvere i numerosi problemi della famiglia di fatto. Nei confronti di un fenomeno di tale rilevanza, per un’intera fase storica è stato dominante un atteggiamento di pregiudiziale chiusura, tant’è che ancora di recente, o si parlava della convivenza come “concubinato” o si faceva riferimento ad argomenti puramente ideologici intesi a contestare il carattere naturale di qualsiasi rapporto di coppia diverso dalla convivenza legittimata dal matrimonio. In questa direzione si muovevano d’altra parte le stesse norme del codice penale e del codice civile, le prime punendo l’adulterio addirittura come reato, le seconde discriminando i figli nati fuori dal matrimonio anche in assenza di una famiglia e di figli legittimi del genitore, con ciò mostrando un chiaro disfavore per le relazioni fuori del matrimonio, viste come fenomeni sociali di segno fortemente negativo e perciò da scoraggiare anche con norme penalizzanti nei confronti dei figli naturali. Al superamento di questa concezione hanno contribuito le storiche sentenze della Corte Costituzionale che hanno abrogato i reati di adulterio e di concubinato (nn. 126 del 1968 e 147 del 1969); l’approvazione nel 1970 della legge sul divorzio (che ha consentito la regolarizzazione delle tante convivenze sorte in regime di indissolubilità del vincolo); la legge di riforma del diritto di famiglia del 1975, che, parificando la condizione dei figli naturali e legittimi ha reso più libera la scelta tra matrimonio e convivenza, non più condizionata dall’esigenza di assicurare ai figli uno status più favorevole. Lo stesso mutare della coscienza sociale, la rivoluzione verificatosi nei comportamenti sessuali, specie delle giovani generazioni, hanno contribuito a rendere socialmente accettati situazioni e rapporti in passato considerati “devianti”.

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diritto di famiglia
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