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Impresa e cultura. «Civiltà delle Macchine» e la letteratura industriale

Informazioni tesi

  Autore: Emmanuele Di Nardo
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze Storiche
  Relatore: Augusto De Benedetti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 155

Uomo e macchina divenne un binomio inscindibile fin dalla metà del XVIII secolo, quando cominciò a operare la prima filatrice “Jannette”, questi due elementi iniziarono così a vivere in simbiosi e in antagonismo. Le macchine e la scienza applicata invasero l’Europa ed il resto del pianeta. I riflessi che la meccanizzazione portò sui modi di produrre, sui lavoratori e nella vita in generale non tardarono a manifestarsi palesando all’interno dei saperi una scissione crescente.
Un fecondo contatto, dovuto alla commistione e innesto, fra arte e scienza era però già in corso d’opera grazie alla politica culturale di alcune aziende, al fiorire delle riviste di fabbrica e di prodotti editoriali aziendali, ben prima che le tesi di Snow giungessero in Italia o che Elio Vittorini aprisse l’importante dibattito culturale sulla letteratura industriale con il quarto numero de «Il Menabò» nel 1961.
Proprio dall’inizio degli anni Cinquanta comincia a essere comune l'inserimento di uomini di cultura all’interno del mondo industriale, in concomitanza con lo sviluppo di strutture integrative del nucleo aziendale, quali le pubbliche relazioni, gli uffici stampa e di pubblicità e le riviste interne. Le industrie italiane culturalmente più vivaci furono: l’Olivetti, la Pirelli e la Finmeccanica che pubblicarono rispettivamente i seguenti house organs: «Comunità», «Pirelli» e «Civiltà delle Macchine». Durante il miracolo economico la stampa aziendale costituì un importante capitolo nell’evoluzione della cultura d’impresa. Fu con la rivista «Civiltà delle Macchine» che si creò il più interessante incontro fra le due culture di cui si accennava. Compito di questo lavoro sarà tracciarne la genesi e gli sviluppi seguendo la traiettoria storica dei suoi principali protagonisti: la finanziaria Finmeccanica, il manager di alto profilo Giuseppe Eugenio Luraghi e l’uomo che, prima ancora di raccogliere la sfida delle due culture, ne era il portatore attivo Leonardo Sinisgalli. «Civiltà delle Macchine» nacque per espresso volere dell’allora Direttore Generale Luraghi, già fondatore di «Pirelli» nel periodo in cui ricoprì il ruolo di direttore centrale del Gruppo Gomma della società dal 1948 al 1952. Luraghi, come già aveva fatto presso la Pirelli, voleva affiancare al compito di risanamento delle aziende una precisa identità pubblica di Finmeccanica. A dirigere il nuovo progetto editoriale fu chiamato Leonardo Sinisgalli che ne rimase direttore fino al secondo numero del 1958. Proprio dall’ambivalenza e poliedricità del suo direttore «Civiltà delle Macchine» trasse la peculiarità di essere a metà strada fra una rivista culturale e un house organ. Lo scopo di questo lavoro vuole essere un confronto con i testi, seguendo alcune linee interpretative che mostrino la storia dell’imprenditoria di quegli anni, in particolar modo il capitalismo illuminato e il ruolo culturale dell’industria, inteso quasi come una moderna responsabilità d’impresa. A uno studio delle lettere al direttore che aprono i fascicoli seguirà un’analisi delle “visite in fabbrica”. La visita guidata presso cantieri e officine da parte di scrittori, poeti, pittori scultori nasceva con il preciso scopo di mettere questi in confronto diretto con l’ambiente industriale, idea dello stesso Sinisgalli. Fin da ora si può però certamente affermare che la posizione offerta da «Civiltà delle Macchine» era in contrasto con una cultura ufficiale fossilizzata su posizioni conservatrici, restia non solo ad accogliere l’idea di demolire la barriera fra scienza e poesia, ma anche a tollerare l’attuazione di progetti basati su una contaminazione reciproca tra queste due visioni del mondo.
Nell’ultimo capitolo si prederanno dunque in considerazione le discussioni aperte dall’incendiario articolo dello scrittore siciliano dal titolo Industria e letteratura e alcuni esempi di narrativa nata da intellettuali che erano entrati in contatto con il mondo della grande azienda. Nel breve volgere di un decennio giunsero anche in Italia gli influssi delle tecniche e dei saperi che si andavano sperimentando e consolidando negli Stati Uniti (erano gli anni di Madison Avenue) e in Germania.
«Civiltà delle Macchine» oltre a essere considerata un campionario del pensiero epocale e a costituire una sorta di summa del pensiero scientifico, critico, sociologico, estetico quale appariva alla metà del secolo è anche la rappresentazione di una stagione particolare del rapporto tra impresa e cultura in Italia, una stagione che va esplorata criticamente in cui l’industria rappresenta un fattore attivo nella diffusione dell’arte e della cultura, intesa come autentico tessuto connettivo della società.

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2 INTRODUZIONE Io aspetto il gran giorno in cui il Regno dell’Utile sarà rinverdito dalla cultura, dalle metafore, dall’intelligenza. Leonardo Sinisgalli Uomo e macchina divenne un binomio inscindibile fin dalla metà del XVIII secolo, quando cominciò a operare la prima filatrice “Jannette”, questi due elementi iniziarono così a vivere in simbiosi e in antagonismo. Le macchine, sempre più evolute tecnologicamente, e in seguito la catena di montaggio invasero l’Europa ed il resto del pianeta. I riflessi che la meccanizzazione portò sui modi di produrre, sui lavoratori e nella vita in generale non tardarono a manifestarsi palesando all’interno dei saperi una scissione crescente. Il fenomeno era di portata mondiale tanto che nel 1959 Charles P. Snow pubblicò un celebre pamphlet dal titolo Le due culture e la rivoluzione scientifica, ponendo definitivamente in crisi l’idea di cultura unitaria. L’analisi di Snow – semplice e tagliente – non lasciava scampo: scienziati e umanisti vivono in mondi separati. Un fecondo contatto, dovuto alla commistione e innesto, fra arte e scienza era però già in corso d’opera grazie alla politica culturale di alcune aziende, al fiorire delle riviste di fabbrica e di prodotti editoriali aziendali, ben prima che le tesi di Snow giungessero in Italia o che Elio Vittorini aprisse l’importante dibattito culturale sulla letteratura industriale con il quarto numero de «Il Menabò» nel 1961. Proprio dall’inizio degli anni Cinquanta inizia a essere comune un inserimento di uomini di cultura all’interno del mondo industriale, in concomitanza con lo sviluppo di strutture integrative del nucleo aziendale, quali le pubbliche relazioni, gli uffici stampa e di pubblicità e le riviste interne. Le maggiori aziende italiane avevano visto nella stampa uno strumento

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