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Il concorso esterno all'associazione mafiosa

Informazioni tesi

  Autore: Luca Izzo
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Seconda Università degli Studi di Napoli
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Gennaro De Francesco
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 180

Pur nella diversità delle posizioni assunte dai vari autori, dal dibattito dottrinale intorno alla punibilità della contiguità alle organizzazioni mafiose sembra emergere una consapevolezza di fondo da tutti condivisa, ossia la necessità di un intervento legislativo capace di ridimensionare il ruolo della giurisprudenza nella selezione delle condotte punibili e ristabilire, per questa via, un migliore equilibrio nella divisione dei poteri tra legislativo e giudiziario.
Ma se tale richiamo dottrinale alle responsabilità legislative risulta diffuso, non sempre ne è seguito un approfondimento dei presupposti politico-criminali e delle conseguenti tecniche di tipizzazione disponibili quale adeguato preludio ad un intervento riformatore in materia. Da questa angolazione, si ricava l'impressione che anche la dottrina tenda spesso a sottrarsi allo spinoso compito di interrogarsi, in un'ottica “de lege ferenda”, sull'an, il quomodo e il quantum della punibilità in ordine alla contiguità all’associazionismo criminale.
Cosicché, la proposta riformatrice forse più chiara al riguardo proviene dall'orientamento dottrinale radicalmente contrario alla stessa presenza nel sistema penale del modello associativo in guisa di specifico reato di parte speciale, modello per sostituire il quale si indica la strada alternativa della «creazione di una figura associativa di parte generale: un concorso qualificato dalla stabilità dell'organizzazione e del vincolo associativo». Soluzione, questa, che pure in ordine alle condotte di contiguità avrebbe il pregio, di restringere la punibilità a quelle ipotesi che si configurano nei termini di una «partecipazione eventuale ad una qualificata forma di realizzazione plurisoggettiva del fatto», con la conseguenza di ancorare di volta in volta la punibilità «a fattispecie - magari anche da riformulare, se non da creare ex novo - poste a tutela della persona, della pubblica amministrazione, dell'amministrazione della giustizia, della funzionalità delle istituzioni politiche» . In altre parole, secondo la predetta dottrina, la contiguità alla mafia andrebbe punita soltanto quando si traduce in precise forme di partecipazione eventuale a singoli e specifici reati di parte speciale: si tratta, come è evidente, di un tentativo di circoscrivere l'area del penalmente rilevante rispetto all'ambito di operatività attualmente riconosciuto al concorso esterno nell'associazione mafiosa.

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1 CAPITOLO I L’ASSOCIAZIONE DI TIPO MAFIOSO 1. Profili storici del reato di associazione per delinquere nelle esperienze pre-codicistiche A. Le fattispecie congegnate nel codice Zanardelli: dai lavori preparatori alla successiva ricostruzione dottrinale Con il codice Zanardelli del 1889 l'Italia viene unificata, non senza difficoltà, anche sul piano della legislazione penale. Si trattava di un risultato faticosamente raggiunto alla fine di un lungo percorso durante il quale si confrontarono culture e tradizioni giuridiche diverse, ampiamente rappresentate nelle sedi istituzionali dai più eminenti studiosi di diritto penale dell'epoca e ciascuna portatrice di una pregressa e consolidata esperienza codicistica. Da questo punto di vista, anche il dibattito che si sviluppò tra i giuristi intorno alla lotta criminalità as- sociata in genere, nonché le stesse le soluzioni normative che al riguardo maturarono nel codice, ben rispecchiano quell'esigenza costantemente avvertita nel corso dei lavori preparatori di prescegliere moduli incriminatori dotati di una certa attitudine unificante rispetto a quelli adottati nei codici preesistenti. Al di là della disputa teorico-dottrinale sul modello di reato associativo preferibile tra quelli offerti dalle legislazioni penali preunitarie, bisognava al quel tempo infatti fare i conti con la variegata fenomenologia criminale di tipo associato che imperversava nelle diverse regioni del neonato Stato unitario. In proposito, quindi, é plausibile ritenere che «dovendosi sostituire le numerose fattispecie associative con un unico modello di incriminazione», il legislatore del codice del 1889 sia rimasto soprattutto condizionato dalla necessità di «elaborare una previsione normativa il più possibile comprensiva, e quindi inevitabilmente ancor più generale e astratta, con conseguente eliminazione di ogni elemento normativo troppo specifico, in quanto ricavato da una particolare fenomenologia criminosa» 1 . In questo senso appare senz'altro spiegabile l'abbandono da parte del legislatore unitario di tutti quei requisiti oggettivi di fattispecie, come l'organizzazione gerarchica per bande o lo scorrere armati nelle campagne, che caratterizzavano, rispettivamente, l'associazione di malfattori di matrice francese accolta nei codici sardo-piemontesi, e la comitiva armata del codice napoletano del 1819. Ad ogni modo, limitandosi l'art. 248 a prevedere che «Quando cinque o più persone si associano per commettere delitti contro l'amministrazione della giustizia, o la fede pubblica, o l'incolumità pubblica, o il buon costume e l'ordine della famiglia o contro le persone o la proprietà, ciascuna di esse è punita, per il solo fatto dell'associazione, con la reclusione da uno a cinque anni se vi siano promotori o capi dell'associazione la pena per essi è della reclusione da tre a otto anni», la fattispecie associativa del codice Zanardelli finiva per guardare prevalentemente - ma non esclusivamente - al modello di reato associativo accolto nel codice toscano del 1853, ove la definizione di associazione penalmente rilevante si esauriva nell'accordo tra più persone finalizzato al perseguimento di 1 Ingroia, L’associazione di tipo mafioso, Milano, 1983 p. 8

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