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Aspetti linguistici di tre commedie di Dario Fo degli anni sessanta

Il rapporto che lega la lingua parlata in scena alla lingua della comunicazione ha radici antiche e tutta la storia del teatro italiano può offrire numerose testimonianze da questo punto di vista. Esiste un intreccio tra le sorti del teatro italiano e le sorti della lingua italiana stessa: un intreccio variato col trascorrere dei secoli e quindi col variare delle problematiche, ma tuttora presente e probabilmente irrisolto. È il carattere stesso della lingua teatrale, il suo costituirsi in “genere stilistico” dotato di una specificità sia rispetto agli altri linguaggi letterari, sia rispetto alle altre forme di oralità pubblica, a mettere a nudo le potenzialità e le eventuali carenze della lingua che il teatro impiega. Si tenga presente la particolare natura del testo teatrale: un tipo di testo che appartiene alla categoria dei testi scritti, ma è una scrittura destinata all’oralità, anzi, ad un’interpretazione oralizzata, alla recitazione. Dunque il linguaggio del testo teatrale prende le distanze sia dalla lingua scritta sia dalla lingua parlata, ma, ovviamente, partecipa dei caratteri sia dell’una che dell’altra.
Ogni volta che la questione della lingua è risorta con forza, il teatro ne ha sperimentato nei suoi testi tutte le possibili soluzioni. Per venire alla nostra epoca, le riflessioni di linguisti e letterati intorno ad una «nuova questione della lingua» nel corso degli anni Sessanta e, successivamente, i dibattiti svoltisi in Italia fra gli studiosi di linguistica, hanno evidenziato l’importante processo di trasformazione sociale che ha introdotto mutamenti sostanziali rispetto al passato nell’italiano contemporaneo.
Ma cos’è un testo teatrale? Prima di tutto, è necessario fare una distinzione tra testo spettacolare e testo drammatico. Il testo spettacolare, ossia lo spettacolo teatrale in tutta la sua completezza e complessità, costituisce evidentemente l’oggetto privilegiato per un’analisi semiotica che voglia tenere conto delle molteplici componenti dell’evento scenico. Tuttavia, dal punto di vista linguistico, il testo drammatico riveste un interesse particolare per il suo carattere di testo estetico basato sulla parola e dunque assimilabile in questo ad altre produzioni letterarie.
Nel corso degli ultimi anni la semiotica, alla ricerca di un metalinguaggio scientificamente fondato che consenta la lettura di quella complessa stratificazione di sistemi significanti che è il teatro, si è soffermata a più riprese sul testo drammaturgico e sui suoi aspetti comunicativi. Uno dei nodi fondamentali attorno ai quali si è svolto il dibattito riguarda la dicotomia esistente fra testo e spettacolo; questa bipolarità tipica del fenomeno teatrale ha finito con l’orientare gli studi in due direzioni: da un lato , si è ritenuto di individuare la specificità del testo teatrale nella sua opposizione rispetto agli altri generi letterari; dall’altro , si è individuata la specificità della messa in scena nella sua opposizione con l’atto comunicativo quotidiano, soprattutto per ciò che pertiene alla componenete pragmatica. Un tentativo di unificazione fra questi due aspetti del fenomeno teatrale è rappresentato dalla proposta avanzata da Alessandro Serpieri di ancorare il testo scritto alla messa in scena, sottolineando la pertinenza, al fine di una corretta segmentazione, degli elementi deittici e performativi presenti nella lingua del testo teatrale. Tali categorie, provenienti dall’analisi della comunicazione orale e riguardanti il livello della lingua più rivolto verso la fattualità immediata, quindi più direttamente coinvolto da fattori pragmatici, vengono applicate all’esame di testi scritti, quelli teatrali appunto, per provarne la duplice natura linguistica.

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I INTRODUZIONE 1. Il testo teatrale e la messa in scena. Il rapporto che lega la lingua parlata in scena alla lingua della comunicazione ha radici antiche e tutta la storia del teatro italiano può offrire numerose testimonianze da questo punto di vista. Esiste un intreccio tra le sorti del teatro italiano e le sorti della lingua italiana stessa: un intreccio variato col trascorrere dei secoli e quindi col variare delle problematiche, ma tuttora presente e probabilmente irrisolto. È il carattere stesso della lingua teatrale, il suo costituirsi in “genere stilistico” dotato di una specificità sia rispetto agli altri linguaggi letterari, sia rispetto alle altre forme di oralità pubblica, a mettere a nudo le potenzialità e le eventuali carenze della lingua che il teatro impiega. Si tenga presente la particolare natura del testo teatrale: un tipo di testo che appartiene alla categoria dei testi scritti, ma è una scrittura destinata all’oralità, anzi, ad un’interpretazione oralizzata, alla recitazione. Dunque il linguaggio del testo teatrale prende le distanze sia dalla lingua scritta sia dalla lingua parlata, ma, ovviamente, partecipa dei caratteri sia dell’una che dell’altra. Ogni volta che la questione della lingua è risorta con forza, il teatro ne ha sperimentato nei suoi testi tutte le possibili soluzioni. Per venire alla nostra epoca, le riflessioni di linguisti e letterati intorno ad una «nuova questione della lingua» nel corso degli anni Sessanta e, successivamente, i dibattiti svoltisi in Italia fra gli studiosi di linguistica, hanno evidenziato l’importante processo di trasformazione sociale che ha introdotto mutamenti sostanziali rispetto al passato nell’italiano contemporaneo.

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Francesca Di Fronzo Contatta »

Composta da 311 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 4465 click dal 20/03/2004.

 

Consultata integralmente 11 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.