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L'ermeneutica dialettica di Fredric Jameson


Dalla prefazione - "Lo studio che qui si presenta trae origine dal desiderio di indagare il rapporto tra estetica e politica. Qual è la rilevanza politica dell’arte? Ma ancora prima, e più radicalmente: l’arte ha una rilevanza politica? La domanda può avere una facile risposta quando si pensi all’arte cosiddetta impegnata, o alla figura, oggi in effetti un po’ demodé, dell’artista militante. Ma la rilevanza politica dell’arte può essere ridotta a questi soli casi in cui tale rapporto è apertamente dichiarato, evidente o perspicuo anche al più superficiale livello di intenzione? Quest’ultimo interrogativo diventa tanto più urgente quando si consideri l’attuale temperie. L’estetizzazione massiva della terza fase del capitalismo (“tardocapitalismo” o suo “momento disaccumulativo”), transitato nella propria spettacolarizzazione (come lucidamente visto in anticipo da Guy Debord), ha molto poco a che fare con una estetizzazione dichiaratamente politica. Ha molto più a che vedere, invece, con il consumo, che si nasconde dietro l’intrattenimento o il disimpegno. L’abitudine alla produzione estetica di massa, l’assuefazione alla produzione artistica spoliticizzata, l’overdose dell’arte (prevalentemente fruita sotto forma di immagine) costringono a riprendere il problema dal principio, senza dare nulla per scontato. Una sorta di epoché sembra perciò essere necessaria, perlomeno alla “generazione postmoderna” nata durante o dopo gli anni ottanta del XX secolo.
All’interno di questo quadro di riferimento, il seguente lavoro prende a tema la connessione tra estetica e politica come impostata nel pensiero di Fredric Jameson. La sua riflessione ha di particolarmente significativo in un certo senso la sua stessa inattualità. Essa copre un arco che va dalla fine degli anni Sessanta fino ai nostri giorni, e tenta di affermare la superiorità, la possibilità ed infine la necessità dell’interpretazione politica negli stessi anni in cui la politica viene travolta dal consumo postmoderno e in cui l’interpretazione viene messa sotto attacco e talora liquidata, assieme al marxismo, da alcune correnti intellettuali d’avanguardia. Jameson è tre volte inattuale: pensatore dialettico quando la dialettica è data per morta; pensatore marxista quando il marxismo è considerato “superato” (ma da cosa?); pensatore utopico, quando lo stesso concetto di Differenza sembra essere stato davvero colonizzato dal suo avversario, l’Identico.
Proprio per l’esigenza di riproporre la domanda nella sua radicalità, sono stati qui messi a tema i lavori della prima fase del pensiero di Jameson, che possono essere considerati i lavori della genesi del metodo e che coprono il decennio che va dalla pubblicazione di Marxismo e Forma, nel 1971, alla pubblicazione de L’Inconscio Politico, nel 1981. Si è tenuto conto fin dall’inizio dell’interezza della produzione jamesoniana, la cui opera è stata interrogata sia sincronicamente che diacronicamente; ciò ha permesso di inquadrare il senso insieme teorico e politico dell’ermeneutica dialettica proposta da Jameson, la quale culmina con la sistematizzazione della pratica politica di interpretazione testuale attorno al concetto car-dine di “inconscio politico”, nel quale convergono (fino a qual punto si armonizzino, si vedrà) le tensioni teoriche derivanti dall’incontro tra marxismo, freudismo e poststrutturalismo.

Nel primo capitolo si prende dapprima in esame la costruzione teorica di quella che ho chiamato la “dialettica utopica” di Jameson, un concetto che defini-sce l’orizzonte di riferimento della sua impresa speculativa all’interno del concetto di “possibilità”, per passare poi a discutere la rilevanza dell’arte per la com-prensione della “dialettica del possibile”. A tal fine, Jameson imposta la pratica dell’interpretazione sulla relazione opaca tra forma e contenuto, concependo l’attività ermeneutica come il recupero del contenuto storico-sociale al di sotto della forma, nella quale si dà come sintomo. Successivamente, nel secondo capitolo, vengono prese in esame le difficoltà inerenti ad un tale modello di interpreta-zione testuale. L’idea dell’interpretazione come recupero di un contenuto “storico” si espone infatti agli attacchi anti-interpretativi, di cui abbiamo dato conto attraverso le posizioni di Susan Sontag e di Deleuze-Guattari. L’attacco all’interpretazione portato avanti da questi autori è un attacco al marxismo e al freudismo e all’idea dell’interpretazione come riduzione ad un “codice ultimo” o ad una “istanza ultimamente determinante”; il problema del “che cosa vuol dire” cela il complesso problema della “causalità”. Jameson riemerge da questi attacchi con l’attraversamento dell’orizzonte dell’althusserismo. Attraverso le analisi di Althusser, e grazie in particolare ai suoi concetti di “surdeterminazione” e “causalità strutturale”, Jameson può riaffermare la Storia come l’orizzonte intrascendibile e fondamento dell’interpretazione senza […]

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3 PREFAZIONE Lo studio che qui si presenta trae origine dal desiderio di indagare il rap- porto tra estetica e politica. Qual è la rilevanza politica dell’arte? Ma ancora pri- ma, e piø radicalmente: l’arte ha una rilevanza politica? La domanda può avere una facile risposta quando si pensi all’arte cosiddetta impegnata, o alla figura, og- gi in effetti un po’ demodØ, dell’artista militante. Ma la rilevanza politica dell’arte può essere ridotta a questi soli casi in cui tale rapporto è apertamente dichiarato, evidente o perspicuo anche al piø superficiale livello di intenzione? Quest’ultimo interrogativo diventa tanto piø urgente quando si consideri l’attuale temperie. L’estetizzazione massiva della terza fase del capitalismo (“tardocapitalismo” o suo “momento disaccumulativo”), transitato nella propria spettacolarizzazione (come lucidamente visto in anticipo da Guy Debord), ha molto poco a che fare con una estetizzazione dichiaratamente politica. Ha molto piø a che vedere, inve- ce, con il consumo, che si nasconde dietro l’intrattenimento o il disimpegno. L’abitudine alla produzione estetica di massa, l’assuefazione alla produzione arti- stica spoliticizzata, l’overdose dell’arte (prevalentemente fruita sotto forma di immagine) costringono a riprendere il problema dal principio, senza dare nulla per scontato. Una sorta di epochØ sembra perciò essere necessaria, perlomeno alla “generazione postmoderna” nata durante o dopo gli anni ottanta del XX secolo. All’interno di questo quadro di riferimento, il seguente lavoro prende a tema la connessione tra estetica e politica come impostata nel pensiero di Fredric Jameson. La sua riflessione ha di particolarmente significativo in un certo senso la sua stessa inattualità. Essa copre un arco che va dalla fine degli anni Sessanta fino ai nostri giorni, e tenta di affermare la superiorità, la possibilità ed infine la neces-

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Stefano Pippa Contatta »

Composta da 201 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 329 click dal 01/06/2011.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.