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Ritmi ultradiani e attenzione sostenuta in compiti in modalità visiva

Il fenomeno del decremento della prestazione è stato ampliamente studiato, soprattutto in relazione alla teoria di detezione del segnale che tra l’altro ha contribuito ad una sua migliore specificazione. Si sa ormai infatti che non è solo questione di decremento, ma spesso c’è un cambio nei criteri di risposta dei soggetti. Non è solo una questione di aumento dei tempi di reazione, quindi, ma anche di come sono distribuiti gli errori e le omissioni perché il decremento nella vigilanza può implicare sia un aumento nel criterio di risposta (risposta più conservativa), ma anche una diminuzione della sensibilità (stanchezza e diminuzione arousal). Più tempo passa tra un target e l’altro, più si diventa conservativi. E’ stabilito che tali fenomeni fanno capo a processi multipli. E’ uno dei fenomeni più studiati negli esperimenti di prestazione sostenuta. E’ già stato visto come tale fenomeno non implichi tanto un decremento lineare della performance, quanto piuttosto una serie di lapse and recoveries dell’attenzione, i quali condurrebbero in interazione con altri fenomeni (carico cognitivo, caratteristiche dello stimolo, frequenza dei target, ecc), ad un generale peggioramento della prestazione. In ottica cronopsicologica tale fenomeno acquisisce le caratteristiche di una sinusoide comprendente delle fluttuazioni ritmiche con diverso periodo.
l’analisi del fenomeno in ottica cronopsicologica interpreta le variazioni esistenti nei tempi di reazione dei soggetti ad una curva sinusoidale, con periodi più o meno definiti. In letteratura sono presenti studi che prendono in considerazione periodicità sia circadiane (più concentrati sui processi veglia/sonno) che ultradiane (incentrati perlopiù su prestazioni di attenzione sostenuta), anche se i studi sui ritmi brevi sono meno numerosi dei primi e perlopiù con stimolazione uditiva; è per questo che è importante ricevere continue conferme sull’esistenza e le modalità di presentazione degli ultradiani sia con strumentazione diversa sia con modalità percettive diverse. Lo studio dei ritmi ultradiani presenta complicazioni sia concettuali che metodologiche; essi infatti non sembrano essere collegati a fenomeni sincronizzanti esterni, e ciò complica molto la scelta del periodo da estrarre, inoltre essi si presentano con una larga variabilità di frequenze e con periodi non stazionari nel tempo, il che comporta un’analisi esplorativa di tutta la serie temporale. Il fatto che non si conoscano fonti esterne sincronizzatrici, fa in modo che sia molto importante scoprire fattori esterni in grado di influenzare i periodi o la potenza dei ritmi ultradinani, contribuendo in questo modo ad una loro caratterizzazione, come si è già in parte fatto con gli animali. Continuazione degli studi sui ritmi ultradiani in campo umano: in campo animale si sono fatti diversi passi avanti nella caratterizzazione dei ritmi ultradiani sia comportamentali che cognitivi, lo stesso non si può dire delle ricerche in campo umano, dove la vigilanza resta il soggetto di elezione per questo tipo di ricerche. Oltre a fornire nuovi dati circa la presenza di tali fluttuazioni brevi, è utile anche in campo umano fornire un’adeguata caratterizzazione che conduca poi ad una maggiore comprensione dei meccanismi sottostanti. In letteratura esistono studi che prendono in considerazione il fattore difficoltà, operazionalizzato in vari modi (aumento del carico cognitivo, disturbo, ecc). Purtroppo esistono pochissime ricerche del genere, le quali il più delle volte lavorano nell’ambito di un setting circadiano (esperimenti di 24-36 ore con momenti di attività alternati a momenti di pausa) e si riferiscono a picchi ultradiani più alti tra 4-8 ore, dimostrati in genere essere più simili al circadiano. I risultati in genere conducevano ad un aumento dei picchi ultradiani coerente ad un aumento della difficoltà (Reimberg Schub Ashkenazi 2001). Per altri (Escera e Grau 1994) invece sembra che la ripetitività e la monotonia del compito in genere sia il setting migliore per lo studio degli ultradiani (sempre però in setting circadiano). Esiste quindi una mancanza di chiarezza circa l’effetto della difficoltà, sui ritmi ultradiani nella prestazione umana. Questo studio si propone un triplice scopo:
1. Fornire una nuova prova dell’esistenza dei ritmi ultradiani in compiti di attenzione sostenuta umana con stimoli in modalità visiva (più scarsi in letteratura);
2. Fornire nuovi dati circa l’indipendenza, nella prestazione umana, dei ritmi ultradiani dalla modalità sensoriale usata, tramite l’uso di stimolazione visiva (paragonando poi i risultati con quelli ottenuti con stimoli uditivi);
3. Ottenere dati sull’effetto della difficoltà sui periodi e sulle potenze spettrali dei ritmi ultradiani individuati, procedendo con rigore metodologico nella manipolazione della difficoltà (stesso compito, cambio delle istruzioni: in questo modo i due compiti sono davvero confrontabili seppur mettono in gioco processi diversi)

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5 CAPITOLO 1 INTRODUZIONE ALLO STUDIO DEI RITMI BIOLOGICI 1.1 PERCHE’ E’ IMPORTANTE STUDIARE I RITMI? Nell‟uomo sono presenti delle ritmicità che influiscono sia sulla fisiologia che sul comportamento; in letteratura si riferisce come nella condizione di veglia e anche durante il sonno i processi mentali e comportamentali siano sempre legati al tempo. Le persone sono consapevoli di un “presente”, rispetto al quale riconoscono un passato ed un futuro e rispetto ai quali il comportamento ed i processi mentali si compiono (Mejer-Koll A., 1992) . In molte patologie psichiatriche, seppure in modo alterato, è sempre presente un vissuto temporale del soggetto, come avviene ad esempio nella depressione endogena.

Tesi di Laurea

Facoltà: Psicologia

Autore: Maria Petrillo Contatta »

Composta da 128 pagine.

 

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