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Divismo cinematografico e musicale: analisi sociologica del fenomeno

Informazioni tesi

  Autore: Valentina Mariani
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Comunicazione pubblicitaria e istituzionale
  Relatore: Giancarlo Corsi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 231

Il presente lavoro ha come obbiettivo quello di analizzare il fenomeno del divismo. Nel voler trattare tale tematica mi sono accorta che avrei potuto affrontarla da differenti punti di vista; seguendo un approccio prettamente storico, od uno antropologico, piuttosto che psicologico, oppure scegliere di approfondirla in ambito sociologico.
Definire una linea guida per descrivere in maniera esaustiva lo studio di un fenomeno come quello del divismo è tutt’altro che semplice, essendo questo un argomento ancora poco studiato scientificamente, data la sua scarsa bibliografia. Ho scelto di trattare tale tematica in ambito sociologico anche se per alcuni studiosi l’accostamento tra divismo e sociologia è da considerarsi ancora oggi azzardato, in quanto avvolto da un pregiudizio che lo considera irrilevante e futile. Conforta comunque sapere che tale pensiero non è condiviso da tutti i sociologi, infatti lo studioso francese Edgar Morin, uno dei primi ad affrontare il mondo dei divi in maniera più rigorosa e non giornalistica, si discosta da tale giudizio precisando all’interno del suo libro sulle star:
“Questo libro si interessa a ciò che per gran parte della sociologia ufficiale era (e resta) confinato tra gli argomenti insignificanti e stupidi […] Sono sempre più persuaso che non bisogna mai essere irriguardosi nei confronti di un fenomeno e che il critico deve prima di tutto esercitare il mestiere su se stesso per conservare qualche valore fuori di sé.” (Morin, 1995, p. 23)
La mia scelta è stata in tal senso quella di analizzare quali siano, sul piano sociologico, i meccanismi, le dinamiche e i motivi per cui da un semplice attore cinematografico possa scaturire la figura del divo. Attraverso le teorie espresse da diversi autori ho poi approfondito come la star possa esistere ugualmente sia nel mondo del grande schermo sia nel mondo della musica. Le caratteristiche proprie del cinema giustificano la nascita del divismo, il mio punto di partenza per tale esposizione, ma ce ne sono state altre, nettamente più sociali, culturali e psicologiche che ne hanno permesso lo sviluppo in altri ambiti, tra cui quello musicale.
Come sopra affermato, non tutta la sociologia ufficiale ha ritenuto opportuno occuparsi del fenomeno divistico, motivo per cui, ai fini di questa dissertazione, non è stato facile rintracciare materiale che si occupasse seriamente di tale argomento.
Morin, come precedentemente detto, fu uno dei primi con la pubblicazione dell’opera “Le star” nel 1957 a parlare di celebrità, influenzando e stimolando successivamente altri studiosi come Francesco Alberoni. Nel 1963 quest’ultimo pubblica infatti una ricerca sociologica dal titolo “L’Élite senza potere”, all’interno della quale troviamo un confronto tra la categoria dei politici e quella dei divi. Entrambi questi studi, seppur datati, mantengono tutt’ora una certa validità teorica, utile all’analisi sul fenomeno divistico. Forniscono una visione più elaborata di quegli aspetti psicologici e sociologici che portano i fan ad amare ed ammirare i propri divi; inoltre si focalizzano su tutte quelle ragioni economiche nascoste dietro lo star system. A tale proposito, il più recente saggio di Sartori, “La fabbrica delle stelle” del 1983, è stato utile per comprendere come sia cambiato il mercato dei divi dagli anni Ottanta in poi, quali siano quelle strategie di marketing dietro il successo di queste celebrità e quali siano i soggetti che rientrano in questa categoria. Di non minore importanza il recentissimo saggio di Vanni Codeluppi “Tutti divi. Vivere in vetrina” del 2009, servito principalmente a contestualizzare ed illustrare il divismo in ambito musicale. Da qui è nata appunto l’idea di inserire all’interno di questa tesi un caso concreto di divismo moderno, Michael Jackson, a cui è dedicata la breve parte monografica di questo lavoro.
La presente esposizione intende trattare il divismo in quanto “fenomeno popolare”, poiché è proprio attraverso l’identificazione con forti modelli di riferimento che la società mitizza, rincorre, adotta e consuma i propri idoli. Il pubblico da sempre si appassiona alle vicende dei suoi beniamini, perché da sempre influenzato dal potere dei media, forti veicoli di diffusione dell’immagine divistica. La ricerca da me effettuata è quindi volta a descrivere il fenomeno divistico, le esigenze psico-sociologiche da cui ha origine ed il suo radicale cambiamento nell’ambito della società contemporanea.

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Divismo cinematografico e musicale: analisi sociologica del fenomeno 5 Introduzione Il presente lavoro ha come obbiettivo quello di analizzare il fenomeno del divismo. Nel voler trattare tale tematica mi sono accorta che avrei potuto affrontarla da differenti punti di vista; seguendo un approccio prettamente storico, od uno antropologico, piuttosto che psicologico, oppure scegliere di approfondirla in ambito sociologico. Definire una linea guida per descrivere in maniera esaustiva lo studio di un fenomeno come quello del divismo è tutt’altro che semplice, essendo questo un argomento ancora poco studiato scientificamente, data la sua scarsa bibliografia. Ho scelto di trattare tale tematica in ambito sociologico anche se per alcuni studiosi l’accostamento tra divismo e sociologia è da considerarsi ancora oggi azzardato, in quanto avvolto da un pregiudizio che lo considera irrilevante e futile. Conforta comunque sapere che tale pensiero non è condiviso da tutti i sociologi, infatti lo studioso francese Edgar Morin, uno dei primi ad affrontare il mondo dei divi in maniera più rigorosa e non giornalistica, si discosta da tale giudizio precisando all’interno del suo libro sulle star: “Questo libro si interessa a ciò che per gran parte della sociologia ufficiale era (e resta) confinato tra gli argomenti insignificanti e stupidi […] Sono sempre più persuaso che non bisogna mai essere irriguardosi nei confronti di un fenomeno e che il critico deve prima di tutto esercitare il mestiere su se stesso per conservare qualche valore fuori di sé.” (Morin, 1995, p. 23)

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