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Bologna 1970. La riscoperta dell'identità come risorsa sociale

Informazioni tesi

  Autore: Elena Ramazza
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Arti Visive
  Relatore: Lucia Corrain
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 278

Nell'arco dell'anno 1970, a Bologna, ebbero luogo due mostre che per vari motivi rimasero impresse nella storia della città. A Palazzo dell'Archiginnasio fu presentata Natura ed Espressione nell'arte bolognese e emiliana, appassionante e appassionata carrellata nella secolare tradizione artistica locale a cura del critico e storico dell'arte Francesco Arcangeli, mentre a Palazzo d'Accursio si svolse Bologna Centro Storico, mostra per lo più fotografica nella quale un'equipe di tecnici e studiosi – tra cui l'architetto Pier Luigi Cervellati, lo storico dell'arte Andrea Emiliani e il fotografo Paolo Monti - attraverso una comunicazione immediata ed efficace presentò alla cittadinanza la variante del piano regolatore per il centro storico, sancendo le necessità e i principi non soltanto culturali, ma anche economici e sociali di una “conservazione totale” delle forme storiche urbane.
Nonostante non siano mai state oggetto di uno studio comune, a uno sguardo attento che goda della giusta distanza storica, le due mostre rivelano profonde analogie. Innanzitutto esse condividevano la dichiarazione d'intenti: seppur in modo diverso, entrambe si prefissero di seguire le tracce del proprio passato affinché la sua conoscenza fungesse concretamente da guida nella costruzione del futuro. Operazione per nulla generica, l'indagine nel passato si configurò per entrambe le mostre singolarmente settoriale, come a dire che soltanto operando una scelta all'interno della totalità delle testimonianze storiche è possibile fare in modo che esse siano utili al momento di selezionare una strada da percorrere.
Si rievocò in quelle sedi una tradizione dal sapore prettamente popolare, che faceva della passione spontanea la sua base e della cordialità dei rapporti interpersonali la sua espressione più sincera. Entrambi i curatori intendevano risvegliare nei propri concittadini proprio questa dimensione umana profondamente spontanea, al fine di reagire a un momento storico in cui l'ansia per l'avanzamento tecnologico incontrollato era arrivata al suo culmine. Una seconda analogia è riscontrabile dunque nella minaccia alla quale entrambe le mostre tentano di rispondere, e cioè l'eccessiva fiducia dell'uomo nei propri mezzi, che lo porta a dimenticare la propria natura per conformarsi sempre di più alla macchina e alla logica industriale.
Rievocando la Natura e l'Espressione, Francesco Arcangeli propose al suo pubblico una “famiglia spirituale” di artisti che dall'alba del medioevo fino agli anni più recenti avevano incarnato un esempio di ciò che egli stesso si augurava succedesse anche nella sua epoca. Con modalità differenti dovute a contesti differenti, Wiligelmo, Vitale da Bologna, Amico Aspertini, Ludovico Carracci, Giuseppe Maria Crespi, e a suo modo anche Giorgio Morandi, avevano compiuto attraverso la propria arte una camusiana “rivolta” contro la cultura dominante, colpevole di soffocare la realtà in schemi ideologici fittizi, forzati, arroganti se non addirittura dannosi. Ripercorrere questa tradizione “in rivolta” significava per Arcangeli non soltanto compendiare uno studio storico-artistico che lo aveva impegnato tutta la vita, ma anche presentare egli stesso ai suoi contemporanei un'occasione di ribellione. Il “nemico” era quell'arte industriale e meccanica, figlia di una società industriale e meccanica, che negli anni appena precedenti era esplosa sotto il nome di “pop-art”.
Così come Arcangeli combatteva l'arte figlia di una società, Cervellati e la sua equipe di studiosi e tecnici volevano cambiare la società in quanto figlia dell'arte. L'architettura e la conformazione urbanistica di Bologna erano infatti considerati uno dei fattori più determinanti sulla qualità e sui modi di vita della sua popolazione. Soltanto attraverso la conservazione dei suoi edifici, delle sue strade e della sua “tipologia” costruttiva, sarebbe stato possibile mantenere vivi i valori di partecipazione attiva e di vita collettiva di cui una città storica come Bologna si trovava ad essere portatrice. Il restauro e il ripristino diventavano in questo modo strumenti concreti per incidere sulla società stessa, e quindi strumenti “politici”. La visione politica ricercata, però, come accadeva anche nel pensiero di Arcangeli, non apparteneva a nessuna ideologia, anzi, in consonanza con la linea politica dell'amministrazione comunale, vi si opponeva e si concentrava sulla conquista del più basilare presupposto della democrazia: la partecipazione popolare.
Entrambe le mostre, dunque, avversarono la progressiva “disumanizzazione” della società attraverso la valorizzazione del passato storico-artistico e urbanistico della città di Bologna, facendo della propria identità storica - spontanea, passionale, “popolare”- un punto di partenza per la costruzione di un futuro consapevole.

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