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Dolus in re ipsa

Forma oggetto dell’indagine la problematica dell’accertamento processuale del dolo quale canone fondamentale di imputazione soggettiva dell’illecito penale. Muovendo dall’analisi delle ben note asperità probatorie che contraddistinguono l’esplorazione degli interna corporis, la disamina si focalizza sui profili più critici dell’accertamento in relazione alle categorie delittuose di falso, dedicando una sezione speciale alla disciplina penale del falso d’arte (L. n.1062/1971 trasfusa nel codice Urbani del 2004). L’indagine sfocia nella messa a punto di un modello accertativo del dolo rispettoso del dato normativo (art. 27 Cost., art. 43 c.p., art. 192 c.p.p.) e dei principi informatori dell’ordinamento penalistico (tra cui la personalità della responsabilità penale e l’in dubio pro reo).

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  1   Premessa Animus directe probari non potest, quia solus Deus est scrutator cordium 1 . Questo aforisma compendia icasticamente la irriducibile problematicità del dolo quale canone fondamentale di imputazione soggettiva dell’illecito penale. Esso incarna, infatti, l’epicentro delle tensioni sotterranee che attraversano la materia penalistica, in quanto costituisce il terreno di scontro tra le istanze politico- criminali veicolate dalle scelte del legislatore sostanziale e le ineludibili asperità probatorie che contrassegnano il momento dell’accertamento. La definitiva transizione da un diritto criminale supinamente appiattito su modelli di imputazione oggettiva al diritto penale moderno che focalizza il fulcro del disvalore nel fatto personale colpevole non poteva non comportare una “rivoluzione copernicana” nell’architettura dogmatica del reato nonché nelle tecniche probatorie che ne rappresentano il correlato processuale. La prima sfida, audace quanto intellettualmente avvincente, si è consumata sul terreno della costruzione teoretica e giuridico-positiva della figura del dolo: il retroterra ideologico-filosofico in cui affonda le radici questa figura si estende potenzialmente verso infiniti orizzonti, involgendo riflessioni che pertengono alla filosofia morale, alla teologia, alla antropologia e sconfinano volentieri verso i domini più nebulosi della psicoanalisi e della sociologia criminale. Il modello antropologico che ne ritrae il diritto penale è quello di un soggetto pensante dotato di intelletto e volontà 2 , arbitro delle proprie azioni e come tale penalmente                                                            1 MASCARDI, De probationibus, Torino, 1587. 2 La formula adottata dall’art. 85 c.p. “capacità di intendere e volere” sembra compendiare mirabilmente la summa di secoli di pensiero filosofico, che dal Tomismo al Cartesianesimo sino alla Critica della

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Angelo Roberto Cerroni Contatta »

Composta da 149 pagine.

 

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