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Gli investimenti Eni in Congo Brazzaville: trade-off tra profitti e protezione dell'ambiente e della società civile

La recente marea nera che sta inquinando le coste degli Stati Uniti d’America ha richiamato l’attenzione della comunità scientifica, dei policymakers e dell’opinione pubblica sulle questioni di responsabilità etica e sociale delle imprese petrolifere e ha acceso il dibattito sulla necessità di conciliare il profitto con la protezione dell’ambiente e della società civile.
Su questa scia l’obiettivo principale di questa trattazione è analizzare gli sforzi e le decisioni che ENI in quanto impresa internazionale assume rispetto ai grandi temi di fronte ai quali si trova giorno per giorno nei paesi in cui lavora come la povertà, il cambiamento climatico e lo sviluppo sostenibile che richiede un’adeguata protezione dell’ambiente e la tutela dei diritti delle popolazioni locali.
L’interesse qui è posto sulla repubblica del Congo (Brazzaville) focalizzandosi sui nuovi accordi integrati allo sviluppo, siglati da ENI, di estensione delle attività di esplorazione e produzione di petrolio dal greggio convenzionale liquido alle sabbie bituminose (greggio in stato solido) e di avvio della generazione di elettricità con il gas associato che oggi viene sprecato con le operazioni di combustione in torcia.
Particolare rilievo viene dato alla nuova forma di estrazione di petrolio dalle sabbie bituminose alla luce di investimenti simili in Canada e dei loro effetti sull’ambiente, al fine di far luce sulle modalità di sfruttamento, sulle tecnologie adottate, sulle politiche di mitigazione dell’impatto ambientale prodotto e di coinvolgimento della popolazione locale nei processi decisionali.
Questa tesi prende spunto dalla pubblicazione, nel 2009, di un rapporto della fondazione Heinrich Böll, basato su una serie di missioni sul campo, che è stato sottoscritto da una decina di ONG internazionali e locali. Il rapporto poneva un interrogativo sull’investimento di USD 3 miliardi e sui possibili impatti sull’ambiente e sulle popolazioni locali.
Per la redazione della tesi ho tratto beneficio da incontri con i responsabili della comunicazione e della sostenibilità dell’ENI, attraverso i quali ho potuto ottenere dati e informazioni utili per capire meglio i contorni e i contenuti del progetto d’investimento, i possibili effetti inquinanti previsti nonché le tecniche previste di attenuazione. Ringrazio la dott. Sabina Ratti e la dott. Ilaria Lenzi per la preziosa collaborazione.
ENI che fa parte dal 2007 del FTSE4 Good Index, l’indice borsistico che raccoglie le aziende eccellenti al mondo nella sostenibilità ambientale, assicura che i suoi investimenti non sono per niente simili a quelli attuati in Canada; che tutti gli studi sono stati portati a conoscenza delle autorità competenti locali e da esse convalidati; che si prevede il coinvolgimento continuo nonché la formazione della popolazione locale sulle attività dell’azienda. Tuttavia non mi è stato possibile conoscere il testo degli accordi né lo studio preliminare d’impatto sull’ambiente (ESIA).
Il bilancio di sostenibilità dell’ENI fornisce indicazioni che sono state utili per il presente lavoro. Ritengo auspicabile che in futuro il bilancio di sostenibilità venga sviluppato con sezioni specifiche per ogni paese coinvolto nell’attività del gruppo ENI. Credo che questo esercizio di trasparenza sarebbe anche un buon mezzo di comunicazione con le popolazioni locali.

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Capitolo 2 Il paradosso della ricchezza petrolifera 24 Capitolo 2 Il paradosso della ricchezza petrolifera 2.1 Il fenomeno della maledizione delle risorse Secondo la mitologia greca, il re Mida, come ricompensa per aver compiuto una buona azione, chiese alla divinità di poter trasformare in oro tutto ciò che avrebbe toccato. Non ebbe però il tempo di gioire per l’avverarsi del suo desiderio, rendendosi subito conto che la sua ricchezza era in realtà una maledizione generatrice di tristezza. Il boom petrolifero del 1973 e quello successivo del 1980, quando il prezzo del petrolio raggiunse la prima soglia storica di $ 40 al Barile, accesero nuove aspirazioni di crescita sia per i paesi membri dell’OPEC sia per quelli che non vi aderivano. Dal 1985 fino al 2000 il prezzo del petrolio è oscillato tra i $ 12 e i $ 28 al barile, con una media di $ 19. Dal 2001 i prezzi sono cresciuti continuamente, raggiungendo quota $ 97 nel 2008, per poi abbassarsi a $ 57,2 nel 2009 [ENI 2009]. La recente impennata del prezzo del petrolio indusse i governi e l’opinione pubblica a pensare che l’era della prosperità, dell’autonomia e dell’equità fosse alle porte e che sarebbe stato possibile trasferire la ricchezza creata dalla vendita del petrolio in altri settori produttivi, promuovendone lo sviluppo. Fatta eccezione per pochi paesi, nel corso degli anni questa speranza è purtroppo svanita: i governi esportatori di petrolio 1 hanno sperimentato “colli di bottiglia” e inefficienze produttive delle loro imprese pubbliche. Inoltre, questi stessi paesi sono spesso stati colpiti da un aumento del tasso d’inflazione e da un apprezzamento considerevole delle loro valute, il tutto in una situazione politica il più delle volte instabile 2 [Karl 1997]. Emblematico è, a questo proposito, il caso di numerosi paesi dell’America Latina che, già nel periodo tra le due 1 Si definiscono esportatori di petrolio quei paesi in cui il PIL e le esportazioni sono costituiti principalmente dai proventi petroliferi, che fanno dell’oro nero la fonte principale dell’accumulazione economica. 2 «The exporting countries were plagued by bottlenecks and breakdowns in production, capital flight, drastic declines in the efficiency of their public enterprises, double-digit inflation, and overvalued currencies» [Karl 1997, p. 4].

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Economia

Autore: Aristide Michel Kwemeni Lapa Contatta »

Composta da 93 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.