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Regime fiscale della previdenza complementare

Informazioni tesi

  Autore: Giovanni Maria Giannone
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Bari
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Antonio Uricchio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 171

Ho individuato nella “deducibilità fiscale dei contributi versati alla previdenza complementare”, uno dei punti cardine della mia indagine.
Gli interventi più incisivi in materia possiamo circoscriverli entro l’ultimo ventennio. Si pensi al d.lgs. 21 aprile 1993 n. 124 (c.d. Decreto Amato) che detta, per la prima volta, una disciplina completa delle forme pensionistiche complementari, piuttosto che all’introduzione del c.d. “metodo contributivo” operata dalla legge n.335/1995. Oppure ancora al D.lgs n. 47/2000, giungendo, infine al Decreto Legislativo 5 dicembre 2005, n. 252: “Disciplina delle forme pensionistiche complementari”, senza dimenticare le modifiche ad esso apportate dalla Legge n. 296 del 2006, c.d. Legge Finanziaria 2007.
Ma se questo è vero è altresì più corretto riconoscere come già sul finire del 1800 la nostra previdenza, e non solo quella italiana, avesse intrapreso il suo lungo (a volte tortuoso) cammino originato dall’iniziativa privata esercitata in forma collettiva mutualistica.
Non possiamo, da ultimo, non evidenziare come, oltre gli interventi appena enunciati, un altro, assolutamente fondamentale, sia stato quello avutosi con la promulgazione della Costituzione Repubblicana.
Chiusa la necessaria quanto utile parentesi storica, scalino successivo è quello rappresentato dalla analisi concreta del D.lgs. n. 252 del 2005.
Attraverso tale intervento normativo, infatti, il trattamento fiscale della previdenza complementare ha subìto, a partire dal 1° gennaio 2007, con l’anticipo dell’entrata in vigore del decreto, ampie ed incisive modifiche che hanno riguardato principalmente la deducibilità dei contributi versati e il trattamento delle prestazioni erogate.
Sono tre le parti entro cui ho ritenuto essenziale trattare queste tematiche. E sono queste tre parti, quelle che costituiscono lo schema del terzo, fondamentale, capitolo del lavoro.
La prima è riservata alla disciplina generale della deducibilità fiscale dei contributi, attraverso cui è stato possibile rilevare una palese continuità fra vecchia e nuova disciplina, seppur con le necessarie modifiche. Infatti, se è vero che le “vecchie” e le “nuove” disposizioni appaiono legate da un sottile filo invisibile, è evidente come siano stati apportati dei cambiamenti e delle innovazioni assolutamente notevoli.
Senza alcun dubbio la novità di maggior rilievo consiste nell’eliminazione del limite percentuale del 12% del reddito complessivo con il mantenimento del solo limite in cifra assoluta di 5.164,57 €, ma non solo; basti pensare all’abolizione della condizione prevista per i titolari di reddito di lavoro dipendente di versare una quota del t.f.r. pari almeno alla metà dei contributi versati per aver diritto alla deduzione fiscale dei contributi stessi.
La seconda parte, invece, potrei definirla come descrittiva del regime di deducibilità fiscale dei contributi versati nell’interesse delle persone fiscalmente a carico. Ed anche qui, il raffronto tra vecchie e nuove prospettive si è reso necessario.
È qui da riconoscere come, dal punto di vista teorico-sistematico, l’ampliamento della deducibilità fiscale ai familiari a carico ha rappresentato una prima attenzione del legislatore alle esigenze sia del coniuge non lavoratore (c.d. casalinghe) che dei figli minori. Per quanto concerne, in particolare, i figli, la possibilità accordata ai genitori di effettuare versamenti a forme pensionistiche complementari con pieno riconoscimento della deducibilità fiscale, consente un più prolungato periodo di accumulazione del risparmio previdenziale, potendo esso farsi iniziare fin da una fase pre-lavorativa. Inoltre il versamento contributivo effettuato dal genitore a favore del figlio può ben rappresentare un viatico, un’iniziazione per il figlio beneficiario, che con tutta probabilità proseguirà, una volta intrapresa l’attività lavorativa, nei versamenti contributivi alle forme pensionistiche complementari. Certo è che un merito della disposizione del comma 5° dell’articolo 8 del D.lgs. 252/2005 (norma fondamentale per l’analisi di questo aspetto della riforma) è rappresentato dal fatto che la sua applicazione appare alquanto più semplice e lineare rispetto a quella possibile con le norme contenute negli interventi normativi precedenti.
La terza parte, infine, a chiusura del discorso, è quella finalizzata a tracciare il quadro del regime di deducibilità fiscale agevolata dei contributi per i lavoratori di prima occupazione successiva al 1° gennaio 2007 (comma 6° dell’articolo 8 del D.lgs. n. 252), che ammette la possibilità di recuperare la deduzione annua, non utilizzata fino al massimale durante i primi cinque anni di adesione ad una forma pensionistica complementare, nei venti anni successivi.
Da ultimo, ritenuto doveroso porre l’accento su un ultimo aspetto: quello legato al cosiddetto dibattito internazionale.

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1 INTRODUZIONE Sento doveroso quanto naturale, ammettere, fin da subito, la sensazione di stupore e, al contempo, di forte interesse, provata allorché, per la prima volta, mi accingevo alla ricerca della normativa, dei testi utili e necessari ai fini della conduzione di un’analisi chiara ed attenta delle tematiche relative alla evoluzione storica del nostro sistema di previdenza complementare, nonché, come vedremo di seguito, di quelle legate al trattamento fiscale dello stesso. La sensazione di interesse è facilmente intuibile nei suoi motivi, ma perché, accanto a questa, quella di stupore? In effetti, come alcuni autorevoli studiosi della disciplina hanno sottolineato, l’estensione della materia, se rapportata ad altre, non è poi così ampia (PERSIANI M.). Tuttavia, non possiamo non riconoscere, come, nell’arco di quasi un ventennio, la stessa è stata oggetto di una serie di complessi interventi legislativi che ne hanno modificato l’assetto, comportando l’insorgere di ardue problematiche. Problematiche alquanto singolari, che confermano non solo la complessità dell’organizzazione e del

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