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La superbia in Dante: intimo conflitto tra desiderio di gloria e consapevolezza della sua vanità

Informazioni tesi

  Autore: Sabrina Toppan
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi Ca' Foscari di Venezia
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Aldo Maria Costantini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 175

In Dante è ben rilevabile, infatti, una tensione continua tra il desiderio di ottenere fama e onori mondani e la magnanima consapevolezza della loro vanità. L'argomento che ho scelto di trattare è la problematica della superbia in Dante, per quanto concerne la vita e la produzione; porre in risalto gli aspetti relativi alla vita pubblica e privata del poeta. Mi sono avvalsa delle autorevoli testimonianze degli antichi interpreti, i quali hanno compilato varie “biografie” e “vite” dell'Alighieri. Tra queste, i contributi del Boccaccio in primis e di altri, quali Giovanni Villani, Manetti e Bruni. Poi ho messo a confronto le opinioni di antichi e moderni: l'immagine che emerge non è stabile e definitiva, né tanto meno univoca. Quel che contraddistingue il dibattito è la costante contrapposizione tra chi vedeva di volta in volta il superbo o il magnanimo, tra chi si concentrava sull'uomo o sull'intellettuale. A tal riguardo, ho trattato brevemente il tema della superbia e della magnanimità così com'erano generalmente intese nel Medioevo. Il risultato è stato che entrambe le categorie si potevano ben adattare alla definizione di Dante, anche se nessuna in toto.
L'immagine che emerge da questa prospettiva è in progress, così come la critica recente a cui faccio riferimento ha definito la Comedìa un'opera in fieri.
Dante, in quanto uomo è soggetto a desideri e passioni, cresce e cambia; come poeta si evolve, elabora sempre nuove riflessioni e aspira all'eccellenza. Una delle mie tesi di fondo è, infatti, che la Comedìa costituisca il ritratto interiore dell'Alighieri e che come tale giunga ad identificarsi con il poeta stesso.Superbo o magnanimo? Difficile pronunciarsi a favore dell'una o dell'altra ipotesi; la soluzione migliore, a mio avviso, è giustapporre l'uno all'altro.
In seguito ho spostato la mia attenzione sulla produzione dantesca in particolare, come ho anticipato, sulla Comedìa. Il motivo della superbia è stato indagato sul piano del contenuto (attraverso l'analisi tematica dei canti X, XI e XII del Purgatorio); e sul piano lessicale. Fu una problematica così seria e importante per Dante che lo spinse a creare un'incredibile rete semantica intorno ad essa, una rete che concorre a definire in maniera “scientifica” la categoria della superbia e finalizzata a combatterla. Per quanto concerne il piano lessicale ho rintracciato e analizzato tutte le occorrenze del lemma superbia (e, di alcuni termini riconducibili alla medesima area semantica) nelle tre cantiche. In seguito ho provveduto a creare un valido termine di paragone con cui confrontare il peso specifico della superbia nel poema, mediante la sistematica esposizione di tutte le occorrenze dei termini relativi ai rimanenti vizi del settenario capitale.
Con l'ausilio di una siffatta collazione, sono riuscita a dimostrare che la superbia è in assoluto il vizio capitale che vanta la massima presenza nella Comedìa: al suo considerevole peso sul piano del contenuto (e, prima, su quello dell'esperienza personale del poeta), fa riscontro una complessa quanto ricca rete semantica che si articola e sviluppa intorno ad essa (il lemma superbia, infatti, ricorre nel poema con una frequenza maggiore – in senso proprio – rispetto agli altri collazionati).
Conclude il mio elaborato un capitoletto incentrato su quel che ho definito (in accordo con illustri critici moderni – tra tutti, il Bertelli e la Chiavacci Leonardi) “il canto di Dante”, ossia Purgatorio XI. Questo è, infatti, il canto più marcatamente autobiografico, percorso com'è da un capo all'altro da sotterranei motivi personali, fino all'esplicita chiusa di carattere biografico rappresentata dalla profezia dell'imminente esilio dantesco per bocca dell'amico – artista Oderisi da Gubbio.

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  ~ 1 ~    INTRODUZIONE § 1. Ritratto di Dante Alighieri: l’uomo, l’intellettuale.   “[…] nel caso di Dante, si potrebbe intitolare comodamente Le vite, ché il personaggio uno diviene, molto  pirandellianamente, i centomila. Mai però nessuno; perché Dante è talmente orgoglioso di essere Dante che quel nessuno non lo avrebbe mai accettato”. (Marcello Vannucci) I biografi e i commentatori moderni si dimostrano unanimi nel sostenere che Dante ebbe un intelletto precocissimo, un’innata sensibilità forte e autentica e, a coronamento del ritratto ideale dell’intellettuale, una memoria che si rivelò sempre eccezionale. Queste sostanzialmente sono le doti naturali su cui poté contare il poeta, ma probabilmente non sarebbero state sufficienti se una singolare avidità di conoscenza non avesse, da sempre, animato la sua personalità. Ha ben ragione il Sollers: “si direbbe che per Dante l’essenziale sia non esser mai in riposo, di poter spiegare ogni fenomeno, ogni tratto dei suoi poemi […]”. 1 Ben presto si dimostrò (e su questo punto concordano antichi e moderni) un fanciullo precoce, dall’ingegno sempre pronto e acuto, ma anche un giovinetto sdegnoso, altezzoso e solitario, che andava distinguendosi per un temperamento artistico tendente all’eccellenza.                                                                1 Cfr. Philippe Sollers, Sur le matérialisme, Parigi, 1973 (trad. it. Milano, 1973), citato in G. Petrocchi, Vita di Dante, Torino, Laterza, 1983, p. 40.

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Parole chiave

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