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Identità, marginalizzazione e conflitto nei campi profughi palestinesi in Libano. Il campo di Nahr el-Bared.

La tesi si propone di riflettere sulla situazione emergenziale vissuta ancora oggi dai rifugiati palestinesi in Libano e di indagare il difficile cammino di convivenza tra la popolazione palestinese e la martoriata società libanese. A causa dello status giuridico ambiguo e del rapporto problematico con il contesto sociale e politico di approdo, i rifugiati dislocati nel Paese dei Cedri si trovano infatti ad affrontare condizioni socio-economiche peggiori rispetto a quelli residenti in Siria e in Giordania. Il lavoro, che utilizza come chiave di lettura gli spazi dei campi profughi, si sofferma in particolare sugli eventi connessi alla recente distruzione di Nahr el-Bared, il secondo più grande campo profughi del Paese, nel corso di una breve, ma violenta, guerra intrapresa dallo Stato libanese all’interno del suo stesso territorio e terminata con la completa distruzione fisica del campo. La storia contemporanea del Libano è stata significativamente e spesso drammaticamente intrecciata alla presenza palestinese sul suo territorio che ha costituito il catalizzatore dei quindici anni di guerra civile e delle diverse invasioni israeliane sul territorio. Ho utilizzato il campo di Nahr el-Bared, la sua storia passata e quella futura (che prende corpo attraverso il processo di ricostruzione del dopo guerra) per una serie di riflessioni attorno a due nodi principali. Il primo è il contesto delle relazioni attuali tra il travagliato Stato libanese e i suoi ospiti Palestinesi. Per sviluppare questo punto, ho cercato in particolare di indagare il ruolo che poteva detenere la crisi di Nahr el-Bared (la più grave dalla fine della guerra civile), sia in termini di monito che come occasione per avviare una nuova strategia in grado di rasserenare una convivenza spesso segnata da sospetto o dimenticanza.
Il secondo aspetto dell’analisi si è concentrato invece sulle dinamiche identitarie che interessano i campi profughi. Il proposito è stato in particolare quello di riflettere sulla nuova esperienza di sfollamento vissuta (alcuni rifugiati paragonano la distruzione delle loro abitazioni e l’allontanamento dal campo alla Nakba) e, di conseguenza, sull’importanza di una ricostruzione fisica del campo che contempli logiche partecipative e attente alla specificità organizzativa e culturale di questi spazi.
Dopo aver sinteticamente introdotto i tratti distintivi del rifugismo palestinese, ho sviluppato il lavoro in tre capitoli principali. Il primo offre una breve ricostruzione storica delle relazioni libano-palestinesi utile a comprendere le complesse dinamiche che sottostanno alla convivenza odierna, i sospetti reciproci, le ferite ancora brucianti e le speranze per il futuro. In questa parte ho inoltre esaminato lo status giuridico accordato ai rifugiati palestinesi nei diversi periodi storici, includendovi il complesso dibattito sulla concessione dei diritti civili, dibattito che ancora oggi costituisce un argomento spinoso in seno alle complesse dinamiche di governo e rimane strettamente legato ai timori per la tawtin (assimilazione).
Nel secondo capitolo la mia analisi si è invece soffermata sul ruolo del campo profughi nella diaspora palestinese e sulla sua funzione di state-in-the-making. Ho cercato di mettere in luce, oltre agli aspetti identitari e all’importante ruolo di acculturazione, le problematiche di governance e security connesse a questi spazi e la confusione governativa che, dalla partenza dell’OLP nel 1982, caratterizza i campi profughi del Libano nelle odierne sembianze di “spazi di eccezione.”
Infine, nel terzo capitolo ho ricostruito in modo sintetico, ma attento, i principali eventi connessi alla guerra di Nahr el-Bared. Nello specifico, ho focalizzato l’attenzione sui seguenti punti: le deboli strutture di potere in cui si è inserito il gruppo islamista; l’impatto che ha avuto sui residenti la distruzione del proprio habitat e la perdita dei propri mezzi di sostentamento; le misure di sicurezza che, attraverso il ricatto del terrorismo, da quasi quattro anni confinano la popolazione in un recinto di esclusione. Esse in particolare, pongono seri limiti al processo di ricostruzione e di ripresa economica del campo e rafforzano l’immagine dei rifugiati quali outsider minacciosi per la società.

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I rifugiati palestinesi: un’introduzione “I’m not ready to even discuss the ’right of return’ of even one refugee.” Avigdor Lieberman, Ministro degli Esteri israeliano. 28 aprile 2009. 1 I rifugiati palestinesi provengono o discendono da chi proveniva dalle terre che tra il 1929 e il 1948 rientrarono nel mandato britannico in Palestina e che si dividono oggi nello Stato di Israele, Cisgiordania (che comprende Gerusalemme Est) e la Striscia di Gaza. Promessi allo stesso tempo dalla Gran Bretagna sia agli arabi (per l’aiuto fornito dall’esercito arabo alla lotta contro l’Impero Ottomano) che agli ebrei (la cui colonizzazione sionista era giunta ormai alla terza aliyah ) i territori della Palestina hanno conosciuto, a partire dalla creazione dello Stato di Israele, una travagliata storia di conflitti e violenze. Per decenni il dibattito sugli eventi che hanno portato alle migrazioni del popolo autoctono della Palestina è stato controverso. Le ragioni delle migrazioni di migliaia di Palestinesi musulmani e cristiani sono complesse e strettamente interconnesse alla Nakba e alle circostanze di violenza e guerra verificatesi tra il 1947 e il 1949, nonché nell’approvazione, avvenuta nel novembre del 1947, della Risoluzione 181 dell’ONU sulla partizione dei territori. Vi hanno inoltre concorso le successive espulsioni di Palestinesi avvenute a seguito della guerra dei Sei giorni nel 1967, dalla Giordania nel corso del cosiddetto Settembre Nero nel 1970, dal Libano nel 1982, dal Kuwait durante la Guerra del Golfo e dalla Libia nel 1996. 2 L’interpretazione storiografica israeliana, per la quale il popolo palestinese aveva abbandonato volontariamente i territori per far posto agli eserciti invasori arabi, è stata dapprima confutata dal lavoro di alcuni storici palestinesi, tra i quali Walid Khalidi e Al-Aref, e poi dalla stessa storiografia israeliana che, a partire dagli anni Ottanta, ha rivisto la versione sionista. Nuovi storici israeliani come 1 Horovitz D., Mizroch A., “The world according to Lieberman”, The Jerusalem Post , 28 aprile 2009. 2 Shultz H.L., The Palestinian Diaspora. Formation of identities and politics of homeland , Routledge, London & New York, 2003, p. 23. 10

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Elisa Piccioni Contatta »

Composta da 208 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.