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Teoria dell'immagine e pragmatica della comunicazione

Il saggio ha come oggetto l'evoluzione in senso visuale del mondo occidentale contemporaneo e le conseguenze che essa ha avuto sulla vita di coloro che lo abitano. Si analizza innanzitutto il passaggio teorico da una concezione dell'immagine – quella cartesiana, cui aderivano i maggiori esponenti della filosofia moderna – di tipo passivo, come oggetto immobile della fruizione dell'uomo, all'idea che essa abbia una propria autonomia tale da configurare sia la realtà che l'azione stessa del guardare in base a logiche tecnologiche che il soggetto non comprende, portando quest'ultimo all'incapacità di interpretare e gestire appieno le proprie percezioni, e dunque di portare avanti una formazione individuale serena e solida e la costruzione di una storia personale coerente. Lo sguardo prettamente umano rischia di sparire, in favore di un'apparenza di realtà che non è altro che simulacro, imitazione di qualcosa che non esiste: il mondo, nell'era dell'immagine virtuale onnipresente, paradossalmente scompare. Ci si chiede se la sostituzione del soggetto come punto focale dell'analisi col vivente in quanto tale nel suo rapportarsi al visuale che la teoria dell'immagine ha effettuato sia effettivamente il modo migliore di trattare la situazione odierna, o se al contrario non valga la pena di valutare la possibilità che le nuove tecnologie, invece di inibire la libertà e la consapevolezza dell'individuo, rafforzino in lui la possibilità di costruirle. Al fine di chiarire la questione, vengono esaminati alcuni contesti fondamentali dei quali l'innovazione dei sistemi di comunicazione sembra aver modificato in profondità le dinamiche, per capire in che proporzione la penetrazione tecnologica della realtà e la conseguente nuova identità di fruitore, manipolatore e creatore di immagini del soggetto contemporaneo ne influenzino la psiche e le modalità di socializzazione. In prima battuta si pone la questione della visibilità in rapporto al potere: in un'era di controllo pressante e di costante bombardamento dell'individuo da parte di un flusso rapidissimo di immagini, acquista grande importanza comprendere dove sia situato il dominante e dove il dominato sullo spettro della visibilità. Ci si domanda se a detenere il potere sia ancora oggi chi può vedere senza essere visto, secondo il modello panottico elaborato da Bentham alla fine del Settecento, o piuttosto chi ha l'opportunità di porsi ogni volta che lo desideri sotto i riflettori. Analizzando dapprima il sistema benthamiano e poi i suoi presunti eredi contemporanei, si giunge a rilevare una spiccata ambivalenza dell'odierno rapporto tra visibilità e potere: chi vede e chi viene visto si scambiano i ruoli a seconda delle esigenze, e il detenere potere attiene ora a una ora all'altra delle due posizioni. Tale ambivalenza sfocia nello “spettacolo della banalità” teorizzato da Baudrillard, secondo il quale l'uomo, sentendosi inadeguato a vivere in società, non desidera altro che sparire e cerca di farlo esibendo in maniera continua e assoluta il suo essere nulla. In qualche modo egli si fa volontariamente schiavo di quello che Virilio paragona a un regime totalitario, tornando pericolosamente a delineare la condizione del panopticon dove sia i sorvegliati che i sorveglianti, a ben guardare, sono in balia del sistema. Il passo successivo è domandarsi quale soggetto abiti oggi questo spazio piuttosto ostile: la vita quotidiana nella società delle immagini plasma inevitabilmente la personalità e i comportamenti degli individui, soprattutto a causa del nuovo ruolo di manipolatori di contenuti che attribuisce loro in luogo di quello di semplici fruitori della comunicazione. Lévy classifica l'intelligenza risorsa più preziosa del nostro tempo, e l'uomo nuovo capitale: l'ambito relazionale è per lui il focus di un'economia che, attraverso la costruzione di intelligenze collettive che interagiscono tra loro e preludono alla creazione di uno spazio del sapere compiuto nel quale, mettendo a disposizione di tutti le proprie conoscenze e competenze e consultando le risorse inserite dagli altri, tutti potranno sapere, al momento del bisogno, qualsiasi cosa, metterà l'uomo in condizione di recuperare la propria serenità. Le immagini, dal canto loro, hanno un ruolo indispensabile nella costruzione del mondo del sapere, e possono finalmente sfuggire alle accuse di falsità e fascinazione mosse loro nel recente passato, dal momento che grazie ad esse l'uomo interagisce nel mondo virtuale, forma se stesso nella propria auto-consapevolezza e nei rapporti con gli altri, può realizzare i propri desideri e i propri sogni, in poche parole costruisce la propria realtà. La necessità che ne emerge di educare tutti, adulti e bambini, a interagire con e attraverso le immagini trova soddisfazione anche e soprattutto nell'universo dell'intrattenimento: la cultura convergente individuata da Jenkins è sinonimo di partecipazione dei consumatori alla creazione dei prodotti mediali, e tale collaborazione – volontaria o meno – tra grandi corporation ed espressione grassroots sfocia nella cosiddetta narrazione transmediale, in franchise che richiedono ai pubblici un impegno di fruizione elevatissimo, fino a configurarsi come meri attrattori culturali che, creando dei mondi che la gente si occuperà di popolare e far vivere, concedono uno spazio di partecipazione prima inimmaginabile. L'intrattenimento attraverso i nuovi media, sostiene lo stesso Jenkins, ha un'ulteriore implicazione: molte forme di cultura popolare producono anche effetti politici, e interagire nel mondo virtuale per scopi ludici può servire a sviluppare abilità adatte a interpretare e gestire dinamiche politiche reali. Tra le tecnologie di comunicazione e la forma di organizzazione economica e politica di una data società si rileva infatti uno stretto legame, in particolare le prime sono direttamente connesse al sistema democratico, per i principi di collaborazione, pubblicità e trasparenza, libertà di pensiero e di espressione che stanno alla base di quest'ultimo. Sulle prospettive che interessano la democrazia nel nuovo scenario mediale ci sono in ambiente accademico opinioni molto diverse: abbiamo distinto le posizioni degli ottimisti, convinti che le nuove tecnologie possano migliorare la politica anche consentendo lo sviluppo di sue forme originali, come la democrazia diretta attraverso il web auspicata da Lévy al posto del sistema rappresentativo, da quelle degli scettici, che al contrario affermano che le modalità di fruizione mediale che esse comportano creano divisione e isolamento, e che le dinamiche di consumo che incoraggiano fanno dimenticare alle persone il senso civico e l'appartenenza a una comunità, dunque i principi stessi della democrazia. Infine abbiamo delineato la visione dei critici, per i quali i nuovi media non sono inerentemente democratici, ma affinché si sviluppino in tal senso necessitano di essere guidati dalle istituzioni, a loro volta da innovare per fronteggiare al meglio la rivoluzione digitale. In chiusura, concentrandosi sulla situazione nella quale versa oggi la comunicazione in rapporto alla politica, si è sottolineato che le istituzioni rappresentative si stanno finalmente accorgendo delle potenzialità che offre loro la rete.
Un breve bilancio dei risultati potrebbe essere la scoperta che le tecnologie di comunicazione, e la preponderanza odierna della dimensione visuale sulle altre modalità di espressione – prima tra tutte quella testuale – che l'evolversi delle prime ha comportato hanno un impatto profondo sull'identità dell'individuo e le sue interazioni con gli altri: una società nella quale sorgano forme mediali e comunicative diverse diviene una società diversa. È necessario, quindi, tenere costantemente sotto controllo l'universo mediale e le dinamiche comportamentali dei suoi fruitori, per interpretare nella maniera più opportuna le trasformazioni che la società sta attraversando e le prospettive che il futuro le pone di fronte, così da farsi trovare il più pronti possibile da un domani che, forse, appare incerto e talvolta spaventoso soltanto perché non ci si è mai fermati a riflettere con sufficiente lucidità sulle evoluzioni in corso. I nuovi media, la rete internet e l'immagine virtuale ci plasmano, modificano la nostra vita e sembrano avere le potenzialità per migliorarla, quello che dobbiamo chiederci è fino a che punto ciascuno di noi è disposto a lavorare per questo. Probabilmente tra qualche anno, se avremo dato la risposta giusta, guardandoci alle spalle concluderemo sorridendo che ne valeva la pena.

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INTRODUZIONE Il presente saggio nasce dalla convinzione generale che, per comprendere correttamente i fenomeni sociali – e più estesamente umani, dal momento che ci occuperemo sia del singolo individuo nella costruzione della propria soggettività, sia delle dinamiche interne e reciproche dei gruppi cui tale individuo aderisce, per finire con gli orientamenti che assume la società occidentale tutta –, non sia sufficiente seguirli e analizzarli nella loro realtà effettiva di sviluppo con un approccio esclusivamente sperimentale, ma sia necessario osservarli attraverso la lente interpretativa della filosofia. Indagare sul proprio contesto di vita e su se stesso e i suoi simili è da sempre, per l'uomo, fondamentale per vivere consapevolmente e dunque in maniera più equilibrata possibile i cambiamenti che si verificano nell'ambiente che lo circonda, e oggi come non mai ci troviamo di fronte a una enorme rivoluzione determinata dall'evolversi di un mondo precedentemente dominato da strutture di tipo testuale in uno che si sviluppa in misura prevalente attraverso la dimensione visiva. In particolare, è accaduto che in una manciata di anni le tecnologie della comunicazione siano progredite a tal punto da moltiplicare in proporzione esponenziale il flusso di stimoli – informativi ma anche promozionali, piuttosto che relativi allo svago e all'intrattenimento – ai quali ciascuno di noi si trova esposto, che egli lo voglia oppure no. E si dà il caso che una gran parte di tali stimoli, grazie soprattutto alla straordinaria diffusione di internet e delle tecnologie digitali in generale, sia di tipo visuale. Ora, l'uomo rischia, in questo mare di comunicazione agitato dalle immagini, di perdere il controllo delle proprie percezioni, non riuscendo più a gestirle, ovvero non sapendo più scegliere cosa interiorizzare e come farlo, cosa analizzare in modo distratto, cosa infine lasciar correre senza che sia necessario dedicargli attenzione. Il risultato è un disorientamento tutto da interpretare, del cui senso è fondamentale venire a capo innanzitutto da un punto di vista teorico, per divenire poi in grado di intervenire con cognizione di causa sulla realtà effettiva della formazione del soggetto e 6

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Scienze della Comunicazione

Autore: Sara Cioni Contatta »

Composta da 134 pagine.

 

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