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Usi e abusi della parola nella Seconda Repubblica

Informazioni tesi

  Autore: Lucio Perotta
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Scienze e tecnologie della comunicazione
  Relatore: Ilaria Tani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 186

Che lingua parlano i politici della "seconda Repubblica"? Nella mia ricerca ho cercato di capire quali sono stati i cambiamenti che la lingua, l'argomentazione e, più in generale, il discorso politico hanno subito nel passaggio dalla "prima" alla "seconda" Repubblica. Vecchie e nuove abitudini del parlare politico, condite da fenomeni alieni alla pratica politica. In questo si iscrivono i processi di leaderismo, personalizzazione e mediatizzazione della politica. Politici-star, come sono stati definiti, prendono il posto dei "politici di mestiere". La tv ha, in questo senso, un'importanza fondamentale nel cambiamento.
Nella ricerca si illustra, quindi, il passaggio dal "politichese" al "gentese", nuovo fenomeno linguistico che sottolinea la costante (ed eccessiva) semplificazione del linguaggio politico. Un linguaggio che è sì specializzato ma che risente sempre di più dell'influenza del marketing e della pubblicità. Si mette così in atto un processo di abuso della semplificazione che si esplica nelle forme colloquiali/gergali, nell'uso di metafore ed altre figure retoriche, nell'abuso di turpiloqui ed umorismi.
Nell'ultima parte della tesi vengono presi in esami tre casi linguistici singolari del panorama politico italiano: il linguaggio religioso di Silvio Berlusconi, il linguaggio proverbiale di Antonio Di Pietro e la "poesia" di Nichi Vendola

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5 Introduzione Che lingua parla la “seconda Repubblica”? A questa e ad altre domande si è cercato di rispondere con questa tesi. A tal fine sono stati considerati i cambiamenti più importanti subìti dalla politica e dalla comunicazione negli ultimi decenni: facendo partire l‟analisi dal 1992, anno in cui il sistema della “prima Repubblica” inizia a scricchiolare sotto i colpi dell‟indagine “Mani pulite” (1.1), si può notare come sia l‟agire che l‟interagire politico cambiano radicalmente. Nell‟analisi che segue, in particolare, è stato messo in evidenza il ruolo decisivo che la comunicazione ha assunto nel nuovo sistema politico: con le parole di Desideri, si può affermare che “alla vecchia formula della „centralità politica delle comunicazioni di massa‟, tipica della concezione sociopolitica dominante nei primi anni Settanta, si è progressivamente sostituita, verso la fine del secolo scorso, quella della „centralità comunicativa dell‟agire politico‟, più rispondente alla matrice sociosemiotica dei processi informativi connessi al sistema politico” 1 . Si assiste, difatti, a un ribaltamento nel rapporto politica- comunicazione: se, nell‟arco dei 50 anni della “prima Repubblica”, è la comunicazione a “servirsi” della politica, dal 1992 in poi, è la politica ad usare lo strumento della comunicazione. Alla base di questa “inversione” si riscontrano delle cause di natura sia politica che comunicazionale (1.2). Con la caduta del sistema della “prima Repubblica”, segnato dal dominio partitico dei tradizionali Dc, Pc e Psi, si instaura in Italia un sistema elettorale maggioritario (decretato dalla riforma della legge elettorale, la cosiddetta “Mattarellum”) 1 P. Desideri, La comunicazione politica: dinamiche linguistiche e processi discorsivi, in S. Gensini (a cura di), Fare comunicazione, Carocci, Roma, 2006, p. 165.

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