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Hans Jonas: una metafisica del limite

Il percorso che questo lavoro ha voluto costruire si articola in modo triadico e attraversa i tre momenti dell’esperienza del filosofo Hans: la sua esistenza con riferimento agli episodi biografici e ai luoghi formativi che hanno in qualche modo orientato la riflessione filosofica e che, a mio parere, hanno costituito il sostrato esperienziale della sua speculazione teoretica; la metafisica quale si ricava dalla riflessione sulla teodicea, in particolare nel confronto filosofico con Kant e Leibniz; il legame fra metafisica ed etica che comporta una precisa interazione fra pensiero e azione e che implica un’assunzione di responsabilità da parte di ognuno per la salvaguardia del mondo e per la prosecuzione della vita della stessa umanità. I tre momenti, delineati ciascuno in ogni capitolo del nostro lavoro, possono essere paragonati alle tre tappe del percorso intellettuale che lo stesso Jonas delinea nella conferenza tenuta a Heidelberg nel 1986 e intitolata Wissenschaft als persönliches Erlebnis:
La prima è caratterizzata dallo studio della gnosi tardo antica sotto il segno dell’analitica esistenziale, la seconda dall’incontro con le scienze naturali nella prospettiva di una filosofia dell’organismo, la terza da una svolta che mi ha portato dalla filosofia teoretica alla filosofia pratica, ossia all’etica.
Passato, presente e futuro si intrecciano in una riflessione che dalla meditazione sulle filosofie antiche si apre all’orizzonte dei problemi contemporanei di un’etica compatibile con le nuove tecnologie. Studio della gnosi, filosofia dell’organismo ed etica hanno forse in comune un unico modo di accostarsi all’esistenza e che noi chiamiamo metafisica del limite, ovvero filosofia della finitezza quale elemento ontologicamente appartenente all’essere in quanto tale, e, in particolare, all’essere proprio dell’essere umano. A partire da una metafisica del limite si chiariscono concetti quali l’autolimitazione di Dio, la presenza della sofferenza o la necessità di una responsabilità per le azioni dell’essere umano nei confronti di se stesso e del cosmo. La lettura dell’opera jonasiana alla luce di una metafisica del limite quale categoria filosofica di interpretazione, può costituire non solo il modo per un nuovo approccio ermeneutico ma in primo luogo il senso per una adeguata comprensione di un pensiero che si fonda sulla contraddittoria relazione fra limitatezza dell’essere e pensiero dell’infinito, fra sofferenza costitutiva dell’esistere e desiderio di eterna beatitudine: un paradosso che forse sta alla base dell’antropologia e dell’umanesimo di Hans Jonas e che rivela quella dialettica, di estrema rilevanza filosofica, fra necessità e libertà, fra ἀνάγκη ed ἐλευτερία.

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II Introduzione Nel corso che Heidegger tenne a Friburgo nel semestre 1929/1930 e che egli considerava uno dei migliori suoi corsi universitari, si affrontavano i Concetti fondamentali della metafisica e, in particolar modo, si tentava un‟analisi filosofica delle nozioni di Mondo, Finitezza e Solitudine alla luce dei risultati dell‟analitica esistenziale elaborata in Essere e tempo. In quegli stessi anni un giovane allievo di Heidegger, il quale aveva assistito alle sue lezioni su Agostino e sul problema del libero arbitrio nel confronto agostiniano con il pelagianismo, pubblicava nella collana di studi curata dal teologo Bultmann un saggio dal titolo Augustin und das paulinische Freiheitsproblem. Nel testo gli echi heideggeriani sembrano più che evidenti e l‟affinità dei temi trattati in esso rispetto alla riflessione heideggeriana lasciano emergere tutta la sintonia e l‟adesione filosofica che legava il giovane allievo Hans Jonas al suo maestro. In primo luogo si evidenzia la centralità di una filosofia intesa come metafisica nonché la necessità di affrontare questioni la cui risoluzione appare del tutto inconcludente se elaborata con i soli strumenti di una ragione intesa in senso scientista o neopositivista. Nell‟atteggiamento di Heidegger che combatte contro l‟ontologia tradizionale si riscontra la volontà di leggere la filosofia più come una poesia che come una scienza, più come una nostalgia che come una matematica. Non è un caso che nel corso sopracitato Heidegger, per definire lo stato d‟animo fondamentale del filosofare, citi il poeta Novalis che sosteneva: “La filosofia è propriamente nostalgia, un impulso ad essere a casa propria ovunque” 1 . Le due radici che stanno alla base della definizione della filosofia come nostalgia impongono il dovere di scoprire il filosofare come un lamento (άλγορ) del ritorno (νόζηορ), ovvero come il desiderio di un recupero dell‟origine e di uno svelamento dell‟essenziale. Come sosteneva Aristotele, alla base della filosofia risiede quello stupore (τασκάδεηλ) proprio di chi osserva il mondo sì problematizzandolo con l‟intelletto ma, al tempo stesso, rimanendovene meravigliato. Un tale atteggiamento ha animato non solo lo sviluppo del pensiero filosofico ma anzitutto la vita e l‟esistenza di Hans Jonas del quale la moglie Lore scrive: 1 Martin Heidegger, Concetti fondamentali della metafisica,Il Melangolo, Genova 1999, p. 10.

Laurea liv.I

Facoltà: Filosofia

Autore: Angelo Tumminelli Contatta »

Composta da 70 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.