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Perfezione e felicità: unione di sensibile e soprasensibile nell'idea fichtiana di sommo bene (1792-1798)

Informazioni tesi

  Autore: Nicola Gragnani
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1999-00
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Marco Maria Olivetti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 133

La nostra ricerca mostra i vari tentativi di risoluzione del problema dell'unificazione di sensibile e soprasensibile alla luce dello sviluppo del concetto di sommo bene che, nel tormentoso sviluppo della filosofia fichtiana, subisce notevoli cambiamenti, mai però tali da condurre Fichte ad espellere il concetto dal cuore stesso del suo sistema. E ciò non poteva certo accadere, se è vero ciò che abbiamo affermato, cioè che Fichte mantenne sempre la sua filosofia al servizio dell’esigenza pratica di realizzazione della morale e del suo oggetto, ossia del bene, dello scopo finale morale dell’uomo. Il problema del dualismo viene affrontato da Fichte su due diversi piani, corrispondenti, potremmo dire, ad un punto di vista ontologico (ricerca dell'unità dell'esperienza in generale) ed un punto di vista ontico (ricerca dell'unità nell'uomo fra sensibilità e ragione). Nella CO Fichte, distinguendo ancora nettamente i due piani, perviene a soluzioni separate: "Dio" e "legislazione superiore" garantiscono l'unità dell'esperienza in generale, mentre il concetto di impulso riunifica nell'uomo la passività con la spontaneità. Successivamente, vale a dire già nelle opere del 1794, Fichte concepisce i due piani come indistinguibili, o meglio come un unico piano considerabile da un punto di vista più alto (ed allora si tratta di fornire il fondamento di ogni cosa) ed uno più basso (per cui può risultare sufficiente l'indicazione del punto d'unione della natura umana).
La convergenza tra la soluzione ontologica e quella ontica, tra il concetto dell'Io e quello di impulso, si chiarirà nel corso della tesi, in quanto la questione del principio primo di ogni esistente si intreccia fino all'indistinguibilità con la ricerca di un punto di unificazione tra la ragione e la sensibilità. Questa è una peculiarità della filosofia di Fichte: un discorso apparentemente antropologico-psicologico come la descrizione delle funzioni dell'animo è allo stesso tempo un discorso sulla costituzione ultima di tutte le cose.Il concetto di sommo bene è dunque un concetto specifico del sistema fichtiano, riguardato però in questa tesi in vista di una comprensione globale del problema filosofico dell'unità di sensibile e soprasensibile (negli anni 1792-1798).
Mostreremo, riguardo allo scopo finale:
1) la genesi dell'esigenza umana di porlo, cosa che ci costringerà ad affrontare il discorso sull'impulso;
2) il suo contenuto specifico, che ci condurrà al discorso sulla comunità etica e sull'intersoggettività;
3) il suo sviluppo da "sommo bene" ad "ordine morale del mondo";
4) la sua funzione, in relazione all'intero sistema, come oggetto della morale e necessario ponte per un approdo alla religione.
In questa ricerca, dopo aver introdotto la tematica del sommo bene mediante un'analisi del concetto stesso nella filosofia di Kant (primo capitolo), ci siamo concentrati particolarmente su tre testi (corrispondenti al secondo, terzo e quarto capitolo): il Versuch einer Critik aller Offenbarung (Saggio di una critica di ogni rivelazione, 1792), la Bestimmung des Gelehrten (Missione del dotto, 1794) e la Sittenlehre (Sistema di etica,1798). Il testo di partenza è il luogo nel quale compare per la prima volta il concetto di sommo bene, e l'unico lavoro fichtiano nel quale il concetto rispecchia ancora piuttosto fedelmente la sua derivazione kantiana. La scelta di una analisi approfondita delle lezioni del 1794 si motiva sia in quanto il tema dell'opera è appunto la missione dell'umanità, e con ciò il cammino che deve percorrere verso la perfezione (scopo finale), sia perché è in questo testo che Fichte si confronta esplicitamente con Kant in relazione al problema del dualismo inerente al concetto stesso di sommo bene (felicità e perfezione), che Fichte sente il bisogno di risolvere in una sola ed unitaria direzione (la perfezione). L'opera del 1798 poi, essendo una compiuta esposizione della filosofia morale, non può non avere come suo centro l'oggetto della morale stessa, che è nella SL98 l'assoluta libertà.
Complessivamente, dato il tema della nostra ricerca, si è scelto di porre maggiore attenzione alle opere più direttamente morali del filosofo, e di considerare quelle teoretiche solo in relazione ai problemi emersi dall'analisi del sommo bene stesso (e questa relazione è del resto inevitabile in un sistema che intreccia così strettamente piano teoretico e ambito pratico).

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1 INTRODUZIONE Il problema fondamentale della filosofia, come Fichte esplicita nella sua Prima introduzione alla dottrina della scienza (1797), consiste nel fornire una spiegazione del sistema delle rappresentazioni accompagnate dal sentimento di necessità. L'impostazione del problema stesso rivela chiaramente la prospettiva trascendentale abbracciata dall'autore (ma in una accezione di trascendentale che dovremo esplicitare): il sistema delle Vorstellungen (rappresentazioni) accompagnate dal sentimento di necessità non è infatti nient'altro che l'esperienza, l'oggettività, oggettività pensata da Fichte come Vorstellung del soggetto (dunque non come una cosa in sé, esistente al di là del pensante, ma, appunto, come rappresentazione, che in quanto tale accade all'interno dell'orizzonte della coscienza). La caratteristica dell'idealismo trascendentale fichtiano consiste infatti nel tener fermo il principio per cui tutto ciò che è, è per la coscienza e tramite la coscienza. La rappresentazione costituisce, e proprio a causa dell'impostazione radicalmente trascendentale di Fichte, un problema di difficile soluzione. Si tratta infatti di riuscire a spiegare l'oggettività così come ci si para di fronte senza ricorrere all'idea di cosa in sé, senza cioè pensare che il soggetto sia affetto in qualche modo da un che di estraneo al soggetto stesso. L'oggettivo deve allora rivelarsi come un derivato del soggettivo, e dunque la filosofia ha il compito di mostrare come a partire dal soggettivo si possa giungere all'oggettivo. Abbiamo accennato alla peculiare impostazione trascendentale di Fichte. Il filosofo infatti porta alle estreme conseguenze il concetto kantiano di conoscenza trascendentale, cioè di quella conoscenza che si occupa non di oggetti, ma del nostro modo di conoscerli, cioè delle strutture necessarie a priori del soggetto conoscente. All'interno di una simile prospettiva l'attività della conoscenza risulta certamente costitutiva rispetto all'oggetto, ma non esclude la possibilità di spiegare la presenza dell'oggettività stessa non mediante la conoscenza, bensì attraverso il pensiero limite di un noumeno, di una cosa in sé radicalmente altra rispetto al soggetto conoscente. Jacobi, la cui filosofia influenzò certamente Fichte, indicò nel concetto di cosa in sé il tallone d'Achille dell'impresa critica (nello scritto del 1787 D.Hume.Sulla fede, ovvero idealismo e realismo). Jacobi, che era un anti-idealista, voleva con ciò mettere in luce come il cuore della filosofia kantiana fosse un puro soggettivismo, e come il concetto di cosa in sé risultasse niente più che un residuo dell'oggettivismo, che come tale doveva essere abbandonato: l'impresa critica doveva cadere e lasciare il posto ad un autentico idealismo.

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Parole chiave

dio
intersoggettività
io assoluto
perfezione
sommo bene
johann fichte
immanuel kant
filosofia della religione

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