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Il prezzo della verità. Professione inviato di guerra.

Informazioni tesi

  Autore: Silvia Santini
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Urbino
  Facoltà: Sociologia
  Corso: Comunicazione e Pubblicità per le Organizzazioni
  Relatore: Giannetto Sabbatini Rossetti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 142

La figura professionale dell'inviato al fronte ha sempre suscitato in me grande interesse e fascino, per questo ho dedicato il mio lavoro ai reporter di guerra, concentrandomi sui giornalisti italiani morti sul campo e sull'evoluzione che questo mestiere ha avuto nel corso della storia. Viene considerato per antonomasia padre di questa professione, senza addentrarsi nei meandri della storia, l’irlandese William Russell che nel 1854 fu mandato a raccontare la guerra di Crimea. Russell si aggirò per il fronte come un “cane sciolto”, osservando gli eventi e cercando di capire cosa fosse in realtà una battaglia. Purtroppo la storia del giornalismo di guerra insegna che la chiarezza usata da Russell nello scrivere i suoi pezzi non fu sempre possibile, soprattutto durante la guerra in Vietnam, che rappresenta il punto di non ritorno per l'informazione bellica. Ma prima un balzo indietro: attraverso l'epoca coloniale, prendendo a prestito l'esperienza di Luigi Barzini, sono giunta alla Seconda Guerra Mondiale per raccontare della dura vita degli inviati, primo tra tutti Indro Montanelli. Spazio è stato dato anche al cinema, alla fotografia e alla radio come mezzi di comunicazione nascenti e privilegiati per la diffusione di notizie e spesso di propaganda. Ho dato voce a una delle donne reporter più autorevoli in questo campo, Oriana Fallaci, emblema della giornalista combattiva. Come dicevo, il Vietnam ha fatto da spartiacque nell'evoluzione della professione e cercherò di riportarlo attraverso la testimonianza di Tiziano Terzani. In seguito, invasione russa dell'Afghanistan, guerra del Golfo e dei Balcani sono state le tre tappe che hanno fatto da premessa al grande capitolo assegnato all'Afghanistan e all'Iraq. Una sezione di intermezzo è stata dedicata alla figura del reporter nel senso tecnico del termine, prendendo le mosse dal libro di Ryszard Kapuściński “Autoritratto di un reporter”: sono stati analizzati linguaggio, bagaglio e fonti per delineare gli aspetti caratteristici di questa figura. Esistono storie celate dietro a nomi che hanno dato tanto per sapere. E alcune di queste persone, rigorosamente italiane, hanno davvero segnato la storia degli inviati di guerra. Il quarto capitolo, cuore della mia ricerca, l'ho dedicato dunque a quei giornalisti e fotoreporter morti in guerra perché volevano documentare e rendere nota a tutti la verità: Italo Toni e Graziella de Palo, i due giornalisti morti nel 1980, Almerigo Grilz (1987), Guido Puletti (1993), il giornalista Marco Luchetta e gli operatori Alessandro Ota e Dario D'Angelo (1994), Ilaria Alpi e l'operatore triestino Miran Hrovatin (1994), Marcello Palmisano (operatore di Carmen Lasorella) deceduto nel 1995, Antonio Russo (2000), Maria Grazia Cutuli (2001), Raffaele Ciriello (2002), Enzo Baldoni (2004) e Fabio Polenghi (2010). La società dell'immagine è il titolo del quinto capitolo, dove darò molto spazio alla fotografia e alle tecniche di messa a video, fondamentali per le storie raccontate dai reporter. Non potevo certo esimermi dal parlare del fotogiornalismo e del suo maggior esponente: Robert Capa. E poi la tesi approda nell'era della televisione e del video: il modo in cui è stato interpretato l'11 settembre e la guerra in Iraq è stato spiegato attingendo alle più grandi emittenti mondiali, Cnn, Bbc, Fox News e Al-Jazeera ma anche al Corriere della Sera e Repubblica e ai nuovi leader mondiali che monopolizzano l'informazione. Ho dato grande rilievo a Internet e ai war blog (solo due esempi, “La Torre di Babele” di Pino Scaccia e il blog di Salam Pax), intesi come nuovi strumenti di comunicazione: in un mondo sempre più “vicino” grazie alle incredibili possibilità di collegamento istantaneo offerte dall’informatica e dalle telecomunicazioni, si è giunti ai primi casi di “superamento” della professione giornalistica come noi tutti la conosciamo. Infine ho analizzato il fenomeno del citizen journalism con particolare riguardo al suo versante militare. Attraverso lo studio dell’evoluzione della figura di inviato al fronte, ho cercato di comprendere come è mutata l’informazione e i vincoli che il potere ha cercato di porre al suo svolgimento. Cuore della tesi è la descrizione della personalità di quei giornalisti italiani morti in guerra, cercando di tratteggiare un profilo quanto più veritiero delle loro personalità, del loro lavoro e delle motivazioni che li hanno spinti a svolgere una professione tanto attraente quanto rischiosa.

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PREFAZIONE “In tempo di guerra la verità è così preziosa che sempre bisogna proteggerla con una cortina di bugie” Winston Churchill La figura professionale dell'inviato al fronte ha sempre suscitato in me grande interesse e fascino. Per questo dedicherò il mio lavoro ai reporter di guerra, concentrandomi sui giornalisti italiani morti sul campo e sull'evoluzione che questo mestiere ha avuto nel corso della storia. Viene considerato per antonomasia padre di questa professione, senza addentrarsi nei meandri della storia, l’irlandese William Russell che nel 1854 fu mandato a raccontare la guerra di Crimea. Russell si aggirò per il fronte come un “cane sciolto”, osservando gli eventi e cercando di capire cosa fosse in realtà una battaglia. I resoconti del giornalista aprirono una breccia nel muro che fino a quel momento aveva tenuto separato l'ignaro cittadino dalla verità dei campi di battaglia. Purtroppo la storia del giornalismo di guerra insegna che la chiarezza usata da Russell nello scrivere i suoi pezzi non fu sempre possibile, soprattutto durante la guerra in Vietnam, che rappresenta il punto di non ritorno per l'informazione bellica. Ma prima un balzo indietro: attraverso l'epoca coloniale, prendendo a prestito l'esperienza di Luigi Barzini, giungerò alla Seconda Guerra Mondiale per raccontare della dura vita degli inviati, primo tra tutti Indro Montanelli, divisi tra ardente bisogno di espressione e censura. Spazio sarà dato anche al cinema, alla fotografia e alla radio come mezzi di comunicazione nascenti e privilegiati per la diffusione di notizie e spesso di propaganda. Darò anche voce a una delle donne reporter più autorevoli in questo campo, Oriana Fallaci, emblema della giornalista combattiva. Come dicevo, il Vietnam ha fatto da spartiacque nell'evoluzione della professione e cercherò di riportarlo attraverso la testimonianza di Tiziano Terzani. In seguito, invasione russa dell'Afghanistan, guerra del Golfo e dei Balcani saranno le tre tappe che faranno da premessa al grande capitolo assegnato all'Afghanistan e all'Iraq. Una sezione di intermezzo sarà dedicata alla figura del reporter nel senso tecnico del termine, prendendo le mosse dal libro di Ryszard Kapuściński “Autoritratto di un reporter”: saranno analizzati linguaggio, bagaglio e fonti per delineare gli aspetti caratteristici di questa figura. Esistono storie celate dietro a nomi che hanno dato tanto per sapere. E alcune di queste persone, rigorosamente italiane, hanno davvero segnato la storia degli inviati di guerra. Il quarto capitolo, cuore della mia ricerca, sarà dedicato dunque a quei giornalisti e fotoreporter morti in guerra perché volevano documentare e rendere nota a tutti la 4

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