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Il suicidio nell'anziano

Il nostro interesse per il suicidio ci ha portato a riflettere sull'ambiguità esistenziale del suicidio, considerandolo anche come un evento radicalmente pertinente alla natura umana, da analizzare nella sua irripetibile dimensione di singolarità: coglierne il grado di libertà e/o di illibertà considerando, quindi, il suicidio come modalità primariamente psicopatologica ma anche come modalità antropologica nel pieno senso del termine. Proprio in termini antropologici abbiamo cercato di leggere i dati epidemiologici mondiali sul comportamento suicidario, focalizzando la nostra attenzione sul fenomeno suicidario in relazione alla fascia d'età relativa alla popolazione anziana, maggiormente esposta ad un elevato rischio di suicidio. L'elaborato di tesi è diviso in due parti. La prima segue un ordine epistemologico ed euristico sulle diverse tipologie e le molteplici condotte suicidarie, sulle emergenze psicopatologiche che ne determinano o ne favoriscono la messa in atto anche nelle più diverse condizioni socio-psichiatriche. Nella seconda parte il tema della condotta suicidaria viene approfondito nelle persone in età geriatrica, presentando alcune autopsie psicologiche. Le conclusioni comprendono alcune ipotesi preventive e di trattamento. In Appendice sono discusse alcune Tavole che suggeriscono segni di riconoscimento e considerazioni utili per chi si confronta con persone a rischio suicidario, tradotte dal volume di Joseph Richman (1993), Preventing Elderly Suicide. Una Bibliografia aggiornata, completa il presente studio.

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3 INTRODUZIONE Il suicidio può essere inteso da molti punti di vista diversi da quelli religiosi, filosofici e sociologici, e quelli psicologici e biologici. Se per molti il suicidio è fonte di crescente curiosità e di mal celata inquietudine, per altri rappresenta l’oggetto di una profonda e necessaria negazione. Per secoli chi si toglie la vita (o chi tenta di farlo) è stato giudicato da codici morali e giuridici: solo più recentemente tale giudizio ha lasciato il passo all’interpretazione di sociologi, psicologi e psichiatri. La condotta suicidaria è così diventata, secondo l’assunzione o da un diverso punto di vista, prodotto del cambiamento sociale, l’esplosione di una anomalia comportamentale o l’atto che cela una vulnerabilità caratteriale. Il suicida è passato dall’essere oggetto del giudizio morale a quello di una più matura ortodossia scientifica, senza però che per questo ogni pur lodevole tentativo di comprenderne la natura per interferire con la sua intenzionalità autodistruttiva sia riuscito ad eliminare i limiti metodologici più grossolani o abbia evitato risultati contraddittori. In un periodo in cui predominano nella psichiatria il pragmatismo nordamericano e la psicopatologia viene confinata ad un elenco commentato di sintomi, si rende necessario un ritorno al pensiero psicopatologico europeo, sia nella classica espressione del “comprendere”, che nella moderna ed attuale ricerca del percorso di sintesi. “Se la ragione di morire è legata a quella di vivere, tentare di indagare il percorso che conduce a giudicare inutile una esperienza implica ricercarne il senso perduto” (Crepet & Florenzano, 1998, p.XIX). Il senso, dunque, si sposta inevitabilmente sul significato più profondo del suicidio e l’esigenza di interpretare in modo trasversale rispetto al sapere delle singole discipline si rende necessario rispetto al fenomeno nel suo complesso. Il suicidio, quindi, non è solo un problema “funzionale” a cui vengono applicate le tecniche terapeutiche ma è anche un problema esistenziale (in ambedue i significati, letterale e filosofico). Il problema non è come ottenere una vita migliore e più fruttuosa, ma proprio “se vivere”, o decidere di morire quando non si ha più voglia di vivere: il suicidio come atto razionale, una scelta tra la morte e il dolore. Secondo Seneca, la libertà umana di fare scelte nella vita consiste almeno nell’essere liberi di decidere quando e come uscire dalla vita. Le persone vicine a morire dovrebbero chiedere a se stesse se è la vita o la morte che esse vogliono prolungare. Se fosse la morte, non è necessario che esse attendano di essere in un dolore intollerabile per scegliere di morire. Non è un bene il mero vivere, ma il vivere bene (concetto di “qualità della vita”) … Ignaro colui che muore senza causa e stolto colui che vive con dolore! : il suicidio rappresenterebbe in tal caso non soltanto una uscita di emergenza legittima in caso

Tesi di Laurea

Facoltà: Psicologia

Autore: Flavia Albani Contatta »

Composta da 151 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 6887 click dal 20/03/2004.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.