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Viaggiare nel Settecento: “A Journey to the Western Islands of Scotland” di Samuel Jonhson e le diverse prospettive di Boswell, Pennant e Martin

In questo lavoro si intende indagare il genere della letteratura di viaggio, in particolare il ruolo che ha rivestito nel Settecento, analizzandone alcuni registri, temi e punti di osservazione. Non solo vengono prese in considerazione le osservazioni scientifiche e naturalistiche ma anche un’attenzione antropologica alla vita di altri popoli e altre culture, grazie anche alla nascite delle nuove discipline umano-sociali.
A tal fine si è scelto di prendere in considerazione quattro autori, Samuel Johnson, James Boswell, Martin Martin e Thomas Pennant, vissuti a breve distanza l’uno dall’altro, che si sono cimentati col medesimo percorso lungo i sentieri delle Highlands.
Tramite un’analisi comparativa degli scritti, si è tentato di evidenziare i punti di contatto e le differenze dei quattro punti di vista, nonché i diversi approcci stilistici, tra osservazioni empiriche e soggettive.
Questo studio si rivela anche un’occasione per approcciarsi in maniera diversa, laterale, alla figura di Samuel Johnson, celebre nella storia della letteratura inglese per le sue opere saggistiche, biografiche e poetiche tra le quali spiccano London, pubblicato nel 1738, Life of Mr Richard Savage, 1744, il racconto filosofico The History of Rasselais Prince of Abyssinia del 1759 ed il suo più grande successo A Dictionary of the English Language del 1775.
Per raggiungere tale obiettivo si è ritenuto opportuno suddividere il presente lavoro in due capitoli.
Nel primo si offre una panoramica sul genere della Travel Literature in relazione agli studi teorici compiuti sul viaggio e le sue diverse fasi: partenza, transito, arrivo o ritorno. Sull’ultimo punto si analizzeranno le diverse teorie di Eric Leed e di Paolo Terzo.
La trattazione verterà sull’idea del viaggio come scoperta intellettuale grazie al confronto con l’alterità la quale, apportando elementi nuovi, costringe a un riassetto concettuale e ad un allargamento dell’orizzonte cognitivo.
Una volta chiarite le fasi ed il senso del viaggiare, si è cercato di tracciare i tratti essenziali del viaggiatore del Settecento, il secolo del Grand Tour.
In particolare nel Settecento si sottolineavano gli effetti benefici che l’intensificazione dei viaggi avrebbe potuto produrre sulla fisionomia culturale dell’intera Europa, estendendo lo spirito delle persone, elevandolo, arricchendolo di conoscenze, guarendolo dai pregiudizi nazionali. L’osservazione diretta, empirica suggerita già da Bacone, divenne un mezzo per considerare anche la propria realtà collocandola in un contesto più ampio. Apprendere le diversità doveva costituire un arricchimento che avrebbe inciso sulla stessa capacità e qualità della rappresentazione letteraria, nonché sull’immaginario dello scrittore stesso.
La letteratura di viaggio del periodo assume quindi un carattere documentaristico. Nel secondo capitolo vengono messe a confronto le quattro opere considerate evidenziando le analogie e differenze tra osservazioni empiriche e punti di vista soggettivi, tenendo in considerazione i diversi momenti in cui sono stati redatti i diari di viaggio e la differente origine e radice culturale degli scrittori.
Dopo aver chiarito le motivazioni che hanno spinto Martin, Pennant, Johnson e Boswell ad intraprendere un Tour attraverso la Scozia e alle Isole Ebridi, vengono analizzati i diversi approcci stilistici dei rispettivi resoconti di viaggio.
Il capitolo viene suddiviso in due parti che prendono in considerazione due delle categorie oggetto di narrazione nelle opere considerate: la terra e il popolo. Nella prima, passando in rassegna le città ed i paesaggi osservati, si mettono in evidenza le sensazioni e le considerazioni personali di ciascun autore circa l’architettura, la terra stessa, la sua topografia, le pianure, i monti e i fiumi, le vedute naturali notevoli e le risorse naturali.
Nella seconda sezione vengono descritti il temperamento della popolazione, i suoi usi e costumi, l’abbigliamento, la dieta, le lingue, la religione e in generale il modo in cui viveva.
In particolare Johnson si focalizzerà sull’istruzione, o ignoranza, del popolo scozzese e sulla questione concernente la veridicità dei Canti di Ossian, a parere di Boswell, fine ultimo del viaggio dello stesso Johnson.

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3 INTRODUZIONE “Omero ci presenta Ulisse come il più saggio dei greci poiché aveva viaggiato molto e aveva visto città e costumi di molte genti”. Cosi esordisce Richard Lassels nella sua celebre guida del 1635, An Italian Voyage. 1 È indubbio che il viaggio sia, in ogni cultura ed epoca, un‟esperienza fondamentale dell‟essere umano. Esso rappresenta inoltre uno dei topoi letterari più frequenti e, proprio per questo motivo, offre numerosi spunti di analisi. In questo lavoro si intende indagare il genere della letteratura di viaggio, in particolare il ruolo che ha rivestito nel Settecento, analizzandone alcuni registri, temi e punti di osservazione. Non solo vengono prese in considerazione le osservazioni scientifiche e naturalistiche ma anche un‟attenzione antropologica alla vita di altri popoli e altre culture, grazie anche alla nascite delle nuove discipline umano-sociali. A tal fine si è scelto di prendere in considerazione quattro autori, Samuel Johnson, James Boswell, Martin Martin e Thomas Pennant, vissuti a breve distanza l‟uno dall‟altro, che si sono cimentati col medesimo percorso lungo i sentieri delle Highlands. Tramite un‟analisi comparativa degli scritti, si è tentato di evidenziare i punti di contatto e le differenze dei quattro punti di vista, nonché i diversi approcci stilistici, tra osservazioni empiriche e soggettive. 1 Brilli, Attilio, Quando viaggiare era un’arte: il romanzo del Grand Tour, Il Mulino, 1995, pag. 11.

Laurea liv.I

Facoltà: Lingue e Letterature Euromediterranee

Autore: Isotta Maffei Contatta »

Composta da 84 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.