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Il ruolo del Pakistan nella guerra in Afghanistan e nella lotta al terrorismo

Informazioni tesi

  Autore: Giuseppe La Paglia
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Perugia
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Relazioni internazionali
  Relatore: Valter Coralluzzo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 129

Il 7 ottobre del 2001 il cielo di Kabul fu rischiarato da una raffica di 50 missili Tomahawk sganciati da bombardieri statunitensi e britannici. A quel primo attacco ne sarebbero seguiti diversi altri. L’obiettivo dichiarato della missione era scovare ed annullare i centri nevralgici di quella fabbrica di terrore che risponde al nome di Al-Qaida.
A più di dieci anni da quel primo raid, le ostilità nel "paese dei Pashtun" non sono ancora terminate. Le incognite per la missione Isaf sono state parecchia ma la principale risponde al nome di "Pakistan". Qual è stato il ruolo di Islamabad e, in particolare dei servizi segreti (Isi)? Quale contributo ha offerto il paese allo svilupparsi del terrorismo internazionale e perchè? Come hanno influito i rapporti con la vicina India sulle strategie pakistane? E qual è stata la posizione degli Usa? Su questi e su altri interrogativi si è cercato di investigare lungo il corso di questo lavoro che racconta non solo i fatti relativi a un singolo paese ma i risvolti della sua azione su tutta la regione.

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INTRODUZIONE Il 7 ottobre del 2001 il cielo di Kabul fu rischiarato da una raffica di 50 missili Tomahawk sganciati da bombardieri statunitensi e britannici. A quel primo attacco ne sarebbero seguiti diversi altri. L’obiettivo dichiarato della missione era scovare ed annullare i centri nevralgici di quella fabbrica di terrore che risponde al nome di Al-Qaida . Nove anni più tardi il conflitto in Afghanistan conquista ancora le prime pagine dei giornali. Nonostante i 190 miliardi di dollari spesi dal governo a stelle e strisce, gli oltre 2000 soldati Isaf caduti (di cui 34 italiani) e l’infinita strage di civili afghani, lo sceicco del terrore Osama bin Laden ed il suo braccio destro, il medico egiziano Ayman al Zawahiri sono ancora a piede libero, irraggiungibili, praticamente dei fantasmi. Il sostegno dei talebani alla causa jihadista, le impervie condizioni del suolo afghano e la lunga lista di errori commessi dalla coalizione occidentale sono da considerarsi determinanti nel computo totale del conflitto ma anche altre variabili hanno contribuito al prolungarsi di una guerra che già nel dicembre 2001 sembrava potersi dire “archiviata”. E qui, una delle lezioni imparate a Kabul: anche se hai vinto la guerra non è detto che il tuo nemico sia sconfitto . Fra le cause delle difficoltà per le forze ora sotto il comando del generale Petraeus, si colloca un amico non troppo sincero, un alleato vacillante ed ambiguo, notevolmente influenzato da pulsioni oscure che ne minano la stabilità interna e quella internazionale. Il Pakistan della sconcertante supremazia dei militari e dell’indiscusso potere degli ulama si è dimostrato attore decisivo sia nello scacchiere di guerra afghano sia nei meccanismi di sostegno al terrorismo mondiale. Il Pakistan ha rappresentato e costituisce tutt’ora un crocevia di traffici internazionali che fanno registrare interessi da capogiro: “l’affare nucleare” diretto per circa un ventennio dallo scienziato Abdul Qadeer Khan e gli imponenti fiumi di droga che passano per il porto di Karachi diretti verso le più varie destinazioni, sono solo due esempi dei complessi giochi in corso. L’estremismo religioso ha trovato nel suolo pakistano un territorio particolarmente fertile sul quale proliferare, in cui l’humus è costituito dalla radicalizzazione religiosa degli anni 80’ e dalla povertà diffusa che non risparmia di fatto nessuna delle quattro province da cui il paese è composto. Il Pakistan oggi viene considerato un vero e proprio santuario per Al-Qaida con rifugi sicuri nonché basi da cui operare e solo negli ultimi anni certi territori (le Fata) sono stati violati 4

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