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L'efficacia della condizionalità politica nell'allargamento dell'Unione Europea: le variabili intervenienti e i casi comparati di Ungheria e Bulgaria.

In meno di due decenni i paesi dell'Europa dell'Est hanno vissuto un cambiamento epocale. I regimi filo-sovietici sono crollati uno dopo l'altro; tra il 2004 e il 2007 dieci di questi paesi hanno definitivamente archiviato il loro processo di transizione e consolidamento entrando a tutti gli effetti nell'Unione Europea, benchè alcuni di essi fossero governati da decenni con pugno di ferro, fossero fedeli alleati di Mosca o addirittura costituissero parte della stessa Unione Sovietica.

In che modo l'Unione Europea è riuscita ad attrarre a sé paesi di nuova democratizzazione che da mezzo secolo avevano solo rapporti precari con la parte occidentale del continente? Perché questi paesi hanno accettato di adottare il programma di riforme richiesto da Bruxelles come condizione per l'ingresso nell'UE? Quali fattori spiegano il diverso grado con cui negli anni i paesi candidati hanno soddisfatto le condizioni richieste?

Il presente lavoro di ricerca vuole offrire una risposta a questi interrogativi. Nel primo capitolo sarà descritta la strategia elaborata dall'Unione Europea per influenzare i processi di democratizzazione in atto nei paesi candidati, sarà analizzata dal punto di vista teorico, politico e temporale, e infine saranno individuati i fattori e le variabili che ne hanno determinato l'efficacia o l'inefficacia. Nel fare questo seguiremo il filone teorico [Pridham 1994; 2000 - Schmitter 1996 - Whitehead 1996; 2001 - Fossati 2004] che attribuisce all'UE il valore di variabile concorrente, insieme a quelle interne, nel processo di democratizzazione, nella convinzione che l'interazione tra questi fattori conduca a risultati differenti da un caso all'altro, secondo il comportamento delle variabili.

Rifiuteremo quindi una serie di approcci teorici alternativi alla teoria istituzionalista che invece adottiamo per spiegare il comportamento dei governi: la teoria realista, secondo la quale la condizionalità politica avrebbe avuto successo grazie alla capacità di coercizione esercitata dall'Unione Europea; la teoria geografica, che indica nella vicinanza ai confini dell'UE il fattore decisivo del successo delle riforme; la teoria economica, secondo la quale l'efficacia della condizionalità sarebbe funzione delle condizioni economiche in cui i paesi candidati si trovavano nel 1989; la teoria della prospettiva di membership, che sostiene che l'UE si rivolgerebbe, ricambiata, con più attenzione e più risorse verso gli stati che come membri sarebbero più appetibili, per i loro mercati in espansione e per il buon livello di democratizzazione iniziale.

Nel secondo capitolo sarà illustrata la strategia di influenza e di pressione che l'Unione Europea ha condotto sulle variabili intervenienti e ne saranno descritti i principi e gli strumenti; attraverso diversi esempi pratici si sarà infine in grado di definire le cause che determinano i risultati nel tempo della strategia europea della condizionalità.

Il terzo e il quarto capitolo saranno dedicati all'analisi dei casi dell'Ungheria e della Bulgaria in relazione ai fattori che determinano l'efficacia della condizionalità, nel periodo che va dalla stesura del Partenariato di Adesione alla chiusura dei negoziati. Esamineremo i comportamenti assunti dai diversi governi rispetto alle singole priorità democratiche stabilite da Bruxelles, e si stabilirà il peso e l'orientamento assunto dalla società civile. Mediante un approccio comparato sia a livello dei due paesi che dei differenti periodi del loro negoziato con l'UE, saranno quindi provate le ipotesi di tesi.

La scelta dei due casi di studio è caduta su Ungheria e Bulgaria per la loro diversità storica, politica, economica e sociale, che consideriamo un valore aggiunto al fine di dimostrare la validità della tesi. Le differenze tra questi due ex componenti del blocco sovietico infatti non si contano, a partire dal percorso storico che vede l'una sottoposta al dominio asburgico, e l'altra a quello ottomano; l'una a maggioranza cattolica e l'altra ortodossa e slava; l'una più integrata al sistema economico dell'Europa occidentale e l'altra tradizionalmente ancorata a Mosca; l'una con una forte comunità nazionale sparsa nei paesi vicini e l'altra con una consistente minoranza interna; l'una tendente alla contestazione del regime e l'altra al consenso.

Il giudizio sull’efficacia della condizionalità politica avrà come variabile indipendente quella dei Partenariati di Adesione e dei Regular Reports. Questi documenti esprimono diretta congruenza e consequenzialità coi principi espressi a Copenaghen, che della condizionalità politica dell’UE costituiscono l’espressione teorica. Inoltre la loro regolarità e la puntualità argomentativa sia dal punto di vista della richiesta che da quello della critica, della persuasione e della pressione, ne fanno le fonti ideali per un'analisi dettagliata del comportamento delle variabili dipendenti, caso per caso, settore per settore, politica per politica.

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Introduzione In meno di due decenni i paesi dell'Europa dell'Est hanno vissuto un cambiamento epocale. I regimi filo-sovietici sono crollati uno dopo l'altro, in un periodo che ormai identifichiamo con la data simbolo 1989; due anni dopo si è conclusa la parabola di uno stato che ha attraversato da protagonista tutti i momenti più drammatici, tragici ed entusiasmanti del secolo appena trascorso: l'Unione Sovietica. Tra il 2004 e il 2007 dieci di questi paesi hanno definitivamente archiviato il loro processo di transizione e consolidamento entrando a tutti gli effetti nell'Unione Europea. Hanno raggiunto, secondo tutti gli osservatori, traguardi democratici in molti casi inaspettati: alcuni di essi erano governati da decenni con pugno di ferro, erano gli alleati più fedeli di Mosca o addirittura costituivano parte della stessa Unione Sovietica. Da parte sua l'UE, dopo questo allargamento, ha raggiunto la dimensione inedita di 27 membri e 475 milioni di abitanti, espandendosi in un'area che le era “proibita” fino a pochi anni fa. In che modo l'Unione Europea è riuscita ad attrarre a sé paesi di nuova democratizzazione che da mezzo secolo avevano solo rapporti precari, instabili e di breve durata con la parte occidentale del continente? Perché questi paesi hanno accettato di adottare il programma di riforme richiesto da Bruxelles come condizione d'ingresso nell'Unione Europea? Quali fattori spiegano il diverso grado con cui negli anni i paesi candidati hanno soddisfatto le condizioni richieste? Il presente lavoro di ricerca vuole offrire una risposta a questi interrogativi. Nel primo capitolo sarà descritta la strategia elaborata dall'Unione Europea per influenzare i processi di democratizzazione in atto nei paesi candidati 1 , sarà analizzata dal punto di vista teorico, politico e temporale, e infine saranno individuati i fattori e le variabili che ne hanno determinato l'efficacia o l'inefficacia. 1 Per questo rimarranno al di fuori del lavoro di ricerca Cipro e Malta, che pure fanno parte del gruppo che entra nell'Unione Europea il 1 maggio 2004, ma che non sono stati retti da regimi comunisti.

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Riccardo Pennisi Contatta »

Composta da 147 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.