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Il giudizio direttissimo atipico

Informazioni tesi

  Autore: Andrea Carnesecchi
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Pisa
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Luca Bresciani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 171

Nella prospettiva del nuovo codice si è attribuita importanza ai riti c.d. alternativi rispetto al procedimento ordinario, sì da affermare che i cinque modelli predisposti dalla legge rappresentano gli strumenti indispensabili per il concreto funzionamento del sistema in quanto dovrebbero, permettendo di adeguare con grande flessibilità la scelta del rito alle peculiarità ed esigenze del caso concreto, coprire una aliquota rilevante di tutto il lavoro giudiziario. Il giudizio direttissimo rappresenta un istituto processuale che, come tanti altri, ha subito un profondo rinnovamento legislativo, che propone una più aggiornata esplorazione dell’approdo ontologico del codice del 1988. Esso si inserisce in un ambito definito tra i più interessanti del nuovo sistema processuale: è l’abbandono dell’idea di modello procedurale unico e la strutturazione, accanto al modulo ordinario, di una serie di modelli c.d. speciali, collegati, ora, all’esigenza di deflazionare il carico giudiziario dibattimentale, ora al bisogno di accelerare i tempi del processo eliminando le fasi precedenti al dibattimento. Il rito direttissimo, pur appartenendo alla seconda categoria – perché legato a particolari situazioni di evidenza probatoria – in qualche modo sollecita la definizione della vicenda processuale e quindi contribuisce, anche, alla realizzazione di finalità “deflattive”. Tra le forme procedurali differenziate l’unica già nota alla storia del processo penale è rappresentata proprio dal rito direttissimo; la sua introduzione nel contesto processuale non è, pertanto, una novità in senso assoluto. Eppure l’inserimento in una struttura procedurale completamente “rivoluzionaria”, rispetto agli schemi del passato, rende l’istituto odierno differente dagli altri. La prima constatazione coglie una verità importante; ma non autorizza sinonimie tra vecchio e nuovo “direttissimo”. Indubbiamente in continuità strutturale, i due istituti dimostrano l’esistenza di insistenti tentativi generalizzati di accelerazione dei tempi processuali con la richiesta di immediato dibattimento; ma appartengono comunque ad un diverso modo di intendere il ricorso celere al giudizio e, per questo, si discostano ontologicamente in misura rilevantissima. Sotto il profilo politico, poi, manifestano “anime” profondamente diverse. Invero, mentre nel direttissimo del 1930 i caratteri generali prevalenti erano l’esemplarità e l’intimidazione, il nuovo giudizio speciale sembra approdato – sia pure con sfasature alcune volte importanti – ad una struttura che privilegia il modulo accusatorio, dal momento che l’accelerazione dei tempi di approccio al dibattimento è solo in funzione dell’evidenza probatoria. Alla continuità strutturale, quindi, si contrappone una profonda disomogeneità politica. Dal punto di vista normativo, la scelta del legislatore è stata quella di costruire l’istituto attraverso poche disposizioni che ne delineano i profili generali, rimettendo alla complementarietà normativa – relativa al dibattimento – la restante disciplina. Ciò non ha semplificato i problemi che l’istituto pone; anzi, li ha resi più complessi. In molti casi si palesa, evidente, l’esigenza di una più articolata regolamentazione. Questa superficiale regolamentazione normativa in qualche modo mostra anche i limiti di un immediato approdo dibattimentale, che naturalmente condiziona la regola stessa, nonché un sereno giudizio, spesso connesso all’emotività del rito istantaneo più che ad una valutazione completa della vicenda. L’osservazione non vuole indurre un apprezzamento negativo del rito direttissimo; tutt’altro. Si vuole solo sottolineare che non sempre la eccessiva celerità di approdo al dibattimento è un fatto “positivo”. Dunque, anche il nuovo giudizio direttissimo è una forma procedurale complessa e paradigmatica; e se la generale dimensione dell’istituto non tradisce la vocazione accusatoria dell’intero impianto processuale penale, è pur vero che da qualche parte emergono ancora problematiche tracce di “esemplarità” della risposta punitiva . La suddetta questione assume particolare rilevanza in riferimento ai direttissimi “atipici”. Sebbene l’incidenza complessiva dei c.d. direttissimi “obbligatori” rimanga attualmente assai minore che in passato, non possono certo considerarsi risolti i problemi applicativi e, prima ancora, di inquadramento che ad essi si collegano.

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6 PREMESSA I procedimenti speciali si collocano, nel sistema di rito penale, accanto al procedimento ordinario, segnato dalla scansione di determinate fasi: dalle indagini preliminari, in cui l‟organo del p.m. acquisisce e coordina gli elementi probatori; alla chiusura delle indagini, in cui l‟ufficio requirente presenta al giudice la richiesta di archiviazione o la richiesta di rinvio a giudizio dell‟imputato, dalla udienza preliminare, che costituisce il momento di controllo, da parte del giudice, del corretto esercizio dell‟azione penale e del relativo vaglio della eventuale celebrazione della fase dibattimentale, al giudizio, in cui pubblicamente e con la garanzia della dialettica processuale delle parti, viene definito il processo con sentenza di proscioglimento o di condanna dell‟imputato; al possibile giudizio di impugnazione, di secondo grado (appello) e di legittimità (cassazione). Nella prospettiva del nuovo codice si è attribuita importanza ai riti c.d. alternativi rispetto al procedimento ordinario, sì da affermare che i cinque modelli predisposti dalla legge rappresentano gli strumenti indispensabili per il concreto funzionamento del sistema in quanto dovrebbero, permettendo di adeguare con grande flessibilità la scelta del rito alle peculiarità ed esigenze del caso concreto, coprire una aliquota rilevante di tutto il lavoro giudiziario. In ciò si coglie la ratio giuridica delle figure dei procedimenti speciali, peraltro definite anche “procedure di sfoltimento”; essi, infatti, hanno la funzione di evitare attività processuali inutili nei casi di maggiore semplicità oggettiva del merito per quanto concerne la prova, che costituisce il carattere comune, pur nella eterogeneità dei procedimenti stessi.

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