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Nato sotto il segno dell'esilio. Edward Said e l'esilio.

In questa tesi si affronterà la condizione dell'esilio vissuta dal noto critico palestinese Edward Said. Nella prima parte della tesi, si definirà la condizione dell'esilio secondo tre articolazioni: partenza e sradicamento, arrivo nella nuova terra, spaesamento e barriera linguistica, ricostruzione identitaria attraverso l'opera letteraria. In questa fase verranno presi in considerazione intellettuali del Novecento che hanno vissuto in prima linea l'esperienza dell'esilio come George Steiner, Tzvetan Todorov, Iosif Brodskij, Agota Kristof, Salman Rushdie e Jacques Derrida. Nella seconda parte della tesi si approfondirà la vita di Edward Said che ci permetterà di conoscere tematiche fondamentali a lui care, come la condizione di essere sempre out of place, l'impossibilità del ritorno in patria e la questione palestinese. Nella terza ed ultima parte della tesi, il discorso si focalizza sulla condizione dell'esilio come esperienza letteraria, storica e critica in Said. L'esilio diventa un affilato strumento di analisi critica grazie al quale Said formula le sue tesi riguardo la critica al sionismo, la letteratura d'esilio e la condizione dell'intellettuale esule in patria. La "visione contrappuntistica", efficace metodo di indagine per un critico letterario, viene considerata da Said come l'unico aspetto positivo dell'esilio. Nella conclusione, infine, si accenna al dibattito postcoloniale che ha visto Edward Said battersi in prima linea.

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1 Introduzione Questa tesi nasce dalla voglia di approfondire un tema tanto attuale quanto delicato come quello dell’esilio e come tale esperienza abbia segnato la vita di un famoso critico letterario: Edward Wadie Said. L’attenzione, nella prima parte di questa tesi, è posta sulla condizione generale dell’esilio. Viene descritto il profilo dell’intellettuale esule, figura chiave del secolo scorso, approfondendo l’esperienza tragica di Iosif Brodskij, lo spaesamento di Tzvetan Todorov e lo sradicamento in George Steiner. Tra le molteplici difficoltà che l’esule incontra non appena giunge nel nuovo paese, quello della barriera linguistica, appare ai suoi occhi come quella più insormontabile. Vengono qui considerati i casi di Ovidio, esule che temeva il plurilinguismo, Norman Manea che definisce la lingua materna una placenta in cui rifugiarsi, Agota Kristof che sfida l’analfabetismo scrivendo nella “nuova lingua” e Derrida seppur non essendo esule, vive una condizione di monolinguismo imposta dal colonialismo. La prima parte si conclude con uno sguardo rivolto ai migranti, alla Letteratura della Migrazione e all’esilio come laboratorio letterario. Nella seconda parte della tesi si entra più nello specifico esaminando la vita di Edward Said e l’esperienza dell’esilio. Procedendo passo dopo passo, scopriamo come la sensazione di essere out of place lo abbia accompagnato fin dalla nascita. La redazione dell’autobiografia rappresenta un processo di ricostruzione della sua identità frammentata, durante la sua malattia terminale e, allo stesso tempo, il recupero di un mondo sostanzialmente perduto: la Palestina. Said ci racconta la sua Palestina, una dimensione onirica durante l’infanzia e la terra per cui lottare dopo il 1967. Nella terza ed ultima parte, il discorso si concentra sul significato dell’esilio secondo Said.

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Valentina Pancaldi Contatta »

Composta da 78 pagine.

 

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