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La Direttiva n. 2003/48/CE e l'euroritenuta: scenario attuale e prospettive future, con un approfondimento sulla Confederazione elvetica

Nel novembre 1997 la Commissione delle Comunità europee ha evidenziato la necessità di intraprendere un’azione coordinata a livello comunitario contro la concorrenza fiscale dannosa, con l’obiettivo di ridurre le distorsioni ancora esistenti nel mercato unico. Sulla base di ciò che nel 1989 il Commissario Scrivener sostenne con la sua proposta di imposizione minima sul risparmio, il 3 giugno 2003 il Consiglio dell’Unione Europea approvò con la Direttiva 2003/48/CE le norme disciplinanti la tassazione sul pagamento di interessi a persone fisiche residenti negli Stati membri, approvando ciò che da quattordici anni stava animando il dibattito all’interno delle istituzioni europee.
La Direttiva, frutto di anni di accordi a livello politico, è risultata un evidente compromesso tra le più disparate richieste dei singoli Paesi membri, ognuno con propri interessi ed esigenze.
Nonostante giunsero per tempo le prime critiche riguardo alla Direttiva, la Commissione europea decise di redigere una proposta di revisione alla Direttiva per prevenire fenomeni di elusione ed evasione e correggere le disposizioni che lasciavano aggirare facilmente il testo.
Il gruppo di esperti nominato dalla Commissione europea per revisionare la Direttiva “Risparmio” doveva terminare i lavori a metà 2011, procedendo all’approvazione di una proposta di revisione della Direttiva stessa entro la fine dell’anno, probabilmente verso novembre 2011: visto il periodo di forte tensione e la precedente durata dell’iter di approvazione della Direttiva 2003/48/CE, è possibile ritenere come si possa essere distanti da una approvazione definitiva di revisione ma, conosciuti i termini della nuova proposta, si riaprirà un acceso dibattito.
Questo lavoro di tesi ha come oggetto l’analisi approfondita della Direttiva “Risparmio” n. 2003/48/CE e dei problemi legati alla sua applicazione; partendo dal progetto europeo di armonizzazione fiscale, si giungerà all’analisi dei possibili interventi di revisione della Direttiva, con un approfondimento sulla Confederazione elvetica, che ha giocato un ruolo fondamentale nell’iter legislativo del provvedimento ed ancora oggi è al centro di ogni discussione relativa al progetto di modifica.
I c.d. loopholes evidenziati nel Capitolo III dimostrano quanto sia semplice sia per gli investitori che per le banche aggirare lo scambio di informazioni o il prelievo dell’euroritenuta. A trovare giovamento sono sicuramente le piazze finanziarie quali Lussemburgo, Svizzera e gli altri Paesi terzi, inseriti e non negli Accordi a latere per l’applicazioni di “misure equivalenti” a quelle inserite nella Direttiva.
Di particolare interesse risulta la teoria di Gläser e Halla (2006) esposta nel Capitolo III.
A posare una pietra tombale su una corretta e veloce revisione della Direttiva è stata la Confederazione elvetica che, stringendo accordi bilaterali in materia fiscale con Germania e Regno Unito nel corso dell’agosto 2011, ha definitivamente accantonato la possibilità nel breve periodo di una implementazione dello scambio di informazioni automatico all’interno dell’Unione europea. Se l’allargamento del campo d’applicazione degli accordi bilaterali basati sul “modello Rubik” fa sperare alla Commissione europea una possibile rinegoziazione dell’Accordo sulla fiscalità del risparmio CH-UE in tal senso, estendendo temporaneamente la portata dell’euroritenuta nell’attesa di trovare una soluzione migliore, il Lussemburgo ha già posto il proprio veto.
Per citare lo stesso professor Neumark, è più plausibile un ravvicinamento graduale delle legislazioni al fine di giungere all’adozione di regole convergenti. Tra queste, perché non ipotizzare un accordo fiscale comunitario sul modello “Rubik” con la Svizzera, che assicuri maggiore effettività dell’imposizione rispetto alla situazione odierna e importanti flussi di cassa ai Paesi europei, alcuni alquanto in affanno.
E’ necessario quindi che l’Unione europea riesca a superare i particolarismi di ogni Stato membro e, in un’ottica di collaborazione e non di scontro con i Paesi terzi, individui le più efficaci modalità di imposizione che garantiscano ad entrambe le parti vantaggi economici, così come sono impostati gli accordi “Rubik” che, ad oggi, rappresentano un’ottima base di lavoro per una discussione efficace e di lungo periodo nel campo della fiscalità del risparmio a livello comunitario.

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  I   INTRODUZIONE SOMMARIO: I.1. Premessa – I.2. Scopo del lavoro I.1 Premessa Proprio nel periodo di massima coesione economica e monetaria di tutta la storia comunitaria, in cui 17 Paesi su 27 hanno una sola moneta ed un’unica politica monetaria, il mercato unico è consolidato dalle quattro libertà fondamentali sancite dal Trattato di Roma e da importanti misure di convergenza quali la completa liberalizzazione del mercato interno dell’energia elettrica i fino alla cosiddetta Direttiva “Bolkenstein” concernente la liberalizzazione dei servizi ii , il maggior paradosso è rappresentato dal fatto che la fiscalità del risparmio sia sfuggita fino ad oggi a qualsiasi serio tentativo di armonizzazione, trascurando il fattore di produzione più mobile e incontrollabile quale è il capitale finanziario. A complicare la questione vi è la crisi sistemica che stiamo vivendo: i Paesi mediterranei e l’Irlanda, i cosiddetti “PIIGS” iii , sono alle prese con critiche situazioni riguardanti il debito sovrano, in particolare la Grecia che può rappresentare i l possibile inizio di un pericoloso “effetto domino” che rischia di abbattersi sui bilanci pubblici e sugli istituti finanziari dell’intero continente. Senza chiamare in causa le principali relazioni macroeconomiche, è assolutamente chiaro quanto il risparmio, quindi l’investimento, siano alla base della crescita di ogni Paese e, di conseguenza, di una unione monetaria (e sempre più anche economica) quale è oggi l’Unione europea. L’Unione vive una situazione di carente legislazione nel campo della fiscalità, specialmente diretta, mentre, nonostante appaia per certi versi assurdo, ha una accurata (iper-) regolamentazione paradossale (necessaria?) riguardante altre tematiche quali, a titolo di esempio, gli standard di mercato per la commercializzazione delle banane iv fino alle recenti e precise linee guida da                                                                                                                 i UE, Direttiva 2009/72/CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativa a norme comuni per il mercato interno dell’energia elettrica e che abroga la direttiva 2003/54/CE, 13 luglio 2009. ii UE, Direttiva 2006/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativa ai servizi nel mercato interno, 12 dicembre 2006. iii S igla ormai con solid ata in amb ito econ omico e giorn alistico, P IIGS è l’acron imo ch e in d ica P ortogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna. iv COMMISSIONE CE, Regolamento n. 2257/94 della Commissione che stabilisce norme di qualità per le banane, 16 settembre 1994.

Tesi di Laurea Magistrale

Facoltà: Economia

Autore: Umberto Fenati Contatta »

Composta da 258 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.