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Maternità ''dipendente''. Effetti sul bambino e ruolo dell'educatore di nido a San Patrignano

Ho deciso di approfondire il problema della maternità “dipendente” da sostanze e il ruolo dell’educatore di nido in comunità per acquisire conoscenze maggiori, utili per il mio futuro lavoro di educatrice.
L’idea è nata quando, durante un tirocinio, ho conosciuto Lucia, una bambina la cui mamma era tossicodipendente.
Purtroppo la donna aveva fatto uso di cocaina anche durante l’intera gravidanza e la bambina ne aveva subito gli effetti, io come educatrice non potevo credere di non poter far niente per aiutare la piccola, non volevo limitarmi solo a farla sentire “accolta e sicura” all’asilo nido, volevo fare di più.
La mamma di Lucia di lì a poco sarebbe entrata in una comunità di recupero ed io volevo sapere, capire cos’era e come funzionava veramente una comunità.
Così ho iniziato a raccogliere materiale sugli effetti di droga e alcool in gravidanza e su San Patrignano (SANPA, così i ragazzi chiamano la comunità).
I dati che mi hanno colpito di più riguardano il fatto che partendo dall’Europa e giungendo fino all’area metropolitana di Bologna, passando dall’Italia alla Regione Emilia Romagna, le sostanze più usate sono sempre le stesse: al primo posto si ha la Cannabis, al secondo la Cocaina e poi tutte le altre. L’abuso di Alcool è elevato e preoccupante è il numero degli alcoldipendenti (ad esempio circa 23 milioni di europei sono alcoldipendenti). Rilevanti sono: il numero di “consumatori oscuri”, cioè un numero di persone tossicodipendenti che non accede a nessun tipo di servizio preposto, rimane nell’ombra e non viene conteggiato nelle stime; e il fenomeno della poliassunzione (in aumento soprattutto negli ultimi anni) che pone grosse sfide ai sistemi di monitoraggio, in quanto l’assumere più sostanze diverse contemporaneamente crea problemi nella rilevazione statistica.
Inoltre molto preoccupante è l’aumento, dal 2001 a oggi, di donne tossicodipendenti e alcol dipendenti. In particolare, dalle ultime indagini svolte (indagine del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, anno 2006, progetto “Maternità in-dipendente”) le donne incinta che fanno uso di sostanze illecite sono aumentate, soprattutto in Italia. Da questa ricerca emerge inoltre l’importanza per queste mamme delle comunità di recupero, in particolare per le donne molto giovani.
Le “mamme dipendenti” devono affrontare tanti e vari problemi, tra cui complicanze ostetriche e ginecologiche durante la gravidanza e il parto e i futuri danni che le droghe potranno creare prima al feto e poi al bambino; come: aborto spontaneo, morte fetale, parto pretermine, ritardato accrescimento e sofferenza fetale, gestosi e aumentata incidenza di malformazioni fetali.
Questi problemi dipendono dal tipo di droga assunta, dal dosaggio, dalla via e durata dell’assunzione e dalla quantità di droga che raggiunge il feto, sia in modo diretto (attraversando la placenta), che indiretto (attraverso la circolazione utero-placentare).
Per la salvaguardia del bambino e della mamma è necessario che il medico del Ser.T segnali precocemente la gravidanza al ginecologo-ostetrico, che con un’equipe specializzata monitori mamma e bambino durante la gravidanza, il parto e il post-partum; per evitare il più possibile rischi di infezioni (HIV, epatiti…) o complicanze di vario tipo (Sindrome di Astinenza Neonatale, malformazioni …).
Stessi rischi si hanno se durante la gravidanza le donne assumono alcool. L’azione teratogena dell’alcool sul feto oggi è ormai riconosciuta e può causare difetti congeniti, interferendo con lo sviluppo embrio-fetale.
Inoltre le sindromi più facilmente riscontrabili nel feto e nel bambino, possono essere la Sindrome Feto Alcolica (FAS), che genera gravi malformazioni e ritardi nello sviluppo e la Sindrome di Astinenza Neonatale da alcool, molto meno grave e più facilmente curabile.
Come precedentemente accennato la comunità di recupero sembra essere la scelta migliore per queste madri e i loro bambini. Io ho scelto di visitare la comunità di SANPA intervistando le educatrici del nido, per avere più chiaro cosa un’educatore può fare concretamente per aiutare questi bambini nella loro crescita e nella ricostruzione del rapporto con il genitore.
Dalle interviste ho capito che essere educatore significa mettersi in gioco sempre, “non mollare mai” e che il “nostro” ruolo dovrebbe essere quello di agevolare genitore e bambino nella costruzione di un rapporto non co-dipendente, valorizzando le due identità, rimanendo però in “regia”.
Oggi il mio approccio verso Lucia sarebbe diverso, mi sentirei più sicura e competente, quindi pronta a dare maggiore aiuto sempre nella consapevolezza che “non finirò mai di imparare”.
Credo quindi che i miei obiettivi siano stati raggiunti, ho acquisito una conoscenza più approfondita dei danni che droga e alcool possono causare al bambino, una visione più ampia della realtà che sta dietro a una comunità di recupero e una maggiore competenza come educatrice.

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1 INTRODUZIONE Ho pensato e ripensato per tanto tempo al giorno della mia laurea e sono sempre stata certa che la mia tesi avrebbe trattato un argomento per me importante e significativo. L’idea di parlare degli effetti di alcool e droga sul feto e sul neonato mi è venuta in mente durante un tirocinio, quando ho conosciuto una bambina la cui mamma faceva, e spero non faccia più, uso di cocaina. Il mio ruolo all’interno del servizio per l’infanzia era quello di aiutare le educatrici, capire meglio come si sviluppava la giornata al nido e iniziare a “progettare” alcune attività per i bambini. Lucia, (il nome è inventato a causa della privacy) faceva parte della “mia” classe e aveva circa 2 anni; al primo approccio non ho compreso subito il suo problema; la vedevo irrequieta, iperattiva, con problemi nei più semplici movimenti e nella coordinazione e soprattutto emotivamente instabile. Alternava momenti di affetto esagerato e incondizionato a momenti di rabbia, sia verso le educatrici sia verso gli altri bambini. Ovviamente le educatrici, alle mie richieste di chiarimento, rispondevano in modo vago, non potevano entrare troppo nel dettaglio; fino a quando la situazione mi è stata chiara senza bisogno di chiedere troppo. Il mio turno al nido quel giorno era di pomeriggio e assistevo all’uscita dei bambini e all’incontro con i genitori; Lucia è stata l’ultima ad andare via. La mamma è entrata chiamando a voce altissima la bambina, camminava veloce e inciampava ovunque, si muoveva a scatti e continuava ad urlare il nome di Lucia. La piccola si avvicinò alla mamma, la prese per mano e la portò agli armadietti; il suo viso non era allegro, felice, sembrava quasi rassegnata, abituata a quella situazione. Io ero allibita e senza parole, non capivo come fosse possibile lasciare a quella donna la possibilità di crescere la propria bambina in quel modo. Appena Lucia e la mamma uscirono dall’asilo, le educatrici mi spiegarono la situazione e capìi che niente è semplice e come sembra. La mamma della piccola era seguita dagli assistenti sociali. Entrambe abitavano con la nonna; il giudice aveva da

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze della Formazione

Autore: Alice Casadio Contatta »

Composta da 97 pagine.

 

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