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Le basi etiche della ricerca con gli esseri umani: il contributo della riflessione femminista e della medicina di genere

Informazioni tesi

  Autore: Nicoletta Concu
  Tipo: Tesi di Master
Master in Master II livello in Etica Pratica e Bioetica
Anno: 2011
Docente/Relatore: Botti Caterina
Istituito da: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 34

La normativa, i codici, le linee guida e le raccomandazioni che si son susseguite a partire dal Codice di Norimberga (1948) fino ai giorni attuali hanno promosso la cultura del diritto alla salute passando attraverso il necessario processo di ricerca clinica e farmacologica su soggetti umani. Se l’uomo è il destinatario dei risultati della ricerca, gli stessi devono essere sperimentati su di lui.
La legislazione e la riflessione critica si è mossa in questa direzione con una novità: passare dal concetto di sperimentazione su soggetti umani a sperimentazione con soggetti umani. Il cambiamento di prospettiva terminologica vuole indicare la sempre maggiore attenzione ad un’inclusione informata e partecipata del soggetto che si presta per la sperimentazione, questo per allontanare lo spettro del rischio della reificazione.
L’evoluzione legislativa, anche con la modificazione del vocabolario e della terminologia, si è mossa nella direzione di un coinvolgimento attivo di pazienti e soggetti interessati alla sperimentazione, alla ricerca di un processo di inclusione di tipo partecipato, passaggio obbligato per il raggiungimento dell’obiettivo “Health for All”. La sfida lanciata nel 1978 ad Alma Ata in occasione della conferenza organizzata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Unicef, aveva posto l’ambizioso obiettivo della Salute per Tutti entro l’anno 2000, e poi tale obiettivo è stato sostituito dalla Dichiarazione dei Millennium Development Goals, approvata dall’ONU in cui i 191 Stati Membri si impegnano a raggiungere entro il 2015 otto obiettivi che meglio specificano l’impegno dichiarato ad Alma Ata.

Approdando al concetto di ricerca partecipata si cerca di capire come sia fattibile allargare il concetto di partecipazione a quei soggetti che, storicamente esclusi dalla ricerca, hanno scontato tale esclusione con grossi rischi per la loro salute.
Tra la popolazione dei soggetti vulnerabili, e pertanto esclusi dalla ricerca, si prende in considerazione la popolazione femminile.
Anche in questo caso si vuole mostrare come nel corso del tempo l’evoluzione legislativa, anche dietro l’impulso della riflessione femminista in etica e della medicina di genere, abbia modificato l’atteggiamento nei confronti di questa categoria, auspicando una maggiore partecipazione delle donne nella ricerca.

Dalla medicina di genere e dalle ricerche in questo settore si cerca di capire quali possono essere le differenze biologiche, se ci sono, tra soggetti maschili e femminili, e portare avanti la tesi della partecipazione delle donne ai processi di sperimentazione come condizione necessaria ma non sufficiente per l’affermazione del loro diritto alla salute.
Stando agli sviluppi della medicina di genere vi è una notevole differenza, per esempio, nei sintomi dell’infarto tra uomo e donna, quindi sarebbe auspicabile una maggiore partecipazione delle donne nelle sperimentazioni in ambito cardiovascolare.

La tesi che vorrei sostenere è quella di una evoluzione del processo di ricerca che preveda una maggiore inclusione dei soggetti a cui le cure sono indirizzate, affiancata da una rivisitazione del processo di sperimentazione su esseri umani in un’ottica di sperimentazione con esseri umani, sintomatico di una modificazione del paradigma di ricerca sperimentale in chiave di opportunità e non più solo di rischio.

Ritengo infine che questa sia la visione da adottare all’interno dei comitati etici.

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INTRODUZIONE Le società moderne di stampo liberale si sono col tempo caratterizzate come aggregati atti alla salvaguardia e alla protezione dei diritti fondamentali degli individui. Tralasciando il dibattito sui diritti fondamentali, si sostiene, in accordo con quanto già Locke sosteneva nella sua Lettera sulla Tolleranza (1685), che scopo dello Stato è quello di tutelare i beni civili e si intende per beni civili il diritto alla vita, alla salute e alla proprietà. Il diritto alla salute rientra quindi negli Stati liberal-democratici tra i diritti fondamentali da salvaguardare. Stando a quanto si legge nelle opere di filosofia politica di Locke, esso rientra tra quei diritti inalienabili, in quanto già presenti nello stato di natura, che la società civile e le istituzioni devono tutelare. Questo è sicuramente il quadro teorico che ha fatto e continua a fare da sfondo alla produzione della normativa nel settore della ricerca clinica. Nelle società moderne il diritto alla salute passa attraverso la ricerca e il progresso medico scientifico. Il progresso medico scientifico si traduce nel miglioramento delle pratiche terapeutiche e nella scoperta di farmaci sempre più efficaci. L’importanza dell’avanzamento delle conoscenze in ambito medico e della salvaguardia della salute, nell’ordinamento statale italiano, è sancito dalla nostra Costituzione che parla di promozione della ricerca scientifica (artt. 9 e 33), della tutela della salute individuale nell’interesse della collettività (art. 32). Per poter garantire il progresso delle conoscenze, al fine di migliorare lo stato di salute della collettività e degli individui, allo stato attuale delle nostre conoscenze, si manifesta come necessaria l’attuazione della sperimentazione. L’esperimento scientifico, fin dai tempi della rivoluzione scientifica, ha avuto la fondamentale importanza di avvallare le ipotesi. L’esperimento, punto di incontro tra ipotesi e fenomeni reali, consente di validare le sole ipotesi che hanno riscontro nella realtà. Questo strumento metodologico garantisce alle ipotesi di uscire dalla soggettività per entrare nella logica dell’intersoggettività. In ambito scientifico quindi l’esperimento controllato è un metodo usato per rendere operativizzabile un paradigma, ovvero un insieme di concetti e di relazioni tra concetti che costituiscono il fondamento della conoscenza. Ora l’esperimento, così definito, come ci ricorda anche Jonas, “è stato sancito originariamente dalle scienze naturali” 1 , e quindi ha avuto a che fare con oggetti inanimati. Questo non ha provocato alcuna perplessità o riflessione morale. In effetti la metodologia sperimentale di per se non produce dilemma morale. 5 1 H. Jonas, Tecnica Medicina ed Etica, Einaudi Editore, Torino 1997

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