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Misure di Povertà in un contesto multidimensionale: un’analisi critica

Informazioni tesi

  Autore: Eleonora Ciccone
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara
  Facoltà: Scienze Manageriali
  Corso: Management e Sviluppo Socioeconomico
  Relatore: Ernesto Savaglio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 97

L’obiettivo del seguente lavoro è quello di fornire una nozione condivisa di che cos’è la povertà e di proporre una misura della stessa a partire da alcune classi di indici. Distinguiamo un’analisi della povertà di tipo univariato da una multivariata. Nel primo caso si farà riferimento ad una sola grandezza, quale il reddito o la spesa per consumi; nel secondo caso, si farà riferimento non solo a condizioni di privazione economica ma anche, ad esempio, a fenomeni quali l’esclusione dalla vita politica o sociale. Pertanto, secondo l’approccio classico, la povertà viene misurata utilizzando un unico indicatore. In tale maniera si riconduce, inevitabilmente, il concetto di povertà ad un’unica dimensione. Questo approccio si può basare su due ipotesi alternative: la prima è che la povertà è effettivamente considerata come unidimensionale, pur riconoscendo la multidimensionalità della stessa, la seconda utilizza comunque una misura unidimensionale, come per esempio nel caso della World Bank. Per quanto riguarda la seconda alternativa, c’è, evidentemente, un’incoerenza consapevole tra il concetto di povertà (ritenuta multidimensionale) e la sua misurazione (unidimensionale).
Analizzando la povertà come problema multidimensionale, Amartya Sen dice che essa è qualcosa di più della semplice mancanza di reddito. Egli pensa ad essa come la mancanza di abilità di essere qualcuno o fare qualcosa, e chiama ciò col termine funzionamenti. Mentre la mancanza di reddito certamente limita la nostra abilità di “funzionare” in certi modi, esso non è l’unica cosa. Repressione politica, handicap fisici o la mancanza di servizi sociali come le scuole o gli ospedali, limitano allo stesso modo il nostro agire. Secondo Sen, l’obiettivo principale dell’economia è riconducibile al miglioramento delle condizioni di vita. Un’analisi più adeguata dello sviluppo deve andare ben oltre la sola accumulazione di ricchezza e di crescita del prodotto nazionale lordo o di altre variabili legate al solo reddito. Il processo valutativo deve assumere una prospettiva che superi il concetto di crescita economica, senza tuttavia ignorare l’importanza di tale aspetto. Sen afferma che lo sviluppo è da legarsi concettualmente non ai mezzi di cui si dispone, e quindi al denaro in tasca, ma ai mezzi usati per condurre una vita “degna di essere vissuta”. Questa concezione promuove “la libertà di poter scegliere” come un importante fattore di sviluppo. Lo sviluppo va inteso come un processo di espansione delle libertà reali di cui godono gli esseri umani, nella sfera privata, come in quella sociale e politica. Tali riflessioni sono state originate dalla persuasione che la povertà, e il più esaustivo concetto di deprivazione, costituiscano dei fenomeni troppo vasti per essere studiati attraverso la ridotta gamma di misure monetarie. Le evidenze emerse dall’accostamento di alcune metodologie hanno messo in luce l’adeguatezza della classe delle misure multidimensionali per la misurazione del variegato ed esteso fenomeno oggetto di studio. Ad ogni modo, nonostante le nuove definizioni di povertà e i concetti di disuguaglianza che ne conseguono, la carenza di dati e altre considerazioni spesso inducono a ricorrere alle nozioni più tradizionali, che si concentrano sull’indisponibilità, o sulla sperequazione, di mezzi materiali. Ancora oggi non esiste un canone fisso in merito alla stima e alla scelta delle varie tappe da seguire nella misurazione della povertà. L’obiettivo è di descrivere i principali problemi metodologici, seguendo la suddivisione in due fasi proposta da Sen: “quando ci occupiamo della misurazione della povertà, dobbiamo affrontare due diversi problemi; l’identificazione dei poveri tra la popolazione totale e la costruzione di un indice di povertà usando tutte le informazioni disponibili sui poveri stessi”. È pur vero che ogni tentativo di misurare la povertà umana tracciando semplicemente una linea senza riferimento a standard o fattori sociali diversi dal reddito è fatalmente ingannevole. La percezione che le persone hanno della povertà tende a cambiare a mano a mano che il Paese diventa più ricco: in questo senso la definizione di povertà dipenderà sempre da che cosa le persone in una particolare società e in un particolare momento percepiscono come povero.
La validità della visione della povertà come fenomeno multidimensionale è stata confermata dal largo utilizzo che ne è stato fatto negli ultimi anni, soprattutto nell’ambito delle ricerche empiriche. La percezione della povertà che da esse emerge, è una prospettiva che contribuisce ad aggiungere componenti soggettive a quelle oggettive, tradizionalmente non trattate in forma complementare nelle ricerche sulla povertà. Si dovrebbe parlare di approccio interdimensionale, laddove le diverse dimensioni interagiscono in modo complesso e a volte contraddittorio allo scopo di definire il quadro complessivo di povertà.

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1 INTRODUZIONE Non chiedermi cosa è la povertà perché l’hai incontrata nella mia casa. Guarda il tetto e conta il numero dei buchi. Guarda i miei utensili e gli abiti che indosso. Guarda dappertutto e scrivi cosa vedi. Quello che vedi è la povertà. (Kenya, 1997 da “Poverty Reduction Strategies: A Review. New York: United Nations World Summit for Social Development”) Questa tesi si colloca nell‟alveo dell'importante tematica concernente la povertà. Nello studio della povertà, è di basilare importanza la definizione che se ne dà. L‟obiettivo del seguente lavoro è quello di fornire una nozione condivisa di che cos‟è la povertà e di proporre una misura della stessa a partire da alcune classi di indici. Pertanto, dopo aver definito il concetto di povertà, passeremo a selezionare gli strumenti di misurazione più idonei. Tra essi si ricordino la linea di povertà, che ha lo scopo di separare i poveri dai non poveri; le scale di equivalenza, che permettono di confrontare il reddito di una generica famiglia, in termini di tenore di vita, con quello di una tipologia familiare di riferimento; gli indici di povertà. Infine, si farà una scelta delle informazioni disponibili, sulla base della strumentazione utilizzata. Il presente lavoro si articola in tre capitoli ed ognuno tratta dei temi chiave. Nel capitolo 1 si definisce che cos‟è la povertà. Si fa una prima distinzione tra povertà come privazione assoluta e povertà intesa in termini relativi. Nel primo caso, per povertà si intende l‟impossibilità di soddisfare i bisogni di base. Nel secondo caso, si definisce la povertà come uno stato di esistenza, di un membro di una data comunità, peggiore dello standard della comunità a cui l‟individuo o la famiglia appartiene. Secondo il primo approccio ci si basa sull‟individuazione di un paniere di sussistenza; secondo l‟altro, su uno standard di riferimento per la comunità sociale, come il tenore di vita. Se si parla in termini di povertà relativa, allora sono poveri coloro che, seppure dispongono dei mezzi di sussistenza fondamentali, non sono in grado di mantenere il tenore di vita ritenuto normale nella società in cui vivono. In relazione alla misurazione della povertà, l‟analisi si articola in due fasi strettamente connesse: una prima fase di identificazione dei poveri e una seconda fase che ha lo scopo di aggregare i dati riguardanti i poveri, sulla base dei quali ottenere un indice complessivo di povertà. Se ci si riferisce alla povertà come privazione assoluta, essa viene posta in stretta relazione con il concetto di minimo di sussistenza. Si definiscono povere le famiglie che dispongono di una quantità di risorse inferiore ad un limite

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