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La depressione post partum e lo sviluppo del bambino.

Oggi per depressione post partum si intende: un disturbo depressivo non psicotico che inizia o si estende nel periodo post partum, di lieve o moderata entità che varia in base alla gravità e alla durata. In genere i sintomi devono avere una durata minima di una settimana e determinare un certo grado di compromissione del funzionamento della donna.
La comparsa della depressione materna mette in discussione la reale capacità della madre di farsi carico del ruolo materno che le compete e di entrare in relazione con il figlio in maniera positiva, in quanto questi sintomi intaccano proprio le normali capacità materne. Soprattutto se si tratta di primo figlio, le madri si trovano in un periodo particolare della loro vita in quanto si devono adattare al proprio bambino ed imparare a capirne le modalità di comunicazione e le necessità. Tutto questo è reso molto più difficile se la mamma si sente abbattuta e inadatta al ruolo materno. Si è ipotizzato perciò che la tristezza, l’irritabilità e l’isolamento sociale, tipici delle donne depresse, ne compromettano l’abilità di fornire un ambiente reattivo, sensibile ed affettuoso ai bambini, dimostrandogli meno comprensione.
La madre interagisce con il proprio bambino attraverso l’alternarsi di stati di coordinazione agli stati di non-coordinazione. Questo alternarsi è dovuto ad errori che possono avvenire durante il rapporto, ma sia la madre che il bambino possono mettere in atto dei comportamenti che consentano di riparare all’errore e recuperare la giusta interazione.
Dunque la sincronia nel rapporto non è continua, ma presenta delle normali interruzioni, che nei rapporti che hanno successo vengono rapidamente aggiustate.
Nelle situazioni di rapporto sano i momenti di coordinazione prevalgono su quelli di non coordinazione, facendo così prevalere nel piccolo maggiori esperienze di affetti positivi.
Nelle madri depresse, invece, avviene esattamente il contrario: i momenti di non coordinazione prevalgono su quelli di coordinazione.
Questo dimostra che le madri depresse interagiscono diversamente con i propri bambini rispetto alle madri non depresse. Inoltre i ritmi sono o eccessivamente lenti o eccessivamente accelerati così da non permettere alla madre di avere scambi positivi con il bambino e impedendole di rispondere tempestivamente agli errori interattivi.
La riuscita di una buona interazione dipende dalla capacità di entrambi di farsi carico dell’impegno comunicativo. Dunque, da una parte abbiamo il bambino e la sua capacità biologica di autoregolarsi e la sua predisposizione naturale a produrre cambiamenti e dall’altra parte, la capacità della madre di interagire con il piccolo interpretando adeguatamente i suoi segnali. Quando durante l’interazione tra i due ci sono dei momenti di non coordinazione il bambino reagisce proponendo dei comportamenti motori o espressivi atti a comunicare alla mamma il bisogno di relazione. Quest’ultima sintonizzandosi sulle necessità del piccolo riesce a codificare le sue richieste trasmettendo uno stato affettivo positivo. Di conseguenza i bambini che si abituano a non ricevere risposte positive si ritirano in se stessi smettendo di comunicare le loro esigenze alla madre, rappresentando se stessi come incompetenti e sviluppano uno stile difensivo personale, caratterizzato da tristezza, rabbia e mancanza di fiducia nella madre .
Il bambino impara così ad organizzare le rotture quotidiane sulla base dell’assenza di riparazioni da parte della madre.
Il modello interattivo che il bambino si rappresenta e organizza nel corso del primo anno di vita è di rottura attesa e di non-corrispondenza in assenza di riparazione.
Il bambino acquisisce e interiorizza quotidianamente senso di impotenza e inefficacia che si può in un futuro trasformare in una minore competenza sociale interattiva da parte del bambino.
A partire dagli anni Ottanta sono stati avviati numerosi studi sull’interazione tra una madre depressa e il proprio bambino attraverso la situazione “face-to-face” . Si tratta di una procedura per lo studio delle interazioni tra la madre e il bambino, utilizzabile durante il primo anno di vita, che consiste nel posizionare i due uno di fronte all’altro per qualche minuto e di lasciarli interagire senza l’interferenza di oggetti. Il tutto viene ripreso da una telecamera al fine di poter visionare nuovamente l’iterazione e studiare ogni piccolo dettaglio del rapporto tra i due. Lo studio ha permesso di verificare che le donne che soffrono di depressione post partum non riescono ad interagire in maniera positiva con il bambino in quanto risultano incapaci di codificare al meglio i segnali di quest’ultimo. Si possono suddividere questi comportamenti in quattro categorie: intrusivi o iperstimolanti, evitanti o ipostimolanti, positivi e misti...

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1 INTRODUZIONE “Una compagnia di ricci, in una fredda giornata d'inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l'uno dall'altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell'altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.” (A. Schopenhauer) Questa tesi è nata con l’intento di indagare a fondo uno dei grandi malesseri ai quali spesso incorrono le donne, la maggior parte delle volte troppo sole o spaventate per rivolgersi a qualcuno: la depressione post partum. La depressione post partum è una patologia molto frequente che può presentarsi con vari livelli di gravità e diverse sintomatologie. Spesso sottovalutata sia dal personale medico, ma soprattutto dal partner e dai familiari, che in questo modo non possono essere di supporto per la donna che rischia di sentirsi sola e incompresa. La depressione è un po’ come la storia dei ricci, metafora utilizzata da Schopenhauer, in cui l’eccessiva vicinanza tra gli animali fa loro del male e lo stesso avviene per la troppa lontananza. L’unico modo per trarre beneficio da un rapporto risiede nel trovare il giusto equilibrio che permetta di non essere né troppo vicini, né troppo lontani e trovare dunque la giusta distanza. La sintomatologia depressiva tende a rendere il rapporto tra la madre ed il proprio bambino o troppo vicino o troppo lontano, in ogni caso nocivo per entrambi. Solo nel momento in cui si guarisce da questa malattia sarà possibile comprendere qual è la giusta distanza da tenere in un rapporto, così che nessuno possa uscirne leso ed entrambi possano trovare giovamento dalla relazione.

Tesi di Laurea Magistrale

Facoltà: Scienze della Formazione

Autore: Laura Centola Contatta »

Composta da 157 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.