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Il confronto tra Italia e Spagna nel rapporto tra Regioni e Unione europea

Informazioni tesi

  Autore: Caterina Scialla
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2010-11
  Università: Seconda Università degli Studi di Napoli
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Lorenzo Chieffi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 206

La ragione della presente attività di comparazione si può rintracciare nella comunanza delle esperienze spagnola e italiana, pur nella sussistenza di alcune differenze con il nostro regionalismo. In particolar modo si fa riferimento all’identificazione degli enti sub-statali, perché nel caso della Spagna il Costituente ha lasciato i singoli territori liberi di decidere se costituirsi o meno in CCAA sulla base del principio dispositivo, che permea l’intero ordinamento spagnolo; nell’esperienza italiana, invece, è stata l’Assemblea Costituente a procedere alla relativa scelta. Il principio dispositivo, «per cui i singoli territori hanno goduto della possibilità di costituirsi in Comunidades Autónomas con l’ulteriore opportunità di scegliere il proprio grado di autonomia», è una caratteristica che non ritroviamo in Italia, ma che in Spagna si è resa necessaria per far fronte al bisogno di unire territori dalla storia profondamente diversa.In Spagna i profili asimmetrici sono la caratteristica principale del relativo ordinamento, perché si fondano su consolidate regioni storiche, etniche, culturali ed economiche delle CCAA e sono così radicati da condizionare le dinamiche cooperative sia tra gli stessi enti territoriali che tra gli enti autonomici ed il Governo centrale.Per questo motivo il sistema spagnolo si dibatte continuamente nell’alternativa tra la cooperazione multilaterale e quella bilaterale al fine di raggiungere un compromesso tra il valore dell’unità, profondamente sentito e tutelato al livello costituzionale, e quello altrettanto importante della diversità, anche nell’ambito dei rapporti con l’Unione europea.
Questa differenza nei caratteri dominanti dei due ordinamento oggetto del presente studio ha determinato che le CCAA si siano attivate immediatamente nella partecipazione al processo di integrazione europea, anticipando, in tal modo, le Regioni italiane, basti citare la partecipazione diretta delle Comunidades Autonomas nelle delegazioni spagnole presso le istituzioni europee, o ancora più palesemente, la preventiva costituzione degli Uffici di rappresentanza delle CCAA a Bruxelles, le Oficinas, rispetto agli Uffici di rappresentanza delle Regioni italiane, tutto ciò al fine di tutelare i caratteri asimmetrici.Le nostre Regioni, invece, tendenzialmente prive di una così forte caratterittazione, hanno colto l’importanza della partecipazione alla formazione del diritto comunitario solo in un momento successivo.Per quanto concerne l’esperienza italiana, dunque, sebbene le nostre Regioni abbiano risposto più lentamente alle esigenze derivanti dal processo di integrazione europea, il nostro sistema ha predisposto un quadro normativo preciso e, almeno teoricamente, in grado di garantire una completa adesione al processo di integrazione europea. si possono citare i noti interventi legislativi quali la legge n. 131/2003 (Legge La Loggia), seguita dalla legge n. 11/2005 (Legge Buttiglione), che hanno dato esecuzione al comma 5 dell’articolo 117 della Costituzione, così come modificato dalla legge di revisione costituzionale n. 3/2001.In seguito all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, si è ritenuto necessario apportare una riforma della legge n. 11/2005; nel momento in cui si scrive, infatti, è ancora in corso l’iteri di approvazione di uno schema di disegno di legge di riforma.Si tratta di modifiche divenute necessarie in forza dell’esperienza maturata nell’intervallo di tempo che separa la promulgazione della legge n. 11/2005 dall’adozione del Trattato di Lisbona che, come sappiamo, è entrato in vigore il 1 dicembre 2009.La prassi, però, ha dimostrato una realtà ben diversa, caratterizzata da molteplici inadempienze rispetto al modello previsto dagli interventi legislativi, si registra la mancata convocazione della Conferenza Stato–Regioni per il raggiungimento di una intesa comune tra Stato e enti sub-statali nel caso di progetti di atti normativi comunitari di competenza regionale, senza contare che al momento non si è ancora registrata alcuna presenza regionale nelle delegazioni italiane che partecipazio alle riunioni del Consiglio dell’Unione europea.
Queste inadempienze regionali evidenziano come le dinamiche di collaborazione tra le Regioni siano ancora insufficienti.La Spagna evidenzia il valore dell’informalità, e non potrebbe essere altrimenti perché l’informalità consente di superare i caratteristici elementi ostativi della cooperazione spagnola, quali l’asimmetria e la sfiducia reciproca tra le CCAA.D’altra parte, la partecipazione dei poteri regionali all’elaborazione e all’esecuzione del diritto europeo appare ormai indispensabile sia per avvicinare l’Unione europea ai cittadini per interpretarne i bisogni, sia per garantire l’efficacia del diritto comunitario e adeguarne i precetti alla multiforme realtà territoriale degli Stati.

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1 CAPITOLO PRIMO La partecipazione delle Regioni italiane al processo di integrazione dell’Unione europea 1.1 Le Regioni italiane e l’Unione europea. Nel 1946, quando con il referendum fu costituita la Repubblica italiana, l‟Assemblea costituente assunse l‟autonomia regionale quale principio fondamentale per l‟organizzazione territoriale, anche se poi soltanto agli inizi degli anni ‟70 si è data concreta attuazione al dettato costituzionale. In un primo momento, furono istituite soltanto le cinque Regioni a Statuto speciale, cioè la Sicilia nel 1947, la Sardegna, il Trentino Alto Adige e la Valle D‟Aosta nel 1948, il Friuli-Venezia Giulia nel 1963 1 . Successivamente la Legge 17 febbraio 1968 n. 108, “Norme per la elezione dei Consigli regionali delle Regioni a Statuto normale”, ha attivato le restanti 15 Regioni a Statuto ordinario, anche se, soltanto con i Decreti n. 902 del 1975 e n. 616 del 1977, si è avviato il processo effettivo di regionalizzazione 2 in Italia. Tuttavia, il processo evolutivo delle Regioni non è stato accompagnato da un intervento normativo anche dal punto di vista della struttura e del processo decisionale 3 , sicché il loro potere è rimasto per lungo tempo limitato. La questione territoriale fa il suo ingresso sulla scena politica con i movimenti regionalisti soprattutto al Nord e tra questi spicca la Lega Nord. Tale partito dà impulso al processo federalista dello Stato italiano, con la richiesta sempre più 1 Si trattava, in ogni caso, di Regioni che, essendo isole o trovandosi ai confini dello Stato, erano caratterizzate da specifici problemi etnici, sociali, economici e geografici. 2 Con il termine “regionalizzazione” si intendono tutte le riforme attraverso le quali il potere centrale dello Stato trasferisce competenze e funzioni a strutture periferiche. 3 M. CACIAGLI, Regioni d’Europa. Devoluzioni, regionalismi, integrazione europea, Bologna, 2003, pag.20 s.

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Parole chiave

regioni
principio di sussidiarietà
legge 131/2003
riforma titolo v costituzione
comunidades autonomas
cataluña
legge 11/2005

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