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Violenza e aggressività: origini, dinamiche e funzioni

Informazioni tesi

  Autore: Maxence Smaniotto
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia Clinico - Dinamica
  Relatore: Maria Vittoria  Costantini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 113

Origini e funzioni della violenza e dell'aggressività. Distinzione e descrizione dei due termini. Applicazione delle teorie in diversi campi del sapere umano. Indicazione di possibili trattamenti terapeutici.
Che la violenza abbia da sempre occupato e occupi tutt'ora un ruolo centrale sia nelle relazioni umane che nella costruzione/distruzione della stessa civiltà umana, è fatto noto. Ed è altrettanto scontato – oggi più di ieri- affermare che tale violenza non sembra essere il prodotto del libero arbitrio umano, ma che è insita nel suo animo, ne è una parte costituente. Sono, queste, posizioni che hanno da sempre acceso forti dibattiti – spesso dibattiti violenti- tra i filosofi, gli intellettuali e i teologi della storia, sin dalle origini del pensiero occidentale, cioè in Grecia, quando fecero la loro comparsa i cinici di Diogene di Sinope, che preferirono la vita dei cani a quella delle società umane, considerate ipocrite e violente. Sant'Agostino ha poi riaffermato con veemenza nelle sue Confessioni la natura essenzialmente peccaminosa dell'uomo, marchiato sin dalla nascita dal peccato originario di Adamo e Eva; Hobbes riprende da Plauto la sentenza homo homini lupus che trova nel suo scritto più conosciuto, Il Leviatano, la più completa teorizzazione: l'uomo è intrinsecamente pericoloso per i suoi simili, dunque deve essere necessariamente governato con qualunque mezzo. Certi intellettuali dell'illuminismo, poi, ammettono la presenza di un'inestricabile violenza insita nell'umano: Voltaire scrive il Candido per farsi beffe delle dottrine ottimistiche di Leibniz secondo cui noi “viviamo nel migliore dei mondi possibili”, Rousseau ammette che l'uomo, senza il fondamento preservatore del contratto sociale, è di natura aggressiva. La schiera dei pensatori che vedono nella violenza e nella distruttività una parte della natura umana si infoltisce successivamente nel XIX secolo, ad esempio con l'esaltazione dell'egoismo da parte di Max Stirner o con il pessimismo di Arthur Schopenhauer. I massacri di fine '800 e le carneficine del Novecento ci dimostrano che l'uomo, nonostante il progresso scientifico e gli sforzi per applicare i diritti dell'uomo, continua a massacrarsi e torturarsi a vicenda. Sembra anzi che la natura umana si faccia beffe del cosiddetto progresso: anziché ammazzarsi con una coltellata o con una baionettata, oggi, grazie proprio al progresso scientifico, un uomo ha il potenziale di massacrare da solo decine di persone se in possesso di un'arma, e migliaia se è in possesso dei codici di lancio di una qualunque base missilistica. È dunque evidente che gli auspici ottimistici di illuminismo, positivismo e neopositivismo hanno fallito del tutto. I seguaci di questi orientamenti ritenevano che il perseguimento di certi obiettivi di base come ad esempio il riconoscimento delle libertà individuali e il progresso tecnologico, avrebbe portato alla costituzione di società migliori. Ci si è dunque applicati per costruire modelli statali e giuridici che fossero conformi a queste nuove società, ed ecco nascere i modelli repubblicani, i partiti politici che danno voce alle diverse aspirazioni di una società, e le nazioni, nate sotto le spinte patriottiche e romantiche. Il risultato è stata la degenerazione di questi concetti: dalla nazione si è generato il nazionalismo, dall'unione di repubblica e nazionalismo si è assistito agli esperimenti totalitari che hanno caratterizzato il Novecento, e dai partiti politici si sono avute guerre intestine, non scambi d'idee.
Scopo di questo lavoro sarà dunque quello di dimostrare che esiste una forma di violenza primitiva insita in ogni essere umano di ogni società, e che tale violenza è persino necessaria per l'economia psichica del singolo e per l'evoluzione e il mantenimento del tessuto sociale, come è teorizzato in diversi lavori del noto etnologo e filosofo René Girard e come è accennato in maniera più o meno diretta da Freud e Niels Peter Nielsen.

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3 Introduzione Che la violenza abbia da sempre occupato e occupi tutt'ora un ruolo centrale sia nelle relazioni umane che nella costruzione/distruzione della stessa civiltà umana, è fatto noto. Ed è altrettanto scontato – oggi più di ieri- affermare che tale violenza non sembra essere il prodotto del libero arbitrio umano, ma che è insita nel suo animo, ne è una parte costituente. Sono, queste, posizioni che hanno da sempre acceso forti dibattiti – spesso dibattiti violenti- tra i filosofi, gli intellettuali e i teologi della storia, sin dalle origini del pensiero occidentale, cioè in Grecia, quando fecero la loro comparsa i cinici di Diogene di Sinope, che preferirono la vita dei cani a quella delle società umane, considerate ipocrite e violente. Sant'Agostino ha poi riaffermato con veemenza nelle sue Confessioni la natura essenzialmente peccaminosa dell'uomo, marchiato sin dalla nascita dal peccato originario di Adamo e Eva; Hobbes riprende da Plauto la sentenza homo homini lupus che trova nel suo scritto più conosciuto, Il Leviatano, la più completa teorizzazione: l'uomo è intrinsecamente pericoloso per i suoi simili, dunque deve essere necessariamente governato con qualunque mezzo. Certi intellettuali dell'illuminismo, poi, ammettono la presenza di un'inestricabile violenza insita nell'umano: V oltaire scrive il Candido per farsi beffe delle dottrine ottimistiche di Leibniz secondo cui noi “viviamo nel migliore dei mondi possibili”, Rousseau ammette che l'uomo, senza il fondamento preservatore del contratto sociale, è di natura aggressiva. La schiera dei pensatori che vedono nella violenza e nella distruttività una parte della natura umana si infoltisce successivamente nel XIX secolo, ad esempio con l'esaltazione dell'egoismo da parte di Max Stirner o con il pessimismo di Arthur Schopenhauer. I massacri di fine '800 e le carneficine del Novecento ci dimostrano che l'uomo, nonostante il progresso scientifico e gli sforzi per applicare i diritti dell'uomo,

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