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Autopoiesi e corporeità. Identità antropologica e postumano

Informazioni tesi

  Autore: Giulia Elide Monti
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Palermo
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Luciano Sesta
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 157

Nell’ottica liberale di Mill ciascuno ha massima libertà su cosa fare del proprio corpo, poiché non convivere bene con esso influenza la personalità, gli atteggiamenti, la condotta, i rapporti sociali e sessuali e provoca anche conseguenze gravi al livello psicofisico e di percezione dell’identità (in termini statistici e non deterministici). D’accordo con le considerazioni di Stuart Mill e partendo dalla premessa della massima libertà sul proprio corpo, vedremo però come in certe occasioni questo diritto di libertà incontri dei limiti. In questi casi non è tanto il rispetto dell’altro (dell’etica “a due”) a fare da limite alla libertà individuale, quanto la responsabilità nei confronti della specie umana nell’applicazione di ogni progresso tecnologico che riguardi l’uomo, il suo corpo e la sua mente (capp. IV e V). Invece, nei casi di BIID (Body Identity Integrity Disorder), caso singolare che sarà esaminato nel capitolo III, il limite riguarda sia l’origine del desiderio di modificare il proprio corpo (un disagio che si tenta di colmare con un intervento estetico ma che ha una radice “altra” rispetto al disagio comune) sia il coinvolgimento di un “altro”, il medico, che, nella scelta riguardo l’amputazione di arti sani, richiesta da un affetto da BIID, rischia di violare il principio deontologico di non arrecare consapevolmente un danno di qualsiasi tipo al paziente (sarebbe comunque complice e responsabile di un intervento la cui ragionevolezza appare discutibile), o, viceversa, di violare la libertà del “paziente” di modellare il proprio corpo. Risulta necessaria, quindi, una ridefinizione dei concetti di sanità e patologia, che guardi all’affetto da BIID come un soggetto che comunque troverebbe la realizzazione della sua possibilità esistenziale nella eliminazione di una parte di sé che sente come aliena. Le interpretazioni scientifiche e psicologiche dominanti dovrebbero filosoficamente guardare alla persona come un intero. Difatti nelle situazioni-limite la riflessione filosofica si mostra sempre necessaria a compensare lo sguardo riduzionistico delle scienze specialistiche.

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4 Introduzione “Solo gli sciocchi non giudicano le persone dalle apparenze”. (Oscar Wilde, The Picture of Dorian Gray) “Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente, l’individuo è sovrano”. (John Stuart Mill, Saggio sulla libertà, Introduzione) Tutti concorderebbero che come ci si sente a casa propria solo se l’arredamento e la configurazione spaziale ci rispecchiano, così ci si sente in armonia solo se il proprio corpo rispecchia la propria immagine di sé. Rispecchiare vuol dire che qualcosa deve mostrarci la nostra identità ri-flettendola: che è come se non potessimo sentirci un sé se non ci fosse qualcosa di “altro” che ce lo mostra, che ce lo ri-manda; come se l’auto-intuizione non potesse far altro che passare per qualcosa di “altro”. Ma se è una necessità e un diritto fare del proprio corpo ciò che si vuole, al momento dell’applicazione concreta delle varie modificazioni corporee si pongono una serie di interrogativi come questi: il desiderio auto-poietico è un desiderio di riconoscimento sociale, un’inconscia consapevolezza che una modificazione corporea è un segno che comunica qualcosa (che sia pure solo trasgressione fine a se stessa)? O è più che altro un desiderio di autoriconoscimento, di armonia del corpo con la psiche ma ugualmente urgente in chi sente di dover rendere il proprio corpo

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